Monthly Archives: July 2015

quel tizio che adesso odio

Ho dimenticato la desolazione di questo inverno. Ma come ho fatto a ridurmi così per un tizio che penso sia il peggiore dei narcisisti. Odio questo tizio. Lo odio tutte le mattine quando sono costretta ad assumere il farmaco della serenità, dell’equilibrio. Se ne andasse a fanculo. Quel tizio ha soltanto lasciato che esplodesse un dolore marcio, da tirar via come una brutta radice, così leggevo tra le pagine di un saggio di un mistico Sufi. Dovrei avvertire la moglie: sa signora, suo marito passa le notti in chat, cerca sesso credo, lo spaccia per qualcos’altro. Se lo tenga buono, signora. Lo faccia scrivere tranquillo e lei signora continui a tradurlo. A bientot.

Nel frattempo per me non è mai esistito, idiota. Sono molto arrabbiata oggi. Faccio un mucchio di errori. Ho una vita insulsa o disordinata. Sono distratta, dimentico tutto. Dico molte bugie, ho strane relazioni virtuali con molti uomini. Non mi piaccio più o più che altro non mi capisco più, qualora fossi mai riuscita nell’avventura. Giudicatemi, ne avreste motivo.

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l’amore?

E’ una psicosi, mi hanno detto. L’amore è una psicosi perlopiù, ma soltanto quella che maldestramente riusciamo a gestire in una relazione con implicazioni sessuali. Cioè l’amore dovrebbe essere un’altra cosa, con aspirazioni ascensionali. Un giorno un tizio mi ha scritto in una dedica al suo libro: accontentati di essere l’infinito. Mi accontenterò. Sto forse diventando lo zimbello del web? Nel senso: un giovane del Kuwait o pakistano (devo capire) sembra si sia innamorato di me. Sì, perché no? Comunque scrive da giorni, pubblicamente, le sue dichiarazioni appassionate. Ci sarà un che di psicotico. Bé sì. Né più né meno in fondo di quel che capita in relazioni non virtuali. Innamorarsi è una psicosi, in special modo quando non si è corrisposti. Ok niente di nuovo, riferisco quanto sta accadendo. Dopo Sasha, dopo la sua viltà o crudeltà, lui che sembrava voler spostare le montagne per me, salvo scoprire i suoi tre matrimoni e salvo sparire nel momento in cui avevo deciso di fidarmi; ecco dopo Sasha, sono stata in fondo risarcita con la lusinga. Dicevo su facebook sono forse diventata un po’ mio malgrado la Colette de La vagabonde. 

ancora deserti a Mazzarruna (da Christiane deve morire, Gaffi editore)

La domenica pomeriggio c’era la discoteca.  Uscivamo con gli altri compagni, li chiamo compagni, non erano amici, non erano conoscenti, erano compagni di qualcosa. Ci vedevamo in discoteca, era squallida come la Haus der Mitte nella Lipschitzallee di Gropiusstadt, sotto le ombre di privè rudimentali, luoghi segreti dedicati al nulla in definitiva, oppure sedevamo sui divanetti, trattenendo la rabbia o la gran tristezza o la solita noia, che ogni male mi ha cagionato, ogni avversità, ogni intuizione.

La noia non salva, ma non dobbiamo sempre aspettarci qualcosa dalla forma che prendono le cose, da quel che ci mostra la vita? Eppure sì, non siamo buttati a caso nella trama delle cose, abbiate pazienza.

Cetty sceglieva i compagni che bevevano o si facevano come lei, era davvero deprimente immaginarla spartirsi a giro la bottiglia grezza, il vino o la roba tagliata male. Cetty era una donna, si era innamorata,  di un buzzurro malfatto che ce l’aveva col mondo, si faceva, come gli altri, e stava anche con un pederasta, un tizio, un vecchio, che la pagava bene, diceva che l’amava.

Certe volte litigavano, Cetty faceva a botte con quelli delle case, nella collina di cemento, figuriamoci con un vecchio pervertito, roba da non crederci. Ero indignata, cacchio Cetty fai la donna, lei sputava per terra. Aveva ragione, faceva un po’ tutto ribrezzo, cattivo odore, tutto sbiadiva, gli uomini scoloravano nelle loro impudicizie, nelle loro innominabili defezioni. Faceva un po’ tutto schifo, sì.

Quando pioveva, il mare delle case di lamiera era grigio e schiumoso. E a noi piaceva il mare delle case e anche la pioggia, a noi, a me, Cetty, i compagni, piaceva fumare e pensare a qualcosa che avesse a che fare con un futuro, il futuro era sempre da un’altra parte. L’odore della terra evaporava dalle steppe, rigagnoli debordavano le acque sporche, il colle era stentoreo, lucido, Mazzarruna, si chiamava quella collina, era indulgente talvolta con i suoi piccoli uomini, provati e miseri.

Mazzarrona, i miei deserti

Mazzarruna, i miei deserti

Cetty  non aveva finito le scuole superiori, gli altri avevano la terza media. Ma io desideravo la libertà,  pullover con il collo morbido di lana, tracolla e mocassini da ragazzi perbene, una mensa di studenti. Gli altri mi venivano dietro e sorridevano, facendo sì con la testa.

Cetty, chiedevo, tu cosa farai un giorno?  Cetty sorrideva e pensava a una risposta giusta. Gli altri ridevano per colpa del fumo, perché non c’era niente da ridere. Io, spiegavo, io vorrei fare la scrittrice. Così ridevano, per colpa del fumo.

Cetty covava la stessa disperazione dei sensi, una così efferata ripugnanza della vita meschina e ordinaria, tale da renderla del tutto simile a un personaggio letterario oppure a un’eroina ottocentesca. Pensavo a lei come all’Andreina di Moravia de Le ambizioni sbagliate. Era nata per lasciare agli altri il tedio e la moralità, in lei piuttosto bruciava l’ebbrezza di un disordine morale tanto da assoggettarla a un suo disinibito Olimpo; per me Cetty era la peggiore delle donne eppure anche la migliore, e meritava la nostra invidia. Scendeva le rampe del falanstero di quella periferia lurida e abietta cospargendo gli altri, la medesima aria che respiravamo noi o i negletti delle case di Mazzarruna, più neri più sporchi, di una nuova levità.

Cetty era perduta però e lo sapevamo. Soltanto che lei il tipo con la roba lo aspettava in Audi certe volte,  con uno spezzato di lana chiara, il cerchietto serrato sui capelli sottili, un’eleganza inopportuna tutto sommato. Preparava la sua dose con mani eleganti, crollava nel suo sonno mortale con la medesima grazia con cui scendeva le rampe, saliva in auto, apriva la porta di una boutique di abiti di buona sartoria.

Di Cetty si raccontavano storie terribili, era tanto giovane e nello stesso tempo tanto compromessa. Aveva un amante, ancora uno. Le dava la cocaina o l’ero e gli abiti di ottima fattura che indossava di solito, le dava i soldi, la manteneva. Invidiavo la sua amoralità, la sua disinibita incoscienza, il suo modo a parte di sopravvivere, la sua lenta irrevocabile condanna del resto, ogni dettaglio che attenesse al resto, l’ordinarietà e le sue stesse aspirazioni borghesi. Filippo diceva che la madre era uguale, che erano donne pericolose, che gli uomini poi impazzivano, che era meglio evitarle. La madre teneva i capelli raccolti sulla nuca, e a noi sembrava una megera, vestiva di scuro,  aveva fatto la vita, Cetty era perduta per colpa sua. Aveva la stessa disperata acrimonia verso il resto, ecco tutto, era come Andreina de Le ambizioni sbagliate, pallida e fremente al centro del suo modico vellutato canapè, la immaginavo così, in un vestito scuro e sbracciato, proprio come Andreina di Moravia, vinta dalla sua ingovernabile solitudine, la più avida, la più oscena. E gli uomini nelle sua mani erano stracci, erano ridicoli. Cetty la immaginavo in sottoveste su un lungofiume, come Andreina. Lei voleva ammazzarsi, Cetty non lo faceva mai. E poi c’era Massimo. Oggi non ricordo nemmeno che faccia avesse,  o cosa sia stato per me, in quegli anni, terribili, intendo Massimo delle case col tetto di lamiera. Quelli erano gli anni della noia, del nulla, li temo ancora. Le strade erano nere, irregolari, finivano su terreni incolti, ingannavano vecchie mulattiere e non seguivano alcuna logica, alcun sentiero. La gente delle case di lamiera era diffidente, scura in viso, propensa alla lite; le donne urlavano dai balconi, inveendo l’un con l’altra per ragioni minime, piccole banalità.

I ragazzi avevano l’aria sparuta, neanche fossero stati trascinati apposta in quel mondezzaio, sorpresi a viverci, ingrati come chi sa di dovervi recuperare il maltolto. I ragazzi si bucavano perché c’erano le case gialle e i pusher stavano tutti lì. Qualcuno ne veniva fuori, qualcuno evitava di finirci con la roba, chi ci riusciva lavorava da ambulante al mercato, o in campagna con il padre, sempre troppo vecchio. In periferia si era sempre troppo vecchi per qualcosa. Chi ci riusciva diventava un ricetta da grande.

Massimo invece piaceva a tutte. A pensarci era soltanto uno triste, chino sulla vespa. Avevo aspettative elevate, gli uomini che incontravo erano ragazzi, e io pretendevo che fossero uomini. Dovevano somigliare ai personaggi dei libri che leggevo, cercai Renaud, il suo amore scandaloso, negli anni in cui avrei incontrato solo muliebri incerti sul da farsi, ma erano adolescenti. Cercavo l’anarchico Renaud che raccontava la Rochefort in un pocket Longanesi del 1962, Il riposo del guerriero, era di mio padre. “Il romanzo che ha fatto arrossire la signora De Gaulle” campeggiava sulla fascetta di copertina.Christiane deve morire

La sua diseducazione mi aveva sedotto, benché Renaud forse non era nemmeno bello, era imperfetto. Quando in certi film americani, o in certe sceneggiature un po’ paracule, sentivo frasi del tipo i libri sono pericolosi, rabbrividivo. Era facile, ero giovane, l’enfasi studiata in quell’epitaffio era vera e esaustiva. Massimo doveva riassumere i personaggi di tutti i romanzi letti da ragazzina, sottratti alla libreria di mio padre, alla sua attenzione.

I libri sono pericolosi. Quando Massimo dimenticava di salutarmi, gli urlavo con l’enfasi dell’epitaffio: i libri sono pericolosi! La motoretta faceva un rumore orribile. E ancora urlavo citando a memoria la Rochefort: “L’edonismo è la più immonda delle dottrine, meriti che ti si sputi in faccia”. Massimo non si girava nemmeno, idiota.

dopo Sasha

Lo chiamo con il suo nome vero, il diminuitivo Sasha. Non so se lui mi legge, ancora, casomai anche quando parla e legge sei lingue, tranne l’italiano. Non capirà, meglio per lui. Non era un grande amore Sasha, lo scrittore di Grudno, sono tentata di rivelarvi l’identità, lo meriterebbe. Soltanto che oramai ho dimenticato e non me ne faccio nulla e sono troppo pigra per dichiarare guerra, odiare. Non ho amato nessuno, potevo amare Sasha così come Farshid persiano, in appena due giorni. Ma succede perché sono io a generare un uomo che non esiste. Così i miei amori sui social durano due settimane al massimo, due settimane intense come l’eternità. Ma poi finisce tutto. Le dinamiche sono sempre le stesse. Un uomo si dichiara, costante e appassionato, e infine voilà, sparisce. Non soffro più. Da Sasha a Farshid, non so chi siano, veramente, se non la mia proiezione. Io e soltanto io sono capace di ingenerare la passione, inventarmi un uomo che non esiste e per questo amarlo tantissimo e non amarlo affatto. Non posso cambiare, malgrado non sia una bambina. Sasha mi chiamava little girl, Farshid: my good soul. E io nel frattempo ho viaggiato forse, visitato paesi lontanissimi attraverso le parole di uomini conosciuti in questi non luoghi chiamati social.

Christiane deve morire (dal settimo capitolo)

Al genio compete l’eternità, prima degli altri.

Ero sicura di non esserlo. Ma le parole mi giravano in testa, ero sotto assedio. Poi mi accorsi che quando mio marito decise di andarsene io non avevo il sospetto, niente. Stava già succedendo e non me ne accorgevo, qualcosa scivolava  verso la fine, poi le ginocchia vacillarono ed era andato via. Stabilì un lutto protratto, mio marito. Che cominciò il giorno ics. Ricordo che giravo per scomparti in centro commerciale, sentivo il soul, il ritmo era diverso, quel giorno, era adatto a noi, we only said goodbye with words, i died a hundred times. Trascinavo il carrello verso i detersivi. Guardavo al mio fianco l’uomo avanzare, era sereno, fischiava, era soul. Le luci erano finte, nemmeno i lumini di Natale irroravano tanto rammarico. Rammarico, non mi confondo, non dico rimpianto, non ancora e non allora. C’era sempre un odore, i polli giravano nello spiedo, facevano angolo con il reparto della frutta. Io ero una moglie. Back to black, cantava Amy Winehouse. La voce mi arrivava complice, a ognuno certe stupide nostalgie  che la vita adesso, vedrete, speronerà, una per una. C’era il senso di tutto, allora, avevo in mano uno sbiancante, l’uomo al mio fianco fischiava. Era mio marito. I love you much/it’s not enough/. Anche d’estate il centro commerciale era il mio tempio pagano: restiamo dentro, supplicai l’uomo al mio fianco, che era mio marito. Fuori è il nulla, sai? I nostri errori si fermano davanti alle porte automatiche e non salgono in scala mobile. Noi sì, noi siamo la pietra di scarto. Sentivo uno strano odore. Sono tranci di pollo o forse è la vita degli altri. L’uomo che avanzava di fianco mise la sua mano sopra la mia. Era mio marito.  E la gente tutto intorno era migliore, soltanto perché sentivo lei, Amy, il soul, la mano di un uomo sulla mia, l’ammorbidente riposto dov’era sempre stato. Ma mi voltai di colpo, e supplicai in silenzio: non usciremo mai più da qui, ok? Questo è l’unico tempo che avrà desiderio di noi, il tempo che la ragazza batterà in cassa. You go back to her /And I go back to /. Sarebbe anche arrivato Natale, ma, ehi, Natale è lontano, mancano mesi.  E si consumeranno le possibilità di salvezza, ne son sicura proprio adesso, mentre lui, l’uomo al mio fianco, prova un brutto dopobarba sul polso. Mio marito. O forse scopriremo che la vita sarà nostra, dove ci pare, e lei, Amy, canterà ancora, sullo sfondo la puzza di pesce andato e i tranci di pollo sullo spiedo, accanto ai comparti della frutta. L’universo si ricompone, noi saremo la pietra d’angolo. Lui annuiva, lui, l’uomo, mio marito. Il mio piccolo cuore, pensai. Nutrirai il dolore, lo farai per sempre,  non illuderti. I go back to. I love you.

                                                       ***

Quell’uomo in Caritas, col tozzo di pane in tasca. Non so, non era un rom o forse sì. E nondimeno, sentivo la stessa fuggevolezza che parlava un’altra lingua. La stessa, mesta, ingannevole, di mio marito. Mio marito era lo sradicato.

Notai l’innocenza di un geco che camminava, incerto, sul bordo della vasca. Mi venne in mente Eugenio. Non avrei mai amato Eugenio, no mai, mai. Sei sicura? Lo scorso anno ho amato uno storno muliebre finché ho potuto: era gentilezza, nel suo piccolo corpo sgraziato e malato. Perciò su Eugenio ho alcune riserve. Ma mio marito era altro, era la perfezione, la bellezza dei mandorli in fiore già a febbraio sulla provinciale. Il tamarindo a spiovere sul rudere sopra il colle del Temenite.  Quando l’uomo in Caritas col tozzo di pane in tasca raccolse il candito, osservando la linea della sua schiena che si incurvava, ebbi la prontezza di sconfessare la mia speranza, non era mio marito. Ma cosa sarebbe cambiato? L’illusione di un ripensamento, un perdono, un ritorno. Il capo mi invitava a farmi da parte e smetterla di mentire. Ai rom, dico io, al mondo. Tutto è stato già raccontato, ogni stoltezza. Si finisce a mettersi di lato come i barboni, a forza di parlarne: compresi che tutto congiurava allo scopo. “Non sai stare in questa vita, in questo cazzo di posto”  urlava il capo.

In fondo, capo, ho sempre spiato la vita degli altri. E allora? Sono anni che non tengo un diario, ed è un’esperienza tornarvi da mestierante. Il capo urla, urla sempre. Io e il capo ci capivamo male. Ma capo, avrei detto, capo io ho ospitato la vita, quel che è stata la vita per me, raschiando il fondo del barile. Le basta?  Dalla finestra guardavo al piano di Eugenio, poi cambiai stanza. “E’ il tuo giorno” pensai, immaginando mio marito seduto accanto a me, sul divanetto di pelle della sala d’ingresso. E’ il tuo giorno, sì, scorgo qualcosa che ti ricorda. Mi alzai e scostai la tenda rigida, guardai giù. C’era una donna al centro della carreggiata, ferma sulle strisce fissava smarrita, lontana lei stessa, nel senso opposto alla direzione di marcia. Christiane deve morireEra una donna di colore, scura, araba forse. Avrei desiderato dibattere con lei, mi dica, sa lo spaesamento, sa c’è un ottavo giorno, l’ottavo giorno?

Capitolo decimo. I compagni della valle.

Ancora un Capodanno nelle valle di periferia. Musica acida squarciava l’aria malsana della campagna dove si insinuavano condotte scoperte di acque nere. Catapecchie di lamiera si ergevano in quella terra stanca e inutile, ingrata verso uomini troppo sudici per accampare qualsiasi diritto. La musica proveniva dallo stereo posizionato nella baracca dove i tossici andavano a farsi le “spade” di ero. Cetty indossava una gonna di lana vinaccio, una giubba scura dello stesso tessuto, sotto non portava nulla, nemmeno il reggiseno. Le gambe erano nude. Calzava ballerine rosa, ricordo. Il rosa era il suo colore preferito. Ero incantata. Era la morbidezza, la pelle bianca, il disfacimento inesorabile, la sua defezione commovente a incantarmi. Ed era commovente l’irruenza di quei compagni nell’aspettare la fine, senza temerla, senza giurarci che avrebbe rispettato accessi di sventura e antiche promesse. Alfredo mi guardava fisso negli occhi,  poi disse con la bocca impastata: usi parole troppo lunghe. Sparì nel retro della baracca. Cetty parlava solo quando occorreva, se era fatta non le prendeva la loquacità. Agli altri sì, riappacificati con l’universo, agli altri si appiccicava la logorrea. La loquacità era una balla, una delle tante che l’eroina sapeva molto bene raccontare ai suoi frequentatori. Dalla musica arrivava la voce del leader degli Smith, Morrissey, cantava Bigmouth strikes again. Alfredo si era calato l’acido, era in viaggio. Filippo vomitava in un angolo. Cetty fumava poggiata alla parete della baracca. Altri zombie ballavano o si dimenavano fuori, ombre rivelate appena dalla luce gialla dei pochi lampioni. Cetty sembrava a posto, nell’unico luogo confacente ai suoi desideri, era un merdaio, ma lei era bella e dignitosa. Non l’avevo mai vista stare male, di solito vedevo prima i barellieri e la sirena dell’ambulanza. Era andata in overdose parecchie volte, era una pietra, si riprendeva subito, anche senza il narcan. Nella valle, il suicidio era una pratica costante. A volare giù dai casermoni erano stati in tanti, ragazzini, adulti, vecchi. Senza una ragione concreta, se non per la ragione assoluta di essere fogna. E mai un biglietto con una spiegazione: tanto lì erano tutti senza scuole. Si finiva a volar giù da un piano qualsiasi nella valle. Oppure c’era chi si lanciava sotto il treno che correva tra i canaloni di fogna e il mare ingannevole delle fabbriche. E mentre accadeva tutto ciò, dall’oblò di un androne, il tossico teneva stretto il laccio, la siringa di insulina tra i denti, una riga di sangue rosso sulla guancia. Sangue a colare, dal cielo, verso il mare, a imbrattare androni e case alveare e la faccia della gente stanca, annoiata, lontana.Christiane deve morire

Una volta Alfredo mi chiese: “che odore fa la vita?”. Non lo so, di quale vita stiamo parlando? Io non faccio altro che spiarla la vita, ed è sempre quella degli altri; non so, quale profumo? Contavamo i giri del palazzo col motorino sbrindellato. Faceva un sacco di rumore. Due giri attorno ai portici, dove i tossici aspettavano impazienti, su e giù. Intuivo il loro pallore, le labbra viola, le fitte ai reni. I brividi.

Alfredo si sentiva un gradino più su. Mi disse: “Stanno a rota”.

“Lo so” risposi.  Ma i ragazzi del Bahnhof  Zoo stavano peggio.  Volli scendere, fammi scendere, fermati, urlai ad Alfredo che accelerava e rompeva i timpani con quella maledetta marmitta bucata. Scesi. Attraversai i portici, entrai nella campagna coi canaloni di fogna, vidi il mare e la baracca di eternit. Notai Cetty con un tizio, un vecchio. Le toccava il culo, lei sbottonava la camicetta. Entrarono. Tolsi lo sguardo e scappai via. Presi l’autobus, evitai i compagni della valle,  Alfredo, e tornai a casa.

Misi le cuffie alle orecchie, ascoltavo Eros. “Nato ai bordi di periferia..”. Cercavo di piangere, le lacrime e una certa compassione su cui eleggermi sovrana indiscussa. Cercavo tristezza, mi serviva per dare un senso alle cose.

In casa trovavo un silenzio scuro, asciutto. La mia cameretta di bambina, il copriletto ruvido che puzzava di naftalina, le tende ingiallite, un vecchio poster di Miguel Bosé al muro. I miei libri sparsi sul banco che serviva da scrittoio. Mi sedetti sulla sedia dura, senza imbottiture, davanti la finestra. Guardai fuori, altri balconi, altra vita, forse migliore della mia.  Mio padre lavorava in fabbrica, mia madre parlava poco. Tutto intorno c’era un freddo ostile e usurato. Forse ero innamorata, non so che razza di amore fosse, ma forse lo ero. Un amico di Alfredo, si chiamava Massimo, era lui il mio segreto. Si bucava. Era malinconico, dicevano che si bucava perché aveva perso il padre quando era ancora un bambino. Dicevano che una volta si era fatto addosso per questo, davanti ai compagni. Fu segnato dalla vergogna. Cominciò a bucarsi, a sedici anni. Io mi innamorai di questo giovane che vidi con Alfredo nella baracca di eternit iniettarsi eroina e sorridere. Un sorriso dolce e mortale. Ehi, aspetta, sai che è un miracolo? Sai, potrei amarti, sai?

Invece non dissi nulla. Alfredo tirava su il sangue nero dall’avambraccio, aveva ancora vene buone. Slegò la cinta, anche Massimo legava il braccio con la cinta.

Massimo chiese: “Sei di qua?”.

No, dissi e abbassai lo sguardo. Ero innamorata. Certo, che bella cosa. Ero innamorata di un tossico che prima o poi sarebbe finito in overdose. Massimo aveva una vespa cinquanta, bianca.

“Sali?”, mi chiese con aria stravolta. Così, mi abbracciai a lui, come se non avessi fatto altro nella vita che abbracciare Massimo. Uscimmo dalla valle, lasciammo dietro di noi le case col tetto di lamiera, i suoi tristi abitanti, Alfredo e la sua faccia sorpresa. Alfredo mi urlava qualcosa, non capivo. Non mi girai, tenendomi più stretta al giovane magro e malinconico che guidava senza fretta. Massimo amava  gli Smiths.  “Sweetness, sweetnes / I was only joking when i said i’d like to smash every tooth in your head/”. Big Mouth Strikes Again. Cantava bene, aveva una bella voce. Mi portò su un colle che stava al centro della città, dominando il teatro antico, una cavea millenaria. Il colle era recintato, ai fianchi si faceva largo la città urbanizzata e volgare. Lasciammo la vespa in strada. Scavalcammo il cancello di ferro e ci infilammo in un giardino di ulivi. Massimo camminava davanti e mi dava la mano. Mi abbandonai a quel giovane, a quella mano, a quel colpo di reni che la vita pareva mi stesse regalando senza preavviso. Provavo qualcosa di simile all’amore, una segreta costernazione perché da me, dal mio algido travestimento proprio non me lo aspettavo. Finimmo sotto l’ombra dell’ulivo più in cima, una specie di outsider, possente e sicuro di sé. Conteneva un’incavatura ed è lì che ci nascondemmo. Mi baciò subito, non usò parole, preliminari, mi baciò. Fu un bacio intenso, che mi fece tremare. Massimo aveva le pupille di spillo. Le pupille di Christiane del Bahnhof  Zoo. Non credo si fosse mai bucato sul collo, come quel tizio nel bagno degli underground di Berlino, come scriveva Christiane nel suo diario. Dovevano bruciarlo quel diario. Massimo non poteva amare, non sapeva amare; questa balla circolava tra i compagni nella valle di periferia,  a scanso di equivoci parava Massimo da qualsiasi responsabilità.

“Non sai amare?” domandai stupidamente, avvinghiata al suo costato fragile sotto l’ombra dell’ulivo.

“Secondo te, cosa sto facendo adesso?” . Ecco, allora ci guardammo, fu spaventoso. Ci spingemmo nel luogo dove la nostra felicità avrebbe bussato ancora e ancora inutilmente.

Massimo era calmo, strafatto di eroina, e io ero lì. Ad aspettare che il suo amore lo diventasse sul serio. Ci baciammo ancora e fu nostalgia.  Avrei perso anche quell’amore, l’anticipo sul resto che sarebbe sopraggiunto, molto dopo. Era quasi sera e dal colle il tramonto calava violaceo e crudele.  Il giovane che ora mi dormiva sulle gambe era il preludio di un amore; era straniero perché veniva dalla notte dei tempi, dal mio primo vagito, dagli abissi sotto gli oceani; dal luogo dove la felicità avrebbe bussato ancora e ancora.

Mi aspettava  sotto i portici delle case di periferia. Il pomeriggio correvo da lui febbricitante, era l’amore, era un preludio d’amore. Alfredo era in attesa del tipo con la roba, veniva alle tre guidando una motoape grigia con le cassette di frutta stipate nel retro. Massimo prendeva la roba nella piazza di un rione di borgata; quando ci vedevamo lui non aspettava nessuno, lui si era già bucato. Alfredo a rota non ci dava retta. Cetty litigava spesso con Filippo u pazzu. Poi Filippo sarebbe morto.

Avevo trovato l’amore. Ogni pomeriggio con Massimo in vespa raggiungevamo il giardino di ulivi. Per giorni e settimane, capivo che l’amore era l’attesa, era un preludio che non esaudiva me, Massimo, era una promessa, qualcosa che sarebbe stato. E non ci fu il tempo.

“Tutti dicono che non hai cuore” sussurrai durante uno dei nostri incontri. Sedevamo sotto il tramonto violaceo e crudele del colle, nel giardino degli ulivi.

Massimo non mi guardava, fissava un punto lontano, e io pensavo che il mio amore avrebbe per forza dovuto guardare un punto lontano, con la medesima intensità.

“Il cuore? Cosa significa il cuore? Se hai saputo soffrire, hai saputo amare”  disse brevemente, scocciato.

“Scusa” lo strinsi forte a me. Massimo mi allontanò e si alzò in piedi.  Notai che tremava, stava a rota.

“Andiamo?”

Massimo annuì.

“Massimo…”

Si voltò senza curiosità.

“Un giorno mi amerai?”.

Fece sì con la testa e tremava.

Tornammo nella valle di periferia. Trovai Alfredo che vomitava bava, Cetty china su di lui che non voleva andare in ospedale.

“Che cazzo” imprecava Cetty, con una camicetta leggera e trasparente tutta sgualcita, la gonna un po’ sollevata, arrivava dalla baracca dove si era fatta il buco.

“L’hanno tagliata male” disse Massimo, cupo.

“E’ sempre lo stesso tipo” aggiunse Cetty  senza sollevarsi. Teneva la fronte di Alfredo. Eravamo nel cortile interno del casermone lurido e sgretolato. I ragazzini giravano su vecchie bici arrugginite e urlavano, giocando. Alfredo non la smetteva di sbavare. Temevo che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui avrei visto Alfredo vivo. Invece si riprese.

Filippo smaniava oltre, aveva preso un acido ed era in trip. Cetty mi salutò con un pizzicotto sulla guancia, un bacetto sulle labbra a Massimo e si avviò verso la sua vita di femmina, misteriosa, morbida, disinibita. Alfredo accese una marlboro, mi guardò senza occhi.

“Ti è andata bene anche stavolta” dissi.

Massimo mi consigliò di tornare a casa.

“Vai”.

Tornai a casa. Tornai a piedi, ci misi parecchio. Ero nauseata, ma pensavo a Massimo.

L’amore perde sempre, mi hanno detto.

Ci vedevamo tutti i pomeriggi. Trascurai i compagni delle case col tetto di lamiera. Alfredo lo salutavo a stento, ero troppo presa da altro. Alfredo stava sempre peggio. Cetty, Filippo u pazzu, frequentavano una piazzetta di borgata. Con Massimo era pressappoco amore. Ma l’amore perde sempre.

Quel giorno sotto i portici nella valle di periferia non c’era Massimo ad aspettarmi. C’era la sua vespa bianca. Non c’era Alfredo, non c’era Cetty, solo i ragazzini con le bici sgangherate che non urlavano però. C’era silenzio. Mi guardai intorno, la polvere si alzava dal selciato lurido, la strada di bitume in lontananza con la luce del sole vibrava come uno stagno, un rigagnolo. Musica napoletana proveniva dai piani bassi del casermone alveare. Notai il walkman di Massimo, per terra. Lo presi, lo misi alle orecchie, suonava ancora, frusciava un pochino, erano gli Smiths. Massimo.

Sospirai, mi scesero le lacrime annunciandomi la disfatta.  Aspettai per ore, fino a sera, che tornasse da me. Alfredo e Cetty li vidi che erano già passate le otto, si avvicinavano a passi brevi. Si salutarono davanti all’androne perennemente buio, non si accorsero di me, seduta sulla sella della vespa di Massimo.

“Ehi”

Si voltarono, strafatti.

“Alfredo mi tese le braccia, con una lentezza esasperata. Capii subito. Dissi solo, balbettai solo: “Massimo dove sta?”. Ma sapevo ogni cosa.

L’amore perde sempre.

“E’ caduto qui” provò a raccontare Cetty, la voce stanca, indicando per terra. Proseguì: “E’ caduto, era tagliata male, l’abbiamo presa in piazza. Si era fatto mezzo grammo. Dovevate vedervi, vero? Era felice, ti giuro, era felice”. Guardavo la sua gonna sgualcita.

“Voleva smettere, quella di oggi era l’ultima”  aggiunse Alfredo.

Si era bucato con Filippo. Filippo u pazzu era in ospedale, ancora. Ma tanto sarebbe morto anche lui, a distanza di un paio di mesi. Ecco fatto. Levai il walkman dalle orecchie, lo consegnai a Cetty.

“Tienilo tu” le dissi, chissà poi perché.

“Conserva la cassetta, sono gli Smiths, piacciono pure a te” dissi.

Alfredo accese una sigaretta, fece uno sguardo preoccupato.

“E’ a posto”  dissi.

Lui allungò la mano, per una carezza. Mi allontanai di scatto. E’ finita, l’amore, oh, l’amore. Dovevamo dirci ancora alcune cose, per esempio perché dopo il bacio sotto gli ulivi, sul colle sopra la città, Massimo aveva guardato oltre, lontano, perso, forse non gli piacevo più?  Doveva raccontarmi del padre, di quando era morto e di quando a scuola per il dispiacere e la vergogna si fece addosso. E fu segnato.

La periferia è sempre un’istigazione al suicidio, quel tipo di periferia, dove non c’è orizzonte, al limite serpentoni di cemento e come golem mostruosi gorghi neri del gas di scarico delle automobili e una certa fissità nelle cose, nella vita intestina della sua gente.

Per strada non c’erano passanti, fosse sera o mattina, gli stradoni di periferia sono sempre vuoti. La gente marcisce tra le mura della propria sbrindellata casa, magari con un mozzicone incollato al labbro, la pancia dura, un tanfo di piscio tutto intorno, come da Alfredo.

Di Massimo mi rimase poco, appena il suo sapore, per alcuni mesi lo ebbi con me, con un grande sforzo di memoria. Mi rimase il suo walkmann e l’angustia delle sue canzoni. E fu un preludio che mi abbandonò distrattamente. Un battito di ciglia e via, finita, finito l’amore.

Christiane deve morire, Gaffi editore, 2015.

il destino del nuovo romanzo

Aspetto che accada qualcosa. E qualcosa accade sempre. Leggeranno il nuovo romanzo, la casa editrice mi piace, tuttavia non alimento illusioni. Mi è venuto in soccorso un consulente editoriale che stimo molto, un ottimo scrittore peraltro. Ha preso il testo, lo ha proposto.  Credo che questo sia il mio romanzo “definitivo”, quello che dovevo scrivere, ancor più di Sangue di cane. Vi ho detto ne è un po’ il sequel, ma la storia si sgancia presto e illumina solo lui, il polacco. Vi ho già raccontato. Se dovessero rifiutarmi ancora una volta, la mia agente lo sa, lo pubblicherò a puntate nel mio blog. Non è una soluzione di comodo, è proprio l’idea che mancava. Dunque se dovessero rifiutarmi non ne farò una tragedia, so come agire. Le cose accadono. Come l’amore. E io devo innamorarmi sempre altrimenti muoio di noia. Ed è un mio problema: la noia. Stamane ho ricevuto una proposta fantastica, ne avevo terribilmente bisogno, ovvero un’agenzia che si occupi di me: promozione, stampa, comunicazione sui social. Ho accettato. Sono ancora incredula.