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capitolo terzo (inedito)

Capitolo Terzo

 

Mariusz volle restare, gli piacque talmente Taormina che decise di restare, pregando te di fare lo stesso. “Nie Mariusz”, obiettavi con poca convinzione. Taormina era cosa da ricchi. Ti piaceva, ma non avevi valuta, non avevi i tuoi vestiti da pappone, i tuoi baschi. Mariusz era un uomo semplice, abituato a poco, alla sua modesta vita di colone. Tu eri Stavrogin, bello e crudele. E le donne ti guardavano, le donne di Taormina, tra i vicoli del centro storico, gli acciottolati incandescenti,  incontrando il tuo modo spavaldo di ricambiarle, malgrado investito dalla fatica, dal compimento di una dipartita vera. Eri ancora l’uomo che faceva tremare qualsiasi donna finisse nel tuo letto. Sapevi come incontrare i loro desideri, sapevi come fare. Le tue gambe erano veloci e forti, se non avevi bevuto. Le tue mani avevano la presa sicura. Mariusz ti seguiva, curioso degli altri, quasi impaurito. Era un uomo di campagna. Avevate rimediato qualche spicciolo per le sigarette e per una birra che vi divideste, seduti sulla panchetta di una terrazza circondata da agavi e oleandri. Turisti sfilavano in gruppi guidati, Mariusz commentava felice, e in parte lo eravate felici, apparentemente sgravati dal vostro passato, ora così cupo al confronto, così serioso. In Italia la morte era un fatto lontano. In Polonia morivate di più.

Mariusz voleva fare soldi. “Guarda tutta la gente, guarda”, osservava incantato. Sciami di bermuda bianchi e cappellini a falda tesa attraversavano la terrazza sul mare. Casine bianche dai tetti bassi si gettavano sui vicoli ariosi ancorché stretti, con le aiuole di gerani agli angoli delle strade. Era una estate clemente, non era l’Africa che immaginavate, o la Sicilia con le beghine vestite di nero, dietro le imposte chiuse. Era gaudio e futuro quel che ti appariva davanti. Arrivaste a Taormina in autostop, vi caricò un anziano del luogo. Parlaste poco, era tutto abbastanza complicato per Mariusz, non per te. Non era un problema la lingua, a stendere la mano ci voleva poco, la mimica era ben più efficace. Mariusz aveva vergogna, chiedevi tu per lui. Mariusz voleva fare soldi, voleva diventare un imprenditore, import-export, qualcosa del genere. Ti facesti una grande  risata. “Cosa vuoi trasportare in Polonia, zucche gialle?” e ridevi. Mariusz pensava a tir carichi di agrumi. Col ferry boat fino a Danzica, si poteva fare, riflettesti. Intanto non avevate un centesimo, solo una magra sacca dove tenevate il maglione, la giubba e il plaid logoro. Non avevate nient’altro, se non una timida speranza di farcela ancora, per te era l’ennesimo lancio di dadi, prendere o lasciare.

E forse eri già un altro uomo, ogni gesto, ogni azione insensata, azzardata, degli anni in Polonia,  esaurivano la prestanza, lo smalto che avevano detenuto fino al viaggio in corriera, durante il quale ricordavi con naturalezza, non stringendo gli occhi, come un fatto ovvio, le facce di chi perdevi, di chi avresti perso. Fissavi i faraglioni della costa giù dabbasso, non occorreva sporgersi, bastava intuirne le sommità frastagliate. Non eri granché come nuotatore e nemmeno Mariusz.  Quando sopraggiunse la sera,  vi trovò al riparo sotto le fronde del giardino pubblico; l’odore lieve e fragile di un’estate che non avevate mai conosciuto vi sedusse, promettendo nuove cose, nell’anomalo profumo dei glicini. E ti vedesti Viola davanti, ma era l’alcol, vaneggiavi, Viola sotto una pioggia di fiori bianchi, glicini, fiori degli angeli. Viola era un angelo tutto sommato. E non sapevi ancora perché riconoscesti Viola e non la tua prima moglie. E infatti rincontrasti lei nel tuo natale polacco. Mariusz si tirò su con fatica, accanto al vostro giaciglio lasciaste un cumulo di lattine, a chiedere avevate preso gusto, e Mariusz si vergognava sempre meno. Barcollava, diede di stomaco, poi si volse e ti berciò: “Alzati, polacco di merda” crollando in una spaventosa risata. Ti alzasti, pulendo a casaccio i tuoi pantaloni a coste. Mariusz era in strada, oltre la recinzione dei giardini, aveva ripreso a chiedere, congiungendo le mani a mò di preghiera.

Era diventato il polacco parassita, il mendico odioso, tu no, tu restavi fiero, gli zloty in tasca, le tue puttane. Girasti la faccia, sputasti in terra, “guwno” imprecasti. Avevate raccolto abbastanza per un paio di bottiglie di vodka e per le sigarette. Nel market centrale, aperto fino a tarda sera, le cassiere vi osservavano con sospetto. Rovesciaste il mucchio di spiccioli sul piano della cassa con mani tremule, qualcosa cadde sul pavimento, Mariusz si piegò per raccogliere e rimase in terra. Odioso mendico, borbottasti, pietoso polacco. Era un marrano delle campagne, disprezzavi il suo fare maldestro, detestavi qualsiasi ammissione di debolezza. Era una questione di vita, di quanta ne avevi vissuta tu, e quanta poca Mariusz. Invece che ai giardini vi sistemaste nella piazzetta centrale, piena di tavolini e simulacri di souvenir e gente nuova che vi sfiorava sorridendo, dentro una lentezza che vi sfuggiva, niente vi minacciava ed era ancor più inquietante realizzarlo. Le luci dei lampioni illuminavano il corso che scorgevate in prospettiva. La vostra panca dava su una trattoria rumorosa. Intorno si svolgeva il mondo, senza rappresaglie, Mariusz voleva farne parte. Bevevate ancora, certi di quanto poteva sopravvenire. La vodka bruciava le viscere, ringalluzziva, ogni proposito andava bene. Un gruppo di tedeschi evidentemente alticci urlavano e ridevano, seduti al tavolo della trattoria. Ti piacque ridere, guardasti Mariusz e provasti a ridere. Mariusz era franato sul busto, la testa pendeva in avanti, era ridicolo, un polacco ridicolo. Volevi ridere come quei tedeschi facoltosi, sbattendo sul muso dei pitocchi banconote di grossa taglia e esibire la tua prestanza, il tuo vigore. Mariusz ora dormiva, piegato su un fianco, vacillò fino a cadere sul selciato come un sacco. Avevi una consapevolezza estrema di te, tenevi al tuo orgoglio, non la chiamerei dignità. Il tuo orgoglio andava bene al paese tuo. Torna al paese tuo.

Quante volte te l’hanno urlato dietro? Mariusz russava ai piedi della panca. Tu reggevi  ancora. Una guardia municipale ti avvicinò con cautela, ti invitava ad allontanarti. Non occorreva conoscere la lingua, la guardia faceva segno verso Mariusz, era così semplice intendere la mimica. Via, andare, sloggiare. Non era posto per ubriaconi. Avreste dormito ai giardini ancora un’ultima notte poi si ripartiva per Catania o Siracusa, quelli di Kielce, Konskie e Ostrowiec, finivano tutti a Siracusa. Ma ci finivano le badanti, le donne che arrivavano con i pullman, sporchi e malandati. A Catania andavano i peggiori, gli avanzi di galera, che sfidavano le frontiere a piedi e percorrevano sinistri sentieri tra i monti. A Catania, trovavano riparo in stazione, negli angoli più puzzolenti, facevano ghetto. Come nelle grandi città, a essere i peggiori erano i polacchi, con il coltello facile. Schivaste le siepi di oleandri, a stento Mariusz riuscì a saltare sopra la recinzione, più che altro arrancare, visto la pesantezza e l’alcol che aveva ingerito. Tu eri agile, ubriaco, ma agile. E quella forza ti rimase a lungo, la tua eccezionalità. Il polacco che aveva la meglio nelle risse, che faceva saltare i denti agli avversari, con un preciso sinistro, che usava i coltelli, da tiratore franco. Mariusz bevve e delirò, fino ad addormentarsi di un sonno definitivo. Tu dormisti poco, all’alba eri già desto e pensieroso sentivi il peso di una disfatta che si annunciava a scaglioni. Rivedevi ancora una volta il viso di tua madre, sempre contratto, Viola, sfuggente, la tua prima moglie, la sua insolente cupidigia peggio che la tua, i tuoi abiti di sartoria stirati e appesi. Sentisti persino il tramestio del fiume, il Czarna, al cospetto dei campi gialli di grano o di ribes. E il primo terrificante barbaglio era lì, anelito di quel che sarebbe diventata la malattia, che avrebbe fustigato ogni tentativo di rivalsa: la nostalgia. La provasti allora forte come non mai. Mariusz barbugliava in sogno. Che sogni Mariusz, che sogni ti tormentano? Pensasti.  Quale maledizione porteremo in animo, quale ci vincerà? Quale demone?

Sei arrivato a Siracusa, Mariusz a malincuore lasciò Taormina, poi decise di fermarsi a Catania e fu una scelta stupida. Morì qualche mese dopo, gli scoppiò il cuore, un cuore stupido, che pulsava tra le sue mani, il suo alito incendiario supplicava clemenza. Morì ai piedi di un cassonetto. Era giovane Mariusz, ma morì barbogio come un ottantenne, piegato, lui che aveva braccia solide da colone, violaceo, il viso ottuso da cirrotico. Era un bel tipo Mariusz, nel ferry boat quando guardava avanti la costa che si avvicinava e un mare diverso e sperava, invidiando tutta quella gente che vestiva di bianco, che beveva birra in atelier lussuosi – e Mariusz non sapeva nemmeno cosa fossero gli atelier – ma non rovinava penosamente come gli ubriachi di Polonia fuori dalle bettole. Vi conoscevate da ragazzini, bevevate sangue caldo di maiale, seduti su ruote di fieno, giocando al gioco dei tre dadi, sfidandovi in prove di coraggio, e Mariusz talvolta vinceva, talvolta no, e allora riconosceva in te la superiorità del capo e ne era felice. A Catania incontrò un polacco di Poznan , un criminale di basso profilo, uomini che disprezzavi sommamente, incapaci di portare a buon fine un colpo senza restarci, avanzi di galera, inetti, portatori di guai. Mariusz doveva seguire te, ma fu ostinato, ossessionato da una sciocca idea di fortuna, di rivalsa. Seguì un balordo di Poznan che dicevi beveva fino a morire, si accovacciavano in stazione, chiedevano e le prendevano dagli altri frequentatori abusivi di binari e vagoni morti. Mariusz era un uomo di campagna, non era avvezzo alla brutalità dell’animo umano, solo a quella delle bestie che era sempre innocente.  L’innocenza lo ha fregato. Credendo in quella dell’uomo o forse nella sciocca possibilità di essere ancora, in un luogo disameno. E invece lo sradicato si è arreso al lemure. La nostalgia è una seduzione, lasciami dire. Inutile incitazione al pietismo senza risorse, il pietismo verso sé stessi non produce. A chiamarla autocommiserazione irrita di più, non cambia nella sostanza.

La prima persona che ti venne incontro a Siracusa fu Crystina, zoccola di Ostrowiec, rinomata professatrice di fellatio. Cinquantenne, etilista, con le gambe turgide e scure per la vodka che aveva in corpo. Ti venne incontro in stazione, faceva l’operaia a Ostrowiec, la conoscevi. Una volta era bionda e appariscente, ora la vedesti grigia, le sue membra abbandonate. Camminava claudicante, ti colpirono i piedi nudi, enormi, neri. Faceva schifo, non sarebbe toccato a te un giorno. Provasti vergogna per lei, un insano amor proprio ti sovvenne, più che altro inadeguato. “Cosa diavolo ci fai qui?” disse sorridendo veramente.

“Oh la mia Polonia, ragazzo vedo la mia Polonia con te”, ti abbracciò lercia e pianse. Pianse come sanno piangere gli ubriaconi, pianse già cadavere nelle tue braccia rigide. Ma non avesti il coraggio di respingerla, questi erano i morti del tuo paese, caduti privi di mostrine. “Tu che ci fai qui?”. Crystina ti fissò negli occhi, con le pupille vitree, e c’era tutto l’abisso, e spiegò ogni abisso. Le privatizzazioni, ragazzo, che inferno ragazzo, tu non sai. Sì, tu sapevi, invece, era un’infamia portarvi addosso polacchi della malora. I vostri cilici, la vodka, era solo morte, tu sapevi, altroché. La mia Polonia, farfugliava, piangendo, gli occhi a terra, mentre carezzava con una mano sporca e deformata l’avambraccio deturpato da cicatrici profonde.

La notte dormiva nei vagoni morti, Crystina frequentava una cricca di violenti facinorosi avvezzi ad ogni immoralità. Erano veramente miserabili, ciarlavano di nullità, litigavano facilmente, Crystina le buscava sempre. Crystina e un’altra polacca, gli uomini erano pericolosi. A fermare un polacco ce ne voleva un altro. Sei arrivato tu. Il vagone puzzava maledettamente. Bottiglie di vodka rotolavano nel buio corridoio, udivi imprecare dagli anditi bui, senza aria. Crystina sbucò dal fondo, ciarlava con una certa rabbia, ubriaca, trasportava  il suo corpo abusato e cascante ora da una parte ora dall’altra. Ti vide. Sentivi il suo afrore di donna abusata da altri, l’alcol e il fetore di urina ti serrava lo stomaco, non eri ubriaco a sufficienza, bisognava berci sopra per tollerare lei e la miseria di quel luogo. Chissà se a Mariusz era andata meglio, pensavi. Crystina fece strada, tu la seguisti, immaginando quel corpo una volta giovane e turgido che incitava nelle marce di Solidarnosc. Ricordavi poco di Solidarnosc, tuo padre se la intendeva con i comunisti, mangiavate carne di bovino una volta a settimana, vi andava bene. Tuo padre non scendeva nelle piazze, chiuso e torvo, assolveva al suo compito di funzionario periferico di partito. Tua madre guardava alla finestra piena di speranza e pregava in silenzio. Lavorava nei Pevex. Contabilità. E tu ci facesti la rapina, che colpo, con Marek e gli altri. Ecco, ti sembrava ieri, ed eri di nuovo quell’uomo, il clandestino che usava le armi, trattava merce umana. Era la Polonia di quegli anni a istigare al male, la neve grigia sul ciglio degli stradoni vuoti, la gente sfinita dal nulla davanti la casa meschina con il pezzo di terra scabro, bruciato dalle gelate notturne, severe anche in primavera. Era così breve il sole della Polonia.

I vostri viaggi terribili in corriere vecchie e fumose come ciminiere ti apparivano adesso fuggevoli simili a certi teneri ricordi, era meglio ogni cosa piuttosto che la miseria e l’esilio. La forzatura si chiamava nostalgia, da subito. Mariusz ti sollevava, promettendoti: “finirà, torneremo un giorno”. Quando l’Italia era lontana e ogni attesa aveva ancora un senso, governava un desiderio, qualcosa. Frontiera dopo frontiera, la stanchezza fiaccava la gagliardia di tutte le attese, malgrado la vodka in corpo. E invece che i desideri ti sovveniva la voce imperiosa di tuo padre: “Sarai un nullafacente, ricorda” tuonava dalla tromba delle scale, mentre tu rifuggivi lui, quel tetro condominio di servitori di partito e miserabili ubriaconi. Miserabili, miserabili, ripetevi spesso, indicando e condannando ogni alito di foglia, il mondo, te stesso. Come non odiarsi per aver vissuto in un qualsiasi orinatoio, a Legionowo o a Praga o in un fetido tugurio di Konskie. Cosa cambiava? Odiarsi. Ora capisco, non potevi che odiarti. Il mio amore era inutile, non saziava la tua rabbia. Ovvio, sì, è così. Arrivai tardi. Non saprei, ma ero lì per te e non mi hai riconosciuto. Nemmeno dopo, quando l’italiana aveva già aperto e sfidato le viscere della terra e orde di demoni per salvarti. E ti ha perso lo stesso, l’italiana. Odiavi anche Crystina la sua pelle flaccida, le sue enormi mammelle sopra cui i due polacchi del gruppo si davano da fare. Guardavi schifato e ti masturbavi. Crystina godeva, i due polacchi le venivano sopra.

Il condominio dove abitavi da ragazzo era un falanstero alla periferia di Konskie. Lo chiamavano la muraglia. Era circondato da un parco, un piccolo bosco di abeti. Con Marek trascorrevate i vostri pomeriggi di adolescenti inquieti, in quel bosco hai consumato la tua prima sbronza. Le strade erano ampie ma irregolari, puzzavano di bitume. Tutto era desolazione, i palazzi abbattuti mostravano vecchiezza e un giallo sbiadito verso il grigio sepolcrale di anni impronunciabili. Tua madre usciva la mattina presto, lasciando il brodo e la zuppa nel pentolone, si pranzava insieme alle tre. Tuo padre tornava la sera. Era quasi sempre ubriaco, ma riusciva a lavorare con zelo da funzionario di partito di periferia. La mattina presto prima di raggiungere gli uffici dei Pevex, tua madre andava in chiesa, per la messa della sei. Tu facevi il chierichetto. Ho visto alcune foto, poche chiazze di colore, immerse a fatica nel grigiore, alberi spogli, casermoni nudi. Mi chiedo se si possa sorridere dinanzi a un deserto. Sopravvivere con l’ubriachezza, ma certo. Sopravvivere in generale mi sembra il verbo più appropriato. I bambini di Konskie non erano mai bambini. Ce n’era uno che beveva da miserabile ubriacone (miserabili ripetevi spesso, indicando ogni cosa, ogni infamia) e frequentava le bettole, lavando in terra il vomito degli ubriaconi, in cambio di qualche spicciolo o di una birra. Era un bambino vecchio. Era un bambino morto.

copertina nuovo romanzoLo chiamavate con strani nomignoli, lo prendevate in giro. Poi quel bambino sparì,  morì di morte violenta ad opera di un altro ubriacone, un brutto tizio sui cinquanta, un balordo, un pedofilo. Non era solo tutto sempre misero a Konskie, era sempre tutto orribile anche, a Konskie. Gli agenti informarono la madre. Le riferirono grevi che il figlio le era morto,  che era sparito e che poi era morto, ammazzato. La madre non se n’era accorta, pensava alla sua vodka, il padre russava in una poltrona sporca e ferrigna. Altri figli vagavano per Konskie o finivano in riformatori. Hei, urlavi al ragazzino morto, hei, “palla di pezza” gli urlavi. Lui si voltava appena e appena sorrideva e quel sorriso ti torceva le budella, dopo, quando il bambino morto era morto per davvero. Gli agenti fermarono il pedofilo prima di voi che già eravate armati di manganelli e roncole. Lo avrebbero sventrato i carcerati, no problem. E così accadde, evirato e strozzato con una cinta nel carcere di Wisnicz Nowy .

Tu e Marek prendeste la prima sbronza che avevate quindici anni, frequentavate entrambi la scuola professionale per pasticceri. Il bosco di abeti di fronte casa divenne il vostro quartier generale, ma ancora non conoscevate la violenza vera della gang di cui avreste fatto parte. E tu diventasti un leader sì. Diventasti il peggiore. Il crisma era il taglio di coltello sul polso, rituale di iniziazione. Il mongolo era gagliardo, era lui a dettare legge. Ma poi arrivasti tu. Quando calava la sera e la bruma gelata scendeva sulle case e sui poveri tetti dei falansteri di periferia, la tristezza diventava urtante, una rabbia cieca che ti rendeva leader. Ed è questo spirito che bisogna che io traduca, questo grigiore, questa disperata congerie di malinconia e bellezza. Perché era bellezza persino il tuo audace avanzare verso l’inesorabile declino morale, verso l’abisso della ragione.

Non c’era una donna capace di resisterti, perfezionasti le tue capacità di seduzione, la tua crudeltà.

Crystina ti presentò i polacchi, la mattina dopo. Non avevi smesso di disprezzare gli ubriaconi, pur rientrando di diritto nella categoria. Con Crystina e gli altri vi dirigeste al parco cittadino. Non so perché voi polacchi abbiate sempre un parco di riferimento. Nel parco cittadino si consumava ogni abiezione,  mentre crocchi di vecchi conversavano tranquilli seduti sulle panche sotto i salici e le magnolie. Prostitute a lavoro adescavano i clienti contendendosi la piazza con i trans. Eroinomani aspettavano il pusher , discutendo dei loro traffici con i ricetta del luogo. Conoscesti il polacco che chiamavano Jaruzelski, un uomo giovane, reso irriconoscibile dal suo alcolismo e dalla vita di strada. Veniva da Ostrowiec, da un tempo di cui avevi perso memoria. Quel che era stato era un fatto antico, oramai del tutto irrilevante. La strada e l’alcol gli avevano consumato persino i connotati, non aveva identità, non aveva una parvenza di uomo. Era spaventoso. Le gambe erano tronchi, come le braccia, smisurate, gonfie. Si grattava continuamente, roso dalla scabbia, le sue labbra tumide si movevano appena, i capelli chiari avevano il colore dell’urina. Puzzava come una carogna, ma ci facesti l’abitudine. Ti chiese notizie della Polonia, del governo, dei controlli alla frontiera. Ti ascoltava, tu indolente riferivi, Jaruzelski ascoltava con le braccia in grembo, notasti allora le vene sollevate, la cancrena. Sentivi il suo tanfo di cadavere.

Jaruzelski raccoglieva i soldi per la vodka chiedendo l’elemosina agli automobilisti, al semaforo del corso centrale. A volte da solo, a volte con uomo di nome Wojciech che faceva il becchino un tempo in Polonia, Wojciech di Chelm. E Wojciech era lercio tale e quale, sui quaranta forse, epilettico, aspettava solo di morire, era un po’ la condizione ideale dei frequentatori di semafori, bevitori di Polonia. Non avevi ancora avuto la tua prima crisi di epilessia da alcolismo, la temevi ma il fatto di esserne fuori ti dava l’illusione di essere nella merda meno degli altri. Wojciech e Jaruzelski occupavano un piano di un palazzo pericolante, sul lungomare della città. Non irrompevano le forze dell’ordine, era zona off, zona di mentecatti rognosi tutti prossimi alla dipartita finale. Potevi andare con loro, ti disse Jaruzelski prima di tornare al semaforo, potevi dormire nella casa, ti disse. Due se n’erano andati, c’era posto. Chiedesti: “dove sono andati?”, avresti preferito ancora la stazione casomai. Jaruzelski si alzò malamente e rispose: “All’altro mondo” dando in una risata rauca. Si allontanò rigido, le gambe dure e larghe, l’enorme mole dilatata, lasciando il suo sentore di morte. E ti vergognasti, in quel momento più che mai, di essere polacco di quella specie, parassita e lurida. Crystina tornava allora con gli altri, reduci dalla cantina, con scorte di vino utili a dissetarli fino all’ora di pranzo, quando poi tutti sarebbero andati in mensa, nella chiesa del Pantheon.

Crystina si lavava alla fontana del parco, bagnando i capelli, corti, sfibrati, e pettinandoli senza riga (con una spelacchiata spazzola con setole di tormalina), rivoltati verso la nuca. E sembrava meno vacca, meno puttana, così, moderatamente dignitosa, meno schifosa e puttana. E invece la sua indole era irrimediabilmente guasta. Ti venne vicina, scoprì le sue enormi mammelle e ti sedette sulle gambe. Ti eccitasti, dovevi consumare la tua erezione, lei si moveva sul tuo ventre, alcuni vecchi ciancicavano qualcosa con disapprovazione guardando verso di voi. Crystina si alzò, ti invitò a seguirla dietro una siepe, lì si inginocchiò sul tuo ventre e finì quel che aveva cominciato. Era un pisciatoio, la lasciasti fare, c’erano un paio di arabi anche, scopavano con una donna, una mercenaria senz’altro. Era il tuo posto prenotato per l’inferno, che ti attendeva, come ti aveva promesso tuo padre, come ti urlava tutte le volte, dalla tromba delle scale. Crystina ora sedeva con gli altri. Il suo viso era gommoso, non l’avrebbero riconosciuta qualora fosse tornata al paese. Non era così vecchia, ma la strada e la vodka la facevano decrepita. Lei era quella che nel gruppo esaudiva gli uomini e procurava da bere. Le avevano rotto il naso, frattura multipla del setto, era un mostro, sembrava una cocainomane senza narici. Fu lei che trovarono qualche mese dopo in un campo di patate, sgozzata. Era la fine più prossima, era impossibile salvarla.

Era arrivata in Sicilia l’anno prima, col solito bus costipato e maleodorante pieno di donne senza dote. Aveva lavorato da badante per tre mesi, il tempo del visto turistico, poi da clandestina finì in strada. Ma sai, non aveva la minima voglia di salvarsi. Neanche tu ne avevi.  Seguisti Jaruzelski, si trattava sempre di seguire qualcuno, si trattava sempre di sopravvivenza, di vita abnorme, sopra o sotto le righe. Wojciech il becchino aveva appena esaurito l’ennesima crisi di epilessia, vedesti Jaruzelski con le braccia informi agitarsi goffamente e infilare l’accendino in bocca all’ubriacone che si torceva come una serpe. Il primo pranzo in una mensa della Caritas lo consumasti quel giorno con Wojciech e Jaruzelski. Crystina restava con il suo gruppo, contro il quale i due polacchi in tua compagnia avevano già ingaggiato una rissa. Le risse scandivano le giornate,  lo avresti capito molto presto, niente di diverso da quel che accadeva a Konskie. In mensa erano di solito botte alla fine o al limite durante la fila per entrare. Capitava che certi indigeni si strappassero le orbite degli occhi un altro po’, la loro era fame vera. Quando sei finito di nuovo nella merda, anni dopo, a Milano, nelle mense spaventose di Milano, tornò tutto il già visto, con identiche dinamiche soltanto moltiplicando di proporzioni.  A Milano te la prendevi con gli africani. “Non sono rascista” ti schermivi. “Mi stanno sul cazzo, sempre problemi con africani, parlano male di Italia, con cazzo in bocca, non è rascismo” . Era questione di faide, tutte le volte. Era la rabbia ottusa che procurava la nostalgia, era quella. E avresti giurato, un tempo, che mai e poi mai saresti tornato in una mensa della Caritas, non avresti perso mai più. Le badanti polacche nel parco di Siracusa erano carne da macello. Le tue donne in Polonia erano belle e raffinate come delle Nefertiti. Ti dava noia quel passaggio di zoccole polacche tutti i pomeriggi, con gli stessi vecchi di borgata che esaurivano la loro pensione dietro maliarde. Sanguisughe, ti dannavi, sono sanguisughe, pensavi alla tua prima moglie e la rabbia cresceva, ti aveva denunciato per la storia degli alimenti e di “tutti i cazzo di zloty” che non le bastavano mai”. Ma di te si erano perse le tracce e adieu.

Lei si era risposata col tedesco facoltoso e pace all’anima sua. Così decidesti di andare con Wojciech e Jaruzelski, la notte dormivi anche tu nel palazzo abbandonato sul lungomare. Wojciech e Jaruzelski avevano il delirium e l’inferno che ti augurava tuo padre al confronto era un giardino di ninfe. Il piano occupato puzzava dannatamente, una marcescenza che pervadeva l’aria stessa, i suoi abitanti tabici, vicini alla dipartita loro, come tutti i polacchi che incontrasti nei tuoi giorni da mentecatto. Il mare che udivi da fuori era una consolazione inutile, e tuttavia avresti amato quel suono, che lievitava la notte, così ti sembrava, da certi segreti della terra. La mattina, all’alba, scansavi quei sacchi vuoti, Wojciech e Jaruzelski, e uscivi sul balcone logoro. E la città vecchia ti si mostrava nuda, allucinata dalle prime avvisaglie del giorno. Ti tremavano le mani, ma non c’era il delirio o l’epilessia, il che ti dava una forza illusoria. Dovevi berci sopra, come gli altri, saresti diventato un golem terrificante come gli altri. C’erano tutti i prodromi perché quell’antro divenisse il vostro famedio. E tuttavia detenevi ancora l’arroganza dei tuoi pregressi da criminale, da capo di una gang dedita alla violenza, i cui membri erano perlopiù tutti morti. Jaruzelski si alzava pesantemente per dare di stomaco e rovinare sulle bottiglie in terra. Wojciech cominciava a straparlare nuovamente. Era ossessionato da un suo parente deceduto che aveva mancato di seppellire, gli veniva in sonno e all’alba e lo rimproverava, diceva, quindi urlava, berciava oscenità irripetibili, si irrigidiva, cadeva di schiena e schiumava di colpo. Jaruzelski pesantemente estraeva l’accendino, lo piazzava in bocca all’epilettico, gli bloccava la lingua per non farlo soffocare. Quindi tornava uno strano silenzio, il lento tramestio del mare, di piccole onde che riconducevano  la ragione della vita stessa, paziente e ripetitiva, come un’onda, simile, simile all’amore che hai sempre perduto, alle occasioni, ai volti che hai avuto urgenza di ricordare, ma eri troppo ubriaco, troppo vago per farlo, quel giorno in stazione, in Polonia.

Avresti ricordato con una dovuta moderata scansione, perché eri già fuori, già confinato. Allora pensavi che forse Crystina era diventata una troia a causa del confino, si diventava peggiori da confinati. Crystina che da ragazzina marciava con Solidarnosc. Non te ne facesti un’idea sicura, tuo padre controllava le tue pulsioni guardingo, ma la tua anarchia era più forte di ogni inibizione, ingovernabile la tua insofferenza che tuo padre maledì pare fino alla morte. Marek era stato fortunato, il padre gli era morto, ubriacone e violento come tanti. Tu non eri meglio, sai? E i pomeriggi grigi di Konskie passati al parco ti sovvennero proprio allora, in quel buio stanzone di un palazzo abbandonato, ti sovvennero potenti, perché distanti, estranei quasi appartenessero a uno sconosciuto. Ti rivedesti col tuo gessato, insolente, le tue puttane al fianco, gli zloty sui loro fianchi svettanti, certe sere spregiudicate con i ragazzi della gang. E il tuo passo veloce, consapevole, solcava furtivo le strade buie di Konskie per i traffici e le cospirazioni , per i tuoi giri loschi, la tua vita a mille. Incontrasti Viola, una mattina d’inverno, aspettava la corriera per Slupia; Viola ti salutò con una intraducibile indulgenza, un misto di pietà e disapprovazione. Ti prese per le spalle, ti fissò implorante: “Basta, ti prego, lascia stare quella gente, si sa tutto oramai, sappiamo tutti cosa fai la notte”.  Rispondevi alla sua implorazione stringendo i tuoi occhi obliqui, serrando la bocca in un ghigno che non era un sorriso. “Quando parti?” le chiedesti. Fra un mese, ti rispose, andava in Germania. L’avresti rivista solo molti anni dopo, amata molti anni dopo, sul letto di un monolocale nel falanstero di un quartiere di periferia, a Varsavia. Era sopravvissuta al male, il piacere che le procuravi si illudeva potesse salvarla, i vostri corpi l’uno sull’altro avevano il potere di cagionare speranze impossibili,  vi illudevate di guarire entrambi, per ragioni diverse. I tuoi baci le ricordavano l’intensità e l’esistenza, preamboli di cui aveva smarrito il significato. Eri la sua pioggia di fiori blu, fiori inauditi, deduco, mai colti, mai visti. Lo eri anche per me, devo stare a qui a ricordarlo.

Quando dopo mesi sei tornato in Italia, dopo la grande fuga, ma non la chiamerei così, e tuttavia lo era, al telefono, blateravi tra i singhiozzi che Violeta era morta, tua ammore era morto. Ti mandai al diavolo, chiusi la comunicazione, pioveva, era gennaio, freddo, brutto giorno di gennaio. Alla finestra, la solita finestra sul terrapieno e la punta della costa su cui si ingeneravano le correnti intorno all’isola del maniero federiciano, lì, in quel punto fissavo la mia impotenza, e questo pianto crudele non era mai sazio e prendeva me. Stringevo le mani sul mio ventre e odiavo il vincolo di vassallaggio che stavo pagando, in luogo di te. E non ti chiesi: sono io, non sono io il tuo amore? Non chiesi. Era tutto finito, tutto finito. Viola era morta, tu eri un verme, saresti tornato – ma eri un verme – saresti tornato e non da me.

I giorni nella casa sul mare, la casa dei barboni, segnarono profondamente il tuo orgoglio, la tua consapevolezza. Jaruzelski ne aveva per poco, oramai non moveva le gambe, e spesso restava accasciato ai piedi del salice nel parco cittadino. C’era da trascinarlo, i bevitori sapevano bene che era l’atto finale, le gambe in cangrena erano le campane suonate per il morto. Jaruzelski vomitava sangue e giurava che avrebbe smesso, nie alcool spiedalai,  si lamentava.

Tu sedevi sui talloni, trattenendo i conati, era un tuo strano modo di riposare. E nel parco facevate gruppo così, eri l’unico ancora bello, con fattezze da uomo.  Crystina sporca e con la pancia turgida ti guardava sempre con la stessa voglia, ma anche lei era cadavere, e quando il suo enorme corpo di ubriacona emerse nelle campagne della provincia, sgozzato, putrefatto, come scrivevano i giornali locali, per te fu una vera liberazione. In mensa non si parlava di altro, tra i polacchi girava la voce che a finirla fossero stati gli albanesi delle grotte, altra caverna di abietti, a qualche chilometro dal parco. Si diceva che trattavano con le puttane, che c’era chi aveva caricato Crystina in una Mercedes scura e che l’avesse finita durante il viaggio, poi abbandonata come immondizia nel podere trascurato, fuori città. Wojciech berciava sul muso di un altro polacco, berciava che lui conosceva la storia, l’altro polacco rideva, Wojciech gli puntò la forchetta sugli occhi, tu allora lo agguantasti spingendolo in terra, Wojciech cominciò a sbavare, era in crisi. L’altro polacco urlava il nome di Crystina, chiamarono gli agenti, Wojciech fu trasportato in ospedale. L’altro che urlava il nome di Crystina fu internato e rimpatriato qualche settimana dopo. Crystina era morta, il suo suffragio fu il vostro insulso offensivo ciarlare, la vostra irruenza, la vostra bestialità. E tu me lo dicevi, era facile diventare bestie a frequentare la promiscuità, gli altri, era facile.

La domenica andavi in Caritas per la doccia. La domenica pomeriggio ti prostituivi al parco con le badanti o con i pederasta italiani che lo frequentavano. Con i pederasta ti facevi un sacco di soldi. Ti bastavano per una settimana, compravi alcol e sigarette e non andavi ai semafori. Ricordavi appena il volto di tua madre e quel giorno in stazione. E Mariusz, Mariusz che ti aspettava a Kielce, Mariusz era niente, era uno dei tanti demoni  senza nome che torturavano il tuo breve sonno. Ti rincantucciavi nel tuo giubbotto di pelle, stiravi le gambe e dormivi così dolente, in quella panca che era un feretro all’occorrenza, sotto il salice, dove anche Jaruzelski vegliava immobile, cinereo. Dolente così dormivi.

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

novità sul romanzo il giorno dopo

La copertina del nuovo romanzo era in realtà la copertina artigianale – e artigianale è aggettivo che prendo in prestito da una critica raccolta sui social – di Sangue di cane. Una copertina come posso dire emotiva. Io e Alina Catrinoiu, che è mia cognata, immaginammo così la traduzione visiva della trama. Su facebook la copertina è piaciuta, poi ci sono stati i commenti esosi tipo: “è politicamente scorretta”. Commenti che non ho inteso molto bene, ma non importa. Tutto è funzionale. E non sarà forse nemmeno riutilizzata per il nuovo, la copertina dico. Non lo so ancora. Non conosco ancora il destino di questo romanzo, che rimane un oggetto alieno rifiutato dagli editori italiani. Malgrado c’è chi già lo abbia amato, malgrado i miei affezionati lettori (ne ho) si siano presi la briga di darmi una mano, di consigliarmi o sostenermi in ogni modo. Ma con Sangue di cane fu lo stesso vicolo cieco. Rifiuti estesi, i grandi mi avevano snobbato. Poi Sangue di cane, uscito per Laurana, si rivelò un piccolo caso editoriale, grazie all’ostinazione di chi ci credeva: da una parte il talent scout e scrittore Giulio Mozzi, dall’altra Marco Travaglio. Questo nuovo è un po’ un sequel, scritto e concepito dentro una trilogy che avrebbe incluso anche Christiane deve morire (uscito con Gaffi, invece). Nel nuovo la storia d’amore tra lei e lui, raccontata in Sangue di cane, è sempre più sullo sfondo. Rimane piuttosto lui, giovane uomo dell’Est, di quella generazione cresciuta a cavallo della caduta del muro, la generazione del nulla. Polacco, bello e dannato, drop out, barbone in Italia. Il romanzo nuovo racconta lui e quella Polonia prima della caduta del muro, lui e l’Italia delle retrovie degli emarginati, delle case occupate, dei vagoni morti, della Milano più terribile e ostile. Alcol e abiezione anche stavolta, di pagina in pagina. Corpi caduchi, sesso a buon mercato, morte e il senso di mancanza e dramma fino alla fine, pietoso dramma. Agli editori non sono piaciuta forse. Anche la mia agente, Vicki Satlow, è un pochino sgomenta, non riesce a capire perché. Così ho deciso, lei è d’accordo, di pubblicarlo qui sul mio blog. Dunque potrete leggerlo gratuitamente, non m’importa del resto, ormai ho capito come funziona, i miei traguardi li ho raggiunti in fondo, con Sangue di cane, il massimo che potevo desiderare: essere in locandina al festival di Roma tra Franzen e Eco, considerata uno degli esordi più potenti degli ultimi anni. Vanità. Adesso invece voglio solo trovare un significato alle cose che faccio, alla mia vita, voglio solo un po’ di pace. E non mi sacrifico per niente a rinunciare ad altra vanità. Al contrario.  Tuttavia, ancora una volta mi è venuto in soccorso un talent scout, consulente editoriale, stimatissimo scrittore, non aggiungo altro, per scaramanzia. Gli ho spedito il testo. Non mi illudo, gli ho scritto. Se andrà male, il mio romanzo sarà pubblicato qui, nel mio blog. E così sia.

La lettera di Luba (seconda parte)

“Torniamo al romanzo. Naturalmente mi domandavo: è così struggente perché rispecchia la mia vita? Facevo queste domande perché mi sentivo troppo condizionata. Certo, accade di solito di essere coinvolti, anzi è naturale essere coinvolti da un grande libro. Ma mi sentivo troppo dentro, è come se provassi addosso ogni situazione. La mia storia è stata diversa, ma dura da sette anni e, nonostante sia stata tanto felice quanto anche infelice, sono stati gli anni più belli della mia vita. Adesso mi sento provata. A dispetto della mia natura romantica, sono realista. E questo velo di romanticismo per me è come il vino di Bernard Show. Ricorda? Un anestetico per sopportare l’operazione che si chiama vita. Comunque, mi sentivo rispecchiata, ma anche coinvolta e tanto. Penso che lo ricorderò per sempre il suo romanzo. Lei è stata brava anche nella dedica. Bravissima: laconica, ma lascia intuire tante cose. Per esempio che è timida. E’ da tanto che lo teneva nel cassetto o sbaglio? Purtroppo io stessa sono stata molto timida, riflessiva. E questa mia timidezza mi limitava tanto nella vita. Tanto per farle capire. Sei (!) anni fa ho scritto una sceneggiatura per il cinema. Indovina come è andata a finire? E’ ancora nascosta sotto il materasso. Non aver paura della gente, saper essere audace, non scoraggiarsi dall’insuccesso…Tutte queste cose ho insegnato a mio figlio dalla tenera età di due anni…

Volevo dirle ancora grazie e augurarle tanta fortuna sì, ma anche audacia. Invece timidezza e insicurezza vadano sconfitti. Lo so adesso che la vita è dura, ma le auguro tante belle cose, che possa sentirsi appagata nei momenti bui. Con affetto

Luba Drauz, Milano 11 dicembre 2010″.

La lettera di Luba

Milano 11 dicembre 2010

Cara, cara, cara Veronica,

ho appena finito di leggere il suo primo romanzo. Vorrei subito chiedere scusa per il mio italiano. Sono solo una signora russa trapiantata da 15 anni in Italia. E sappia che ogni volta si imbattesse in un mio errore, io silenziosamente le chiedere scusa.

Leggevo da sempre, leggo molto e sono piuttosto veloce nel farlo. Per il suo romanzo invece ci ho messo due settimane. E non perché sia difficile diciamo “tecnicamente”. E’ scritto magnificamente. Il tema questo sì che mi lacerava l’anima perché nonostante non sono mai stata una profuga, rimango pur sempre un’immigrante. E si sa che il pane dell’immigrante è sempre amaro.

Fui sposata con un italiano e anni fa mio figlio, all’epoca neanche ventenne, davanti all’ingiustizia nei nostri riguardi mi ha chiesto con rabbia “perché?”. Cosa potevo rispondere? “Perché siamo immigranti”. Lui si è quasi offeso: ma noi non siamo immigranti! Intendendo “non siamo illegali”. Ho precisato: non siamo profughi tesoro, ma immigranti sì.

Sono piuttosto timida, ma capace anche di diventare forte e nonostante ciò non avrei mai trovato il coraggio di avviarmi sul terreno di clandestinità. Non ho intenzione di raccontarle la mia vita. Volevo solo spiegarle fino a che punto sono dentro la sua storia. Volevo dirle grazie. Lei ha scritto un romanzo meraviglioso: meraviglioso nello stile, meraviglioso in questo avanti-indietro della storia, meraviglioso nel linguaggio, in questo straziante monologo-preghiera. Non era suo intento immagino scrivere per una lettrice praticamente profuga, ma le dico senza vergogna che mi venivano lacrime agli occhi. Mi soffermavo, guardavo la sua foto. Lei ha un viso bellissimo, intenso. Per me un volto espressivo sia delle donne che degli uomini valeva sempre molto più della semplice bellezza. Mi dispiaceva di non poterle parlare. Sono persona schiva e abbastanza introversa. Scrivere ad una persona sconosciuta per me è una roba ardua. Ma adesso all’età di 62 anni mi sono detta “allora bellezza, adesso ce la farai o come sempre?…”. E così le scrivo. Morirei di vergogna se lei si annoiasse leggendo queste righe(…)

(continua)

come non hai amato me (inedito)

(…)Con Jaruzelski e Wojciech ne parlavate con disprezzo, giudicavate gli altri polacchi portatori di grane, come se l’affare non vi riguardasse, come se per voi le cose fossero andate diversamente. La mensa non era troppo distante dai giardini dove riparavate. Il pomeriggio vi recavate in via del Crocifisso, con Jaruzelski e Wojciech sempre più malati di un male terrificante, non solo l’alcolismo, il male era la pena, il desiderio di finirlo il viaggio, e presto. Il tuo stesso male, prima della tubercolosi, era l’alcolismo e il desiderio di finirla. Finirla finirla. Non ti bastò il mio amore, la nascita di nostro figlio. Ma chi sei veramente? Tuo padre te lo chiese pieno di angoscia, quel giorno che uscisti di galera ed eri già ubriaco prima di entrare in casa. “Chi sei?”. Ti guardava con sospetto o pena, non sapresti riconoscere il suo stato d’animo ancora oggi. Barcollavi, avevi un mezzo sorriso stampato in faccia, nessuna felicità a motivarlo. Tua madre ti accompagnò in camera, tu crollavi sul letto. Tuo padre rimase in piedi nel suo studio, fissando un punto della vetrinetta dove custodiva i preziosi libri approvati dal partito, su cui indottrinava le sue severe convinzioni, la sua devozione, ordine e obbedienza. Tua madre piangeva in cucina spesso, mentre tu ubriaco eri in giro a far casino e tuo padre in qualche bettola. La sua solitudine era spaventosa, la capisco. Cercava di calmare tuo padre, “è un ragazzo, diamogli tempo”. Tuo padre era deluso. “Non lo conosciamo, non sappiamo quale tara marcisce in lui”. Eri un figlio di puttana, preso in orfanotrofio. Tua madre scuoteva la testa, ricacciando le lacrime. “E’ nostro figlio e noi lo amiamo”. Finivi in galera per rapina o ricettazione o renitenza o rissa aggravata.

Tua madre sperava in cuor suo, malgrado tutto. Un giorno saresti cambiato, non accadde neanche sposando la prima moglie, che amavi davvero, come non hai mai amato me forse. O forse sì.

Tratto dal romanzo inedito La piccola morte

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

non trovo uno per me, dice la mia vicina

Noto il mio amico ebreo. Barbogio (termine superato), provato, avete letto il Libro di Giobbe? Ecco lui sembrava oramai trapassato, morto. E invece lo rivedo con una compagna, non troppo giovane, ma bella, elegante, giusta per lui. Passeggiavano stamattina, mano nella mano. Stamattina è un giorno di inizio di qualcosa. Il mio amico mi consolava dicendomi, nei momenti più bui: fiorirà il deserto. Si riferiva alla mia vita. Sono contenta che sia capitato a lui. Per la verità si sono “sistemati” tutti; il mio ex ha trovato il suo amore, il mio amico ebreo. Io no. Sono rimasta sola. Sono Joe di Piccole Donne, senza il suo professore maturo.

Sistemati: rende bene, lo diciamo in Sicilia, una volta almeno si indicava un passaggio preciso. Sistemati. Cunsati. Maritati.

La mia vicina di casa forse dovrebbe smetterla di lanciarmi anatemi del tipo: sei sfortunata come mia figlia. Non ti manca niente, dice, ma non trovi qualcuno per te. Dovrei cercarlo? No. Siedo sulla panca e mi guardo intorno. Al tempio c’è il sole che picchia, procedo oltre. Sento tutti gli anni che ho. Accadono i miracoli. Vorrei partire di nuovo. Penso a Parigi continuamente.

una storia polacca

Ancora qualche storia polacca affiora come un residuo naturale di una certa vita vissuta. Fino a stamattina, fino a qualche minuto fa persino, ho odiato il tempo speso ad aspettare, la scrittura, le chiusure che questa implica. Voglio smettere di scrivere. Non so più cosa scrivere. E invece eccomi qui, con una storia polacca che affiora come un residuo naturale di quel che sono stata.

Ero al tempio, popolato dalla solita gente, dal clamore misto, da bancarelle dedite al cattivo gusto, loro malgrado, ambulanti di orribili arredi finto stile impero. Un orrore diffuso in cui in fondo mi trovo perfettamente a mio agio. Su una panca siede K. polacco di Ostrowiec. E’ ubriaco. Era un amico di P. Era. Non si vedono da anni credo. Quando K. mi incontra ed è ubriaco, K. piange. Perché è ubriaco. Forse soltanto perché è ubriaco e l’alcol lo induce alla commozione. Qualche volta vorrei evitare il residuo di storie polacche che affiorano e così via. Al tempio, mi fermo tuttavia. K. ha un taglio vistoso sotto al mento, mi spiega che è stato uno sloveno, immagino anche chi sia, con un collo di bottiglia. E posso immaginare la circostanza, il caos, l’orrore appunto.

Bevo il mio caffè adesso. Penso: sono stata liberata dagli empi. Sì. Poteva andarmi peggio. K. Si gira e alza la maglia sui fianchi, sui reni, è pesto, nero, violaceo. Mi racconta altro orrore. Mi abbraccia, piange sulla spalla, lacrime sudicie, pietose. Ha bisogno di una donna, posso andargli bene persino io. Ma sei come un fratello, gli dico. Lo sai. Ci conosciamo da sempre, così mi sembra.  Lui ricorda tutto molto bene. Sono passati anni, oh mamma. Ero giovane. E P. gli chiese allora: dove la porto? Cosa vuole da me? Volevo solo un caffè, forse solo un po’ d’amore. Ero pazza. K. ricorda tutto. E piange ancora commosso ubriaco.