Capitolo decimo. I compagni della valle.

Ancora un Capodanno nelle valle di periferia. Musica acida squarciava l’aria malsana della campagna dove si insinuavano condotte scoperte di acque nere. Catapecchie di lamiera si ergevano in quella terra stanca e inutile, ingrata verso uomini troppo sudici per accampare qualsiasi diritto. La musica proveniva dallo stereo posizionato nella baracca dove i tossici andavano a farsi le “spade” di ero. Cetty indossava una gonna di lana vinaccio, una giubba scura dello stesso tessuto, sotto non portava nulla, nemmeno il reggiseno. Le gambe erano nude. Calzava ballerine rosa, ricordo. Il rosa era il suo colore preferito. Ero incantata. Era la morbidezza, la pelle bianca, il disfacimento inesorabile, la sua defezione commovente a incantarmi. Ed era commovente l’irruenza di quei compagni nell’aspettare la fine, senza temerla, senza giurarci che avrebbe rispettato accessi di sventura e antiche promesse. Alfredo mi guardava fisso negli occhi,  poi disse con la bocca impastata: usi parole troppo lunghe. Sparì nel retro della baracca. Cetty parlava solo quando occorreva, se era fatta non le prendeva la loquacità. Agli altri sì, riappacificati con l’universo, agli altri si appiccicava la logorrea. La loquacità era una balla, una delle tante che l’eroina sapeva molto bene raccontare ai suoi frequentatori. Dalla musica arrivava la voce del leader degli Smith, Morrissey, cantava Bigmouth strikes again. Alfredo si era calato l’acido, era in viaggio. Filippo vomitava in un angolo. Cetty fumava poggiata alla parete della baracca. Altri zombie ballavano o si dimenavano fuori, ombre rivelate appena dalla luce gialla dei pochi lampioni. Cetty sembrava a posto, nell’unico luogo confacente ai suoi desideri, era un merdaio, ma lei era bella e dignitosa. Non l’avevo mai vista stare male, di solito vedevo prima i barellieri e la sirena dell’ambulanza. Era andata in overdose parecchie volte, era una pietra, si riprendeva subito, anche senza il narcan. Nella valle, il suicidio era una pratica costante. A volare giù dai casermoni erano stati in tanti, ragazzini, adulti, vecchi. Senza una ragione concreta, se non per la ragione assoluta di essere fogna. E mai un biglietto con una spiegazione: tanto lì erano tutti senza scuole. Si finiva a volar giù da un piano qualsiasi nella valle. Oppure c’era chi si lanciava sotto il treno che correva tra i canaloni di fogna e il mare ingannevole delle fabbriche. E mentre accadeva tutto ciò, dall’oblò di un androne, il tossico teneva stretto il laccio, la siringa di insulina tra i denti, una riga di sangue rosso sulla guancia. Sangue a colare, dal cielo, verso il mare, a imbrattare androni e case alveare e la faccia della gente stanca, annoiata, lontana.Christiane deve morire

Una volta Alfredo mi chiese: “che odore fa la vita?”. Non lo so, di quale vita stiamo parlando? Io non faccio altro che spiarla la vita, ed è sempre quella degli altri; non so, quale profumo? Contavamo i giri del palazzo col motorino sbrindellato. Faceva un sacco di rumore. Due giri attorno ai portici, dove i tossici aspettavano impazienti, su e giù. Intuivo il loro pallore, le labbra viola, le fitte ai reni. I brividi.

Alfredo si sentiva un gradino più su. Mi disse: “Stanno a rota”.

“Lo so” risposi.  Ma i ragazzi del Bahnhof  Zoo stavano peggio.  Volli scendere, fammi scendere, fermati, urlai ad Alfredo che accelerava e rompeva i timpani con quella maledetta marmitta bucata. Scesi. Attraversai i portici, entrai nella campagna coi canaloni di fogna, vidi il mare e la baracca di eternit. Notai Cetty con un tizio, un vecchio. Le toccava il culo, lei sbottonava la camicetta. Entrarono. Tolsi lo sguardo e scappai via. Presi l’autobus, evitai i compagni della valle,  Alfredo, e tornai a casa.

Misi le cuffie alle orecchie, ascoltavo Eros. “Nato ai bordi di periferia..”. Cercavo di piangere, le lacrime e una certa compassione su cui eleggermi sovrana indiscussa. Cercavo tristezza, mi serviva per dare un senso alle cose.

In casa trovavo un silenzio scuro, asciutto. La mia cameretta di bambina, il copriletto ruvido che puzzava di naftalina, le tende ingiallite, un vecchio poster di Miguel Bosé al muro. I miei libri sparsi sul banco che serviva da scrittoio. Mi sedetti sulla sedia dura, senza imbottiture, davanti la finestra. Guardai fuori, altri balconi, altra vita, forse migliore della mia.  Mio padre lavorava in fabbrica, mia madre parlava poco. Tutto intorno c’era un freddo ostile e usurato. Forse ero innamorata, non so che razza di amore fosse, ma forse lo ero. Un amico di Alfredo, si chiamava Massimo, era lui il mio segreto. Si bucava. Era malinconico, dicevano che si bucava perché aveva perso il padre quando era ancora un bambino. Dicevano che una volta si era fatto addosso per questo, davanti ai compagni. Fu segnato dalla vergogna. Cominciò a bucarsi, a sedici anni. Io mi innamorai di questo giovane che vidi con Alfredo nella baracca di eternit iniettarsi eroina e sorridere. Un sorriso dolce e mortale. Ehi, aspetta, sai che è un miracolo? Sai, potrei amarti, sai?

Invece non dissi nulla. Alfredo tirava su il sangue nero dall’avambraccio, aveva ancora vene buone. Slegò la cinta, anche Massimo legava il braccio con la cinta.

Massimo chiese: “Sei di qua?”.

No, dissi e abbassai lo sguardo. Ero innamorata. Certo, che bella cosa. Ero innamorata di un tossico che prima o poi sarebbe finito in overdose. Massimo aveva una vespa cinquanta, bianca.

“Sali?”, mi chiese con aria stravolta. Così, mi abbracciai a lui, come se non avessi fatto altro nella vita che abbracciare Massimo. Uscimmo dalla valle, lasciammo dietro di noi le case col tetto di lamiera, i suoi tristi abitanti, Alfredo e la sua faccia sorpresa. Alfredo mi urlava qualcosa, non capivo. Non mi girai, tenendomi più stretta al giovane magro e malinconico che guidava senza fretta. Massimo amava  gli Smiths.  “Sweetness, sweetnes / I was only joking when i said i’d like to smash every tooth in your head/”. Big Mouth Strikes Again. Cantava bene, aveva una bella voce. Mi portò su un colle che stava al centro della città, dominando il teatro antico, una cavea millenaria. Il colle era recintato, ai fianchi si faceva largo la città urbanizzata e volgare. Lasciammo la vespa in strada. Scavalcammo il cancello di ferro e ci infilammo in un giardino di ulivi. Massimo camminava davanti e mi dava la mano. Mi abbandonai a quel giovane, a quella mano, a quel colpo di reni che la vita pareva mi stesse regalando senza preavviso. Provavo qualcosa di simile all’amore, una segreta costernazione perché da me, dal mio algido travestimento proprio non me lo aspettavo. Finimmo sotto l’ombra dell’ulivo più in cima, una specie di outsider, possente e sicuro di sé. Conteneva un’incavatura ed è lì che ci nascondemmo. Mi baciò subito, non usò parole, preliminari, mi baciò. Fu un bacio intenso, che mi fece tremare. Massimo aveva le pupille di spillo. Le pupille di Christiane del Bahnhof  Zoo. Non credo si fosse mai bucato sul collo, come quel tizio nel bagno degli underground di Berlino, come scriveva Christiane nel suo diario. Dovevano bruciarlo quel diario. Massimo non poteva amare, non sapeva amare; questa balla circolava tra i compagni nella valle di periferia,  a scanso di equivoci parava Massimo da qualsiasi responsabilità.

“Non sai amare?” domandai stupidamente, avvinghiata al suo costato fragile sotto l’ombra dell’ulivo.

“Secondo te, cosa sto facendo adesso?” . Ecco, allora ci guardammo, fu spaventoso. Ci spingemmo nel luogo dove la nostra felicità avrebbe bussato ancora e ancora inutilmente.

Massimo era calmo, strafatto di eroina, e io ero lì. Ad aspettare che il suo amore lo diventasse sul serio. Ci baciammo ancora e fu nostalgia.  Avrei perso anche quell’amore, l’anticipo sul resto che sarebbe sopraggiunto, molto dopo. Era quasi sera e dal colle il tramonto calava violaceo e crudele.  Il giovane che ora mi dormiva sulle gambe era il preludio di un amore; era straniero perché veniva dalla notte dei tempi, dal mio primo vagito, dagli abissi sotto gli oceani; dal luogo dove la felicità avrebbe bussato ancora e ancora.

Mi aspettava  sotto i portici delle case di periferia. Il pomeriggio correvo da lui febbricitante, era l’amore, era un preludio d’amore. Alfredo era in attesa del tipo con la roba, veniva alle tre guidando una motoape grigia con le cassette di frutta stipate nel retro. Massimo prendeva la roba nella piazza di un rione di borgata; quando ci vedevamo lui non aspettava nessuno, lui si era già bucato. Alfredo a rota non ci dava retta. Cetty litigava spesso con Filippo u pazzu. Poi Filippo sarebbe morto.

Avevo trovato l’amore. Ogni pomeriggio con Massimo in vespa raggiungevamo il giardino di ulivi. Per giorni e settimane, capivo che l’amore era l’attesa, era un preludio che non esaudiva me, Massimo, era una promessa, qualcosa che sarebbe stato. E non ci fu il tempo.

“Tutti dicono che non hai cuore” sussurrai durante uno dei nostri incontri. Sedevamo sotto il tramonto violaceo e crudele del colle, nel giardino degli ulivi.

Massimo non mi guardava, fissava un punto lontano, e io pensavo che il mio amore avrebbe per forza dovuto guardare un punto lontano, con la medesima intensità.

“Il cuore? Cosa significa il cuore? Se hai saputo soffrire, hai saputo amare”  disse brevemente, scocciato.

“Scusa” lo strinsi forte a me. Massimo mi allontanò e si alzò in piedi.  Notai che tremava, stava a rota.

“Andiamo?”

Massimo annuì.

“Massimo…”

Si voltò senza curiosità.

“Un giorno mi amerai?”.

Fece sì con la testa e tremava.

Tornammo nella valle di periferia. Trovai Alfredo che vomitava bava, Cetty china su di lui che non voleva andare in ospedale.

“Che cazzo” imprecava Cetty, con una camicetta leggera e trasparente tutta sgualcita, la gonna un po’ sollevata, arrivava dalla baracca dove si era fatta il buco.

“L’hanno tagliata male” disse Massimo, cupo.

“E’ sempre lo stesso tipo” aggiunse Cetty  senza sollevarsi. Teneva la fronte di Alfredo. Eravamo nel cortile interno del casermone lurido e sgretolato. I ragazzini giravano su vecchie bici arrugginite e urlavano, giocando. Alfredo non la smetteva di sbavare. Temevo che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui avrei visto Alfredo vivo. Invece si riprese.

Filippo smaniava oltre, aveva preso un acido ed era in trip. Cetty mi salutò con un pizzicotto sulla guancia, un bacetto sulle labbra a Massimo e si avviò verso la sua vita di femmina, misteriosa, morbida, disinibita. Alfredo accese una marlboro, mi guardò senza occhi.

“Ti è andata bene anche stavolta” dissi.

Massimo mi consigliò di tornare a casa.

“Vai”.

Tornai a casa. Tornai a piedi, ci misi parecchio. Ero nauseata, ma pensavo a Massimo.

L’amore perde sempre, mi hanno detto.

Ci vedevamo tutti i pomeriggi. Trascurai i compagni delle case col tetto di lamiera. Alfredo lo salutavo a stento, ero troppo presa da altro. Alfredo stava sempre peggio. Cetty, Filippo u pazzu, frequentavano una piazzetta di borgata. Con Massimo era pressappoco amore. Ma l’amore perde sempre.

Quel giorno sotto i portici nella valle di periferia non c’era Massimo ad aspettarmi. C’era la sua vespa bianca. Non c’era Alfredo, non c’era Cetty, solo i ragazzini con le bici sgangherate che non urlavano però. C’era silenzio. Mi guardai intorno, la polvere si alzava dal selciato lurido, la strada di bitume in lontananza con la luce del sole vibrava come uno stagno, un rigagnolo. Musica napoletana proveniva dai piani bassi del casermone alveare. Notai il walkman di Massimo, per terra. Lo presi, lo misi alle orecchie, suonava ancora, frusciava un pochino, erano gli Smiths. Massimo.

Sospirai, mi scesero le lacrime annunciandomi la disfatta.  Aspettai per ore, fino a sera, che tornasse da me. Alfredo e Cetty li vidi che erano già passate le otto, si avvicinavano a passi brevi. Si salutarono davanti all’androne perennemente buio, non si accorsero di me, seduta sulla sella della vespa di Massimo.

“Ehi”

Si voltarono, strafatti.

“Alfredo mi tese le braccia, con una lentezza esasperata. Capii subito. Dissi solo, balbettai solo: “Massimo dove sta?”. Ma sapevo ogni cosa.

L’amore perde sempre.

“E’ caduto qui” provò a raccontare Cetty, la voce stanca, indicando per terra. Proseguì: “E’ caduto, era tagliata male, l’abbiamo presa in piazza. Si era fatto mezzo grammo. Dovevate vedervi, vero? Era felice, ti giuro, era felice”. Guardavo la sua gonna sgualcita.

“Voleva smettere, quella di oggi era l’ultima”  aggiunse Alfredo.

Si era bucato con Filippo. Filippo u pazzu era in ospedale, ancora. Ma tanto sarebbe morto anche lui, a distanza di un paio di mesi. Ecco fatto. Levai il walkman dalle orecchie, lo consegnai a Cetty.

“Tienilo tu” le dissi, chissà poi perché.

“Conserva la cassetta, sono gli Smiths, piacciono pure a te” dissi.

Alfredo accese una sigaretta, fece uno sguardo preoccupato.

“E’ a posto”  dissi.

Lui allungò la mano, per una carezza. Mi allontanai di scatto. E’ finita, l’amore, oh, l’amore. Dovevamo dirci ancora alcune cose, per esempio perché dopo il bacio sotto gli ulivi, sul colle sopra la città, Massimo aveva guardato oltre, lontano, perso, forse non gli piacevo più?  Doveva raccontarmi del padre, di quando era morto e di quando a scuola per il dispiacere e la vergogna si fece addosso. E fu segnato.

La periferia è sempre un’istigazione al suicidio, quel tipo di periferia, dove non c’è orizzonte, al limite serpentoni di cemento e come golem mostruosi gorghi neri del gas di scarico delle automobili e una certa fissità nelle cose, nella vita intestina della sua gente.

Per strada non c’erano passanti, fosse sera o mattina, gli stradoni di periferia sono sempre vuoti. La gente marcisce tra le mura della propria sbrindellata casa, magari con un mozzicone incollato al labbro, la pancia dura, un tanfo di piscio tutto intorno, come da Alfredo.

Di Massimo mi rimase poco, appena il suo sapore, per alcuni mesi lo ebbi con me, con un grande sforzo di memoria. Mi rimase il suo walkmann e l’angustia delle sue canzoni. E fu un preludio che mi abbandonò distrattamente. Un battito di ciglia e via, finita, finito l’amore.

Christiane deve morire, Gaffi editore, 2015.

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