La lettera di Luba

Milano 11 dicembre 2010

Cara, cara, cara Veronica,

ho appena finito di leggere il suo primo romanzo. Vorrei subito chiedere scusa per il mio italiano. Sono solo una signora russa trapiantata da 15 anni in Italia. E sappia che ogni volta si imbattesse in un mio errore, io silenziosamente le chiedere scusa.

Leggevo da sempre, leggo molto e sono piuttosto veloce nel farlo. Per il suo romanzo invece ci ho messo due settimane. E non perché sia difficile diciamo “tecnicamente”. E’ scritto magnificamente. Il tema questo sì che mi lacerava l’anima perché nonostante non sono mai stata una profuga, rimango pur sempre un’immigrante. E si sa che il pane dell’immigrante è sempre amaro.

Fui sposata con un italiano e anni fa mio figlio, all’epoca neanche ventenne, davanti all’ingiustizia nei nostri riguardi mi ha chiesto con rabbia “perché?”. Cosa potevo rispondere? “Perché siamo immigranti”. Lui si è quasi offeso: ma noi non siamo immigranti! Intendendo “non siamo illegali”. Ho precisato: non siamo profughi tesoro, ma immigranti sì.

Sono piuttosto timida, ma capace anche di diventare forte e nonostante ciò non avrei mai trovato il coraggio di avviarmi sul terreno di clandestinità. Non ho intenzione di raccontarle la mia vita. Volevo solo spiegarle fino a che punto sono dentro la sua storia. Volevo dirle grazie. Lei ha scritto un romanzo meraviglioso: meraviglioso nello stile, meraviglioso in questo avanti-indietro della storia, meraviglioso nel linguaggio, in questo straziante monologo-preghiera. Non era suo intento immagino scrivere per una lettrice praticamente profuga, ma le dico senza vergogna che mi venivano lacrime agli occhi. Mi soffermavo, guardavo la sua foto. Lei ha un viso bellissimo, intenso. Per me un volto espressivo sia delle donne che degli uomini valeva sempre molto più della semplice bellezza. Mi dispiaceva di non poterle parlare. Sono persona schiva e abbastanza introversa. Scrivere ad una persona sconosciuta per me è una roba ardua. Ma adesso all’età di 62 anni mi sono detta “allora bellezza, adesso ce la farai o come sempre?…”. E così le scrivo. Morirei di vergogna se lei si annoiasse leggendo queste righe(…)

(continua)

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