Christiane deve morire (dal settimo capitolo)

Al genio compete l’eternità, prima degli altri.

Ero sicura di non esserlo. Ma le parole mi giravano in testa, ero sotto assedio. Poi mi accorsi che quando mio marito decise di andarsene io non avevo il sospetto, niente. Stava già succedendo e non me ne accorgevo, qualcosa scivolava  verso la fine, poi le ginocchia vacillarono ed era andato via. Stabilì un lutto protratto, mio marito. Che cominciò il giorno ics. Ricordo che giravo per scomparti in centro commerciale, sentivo il soul, il ritmo era diverso, quel giorno, era adatto a noi, we only said goodbye with words, i died a hundred times. Trascinavo il carrello verso i detersivi. Guardavo al mio fianco l’uomo avanzare, era sereno, fischiava, era soul. Le luci erano finte, nemmeno i lumini di Natale irroravano tanto rammarico. Rammarico, non mi confondo, non dico rimpianto, non ancora e non allora. C’era sempre un odore, i polli giravano nello spiedo, facevano angolo con il reparto della frutta. Io ero una moglie. Back to black, cantava Amy Winehouse. La voce mi arrivava complice, a ognuno certe stupide nostalgie  che la vita adesso, vedrete, speronerà, una per una. C’era il senso di tutto, allora, avevo in mano uno sbiancante, l’uomo al mio fianco fischiava. Era mio marito. I love you much/it’s not enough/. Anche d’estate il centro commerciale era il mio tempio pagano: restiamo dentro, supplicai l’uomo al mio fianco, che era mio marito. Fuori è il nulla, sai? I nostri errori si fermano davanti alle porte automatiche e non salgono in scala mobile. Noi sì, noi siamo la pietra di scarto. Sentivo uno strano odore. Sono tranci di pollo o forse è la vita degli altri. L’uomo che avanzava di fianco mise la sua mano sopra la mia. Era mio marito.  E la gente tutto intorno era migliore, soltanto perché sentivo lei, Amy, il soul, la mano di un uomo sulla mia, l’ammorbidente riposto dov’era sempre stato. Ma mi voltai di colpo, e supplicai in silenzio: non usciremo mai più da qui, ok? Questo è l’unico tempo che avrà desiderio di noi, il tempo che la ragazza batterà in cassa. You go back to her /And I go back to /. Sarebbe anche arrivato Natale, ma, ehi, Natale è lontano, mancano mesi.  E si consumeranno le possibilità di salvezza, ne son sicura proprio adesso, mentre lui, l’uomo al mio fianco, prova un brutto dopobarba sul polso. Mio marito. O forse scopriremo che la vita sarà nostra, dove ci pare, e lei, Amy, canterà ancora, sullo sfondo la puzza di pesce andato e i tranci di pollo sullo spiedo, accanto ai comparti della frutta. L’universo si ricompone, noi saremo la pietra d’angolo. Lui annuiva, lui, l’uomo, mio marito. Il mio piccolo cuore, pensai. Nutrirai il dolore, lo farai per sempre,  non illuderti. I go back to. I love you.

                                                       ***

Quell’uomo in Caritas, col tozzo di pane in tasca. Non so, non era un rom o forse sì. E nondimeno, sentivo la stessa fuggevolezza che parlava un’altra lingua. La stessa, mesta, ingannevole, di mio marito. Mio marito era lo sradicato.

Notai l’innocenza di un geco che camminava, incerto, sul bordo della vasca. Mi venne in mente Eugenio. Non avrei mai amato Eugenio, no mai, mai. Sei sicura? Lo scorso anno ho amato uno storno muliebre finché ho potuto: era gentilezza, nel suo piccolo corpo sgraziato e malato. Perciò su Eugenio ho alcune riserve. Ma mio marito era altro, era la perfezione, la bellezza dei mandorli in fiore già a febbraio sulla provinciale. Il tamarindo a spiovere sul rudere sopra il colle del Temenite.  Quando l’uomo in Caritas col tozzo di pane in tasca raccolse il candito, osservando la linea della sua schiena che si incurvava, ebbi la prontezza di sconfessare la mia speranza, non era mio marito. Ma cosa sarebbe cambiato? L’illusione di un ripensamento, un perdono, un ritorno. Il capo mi invitava a farmi da parte e smetterla di mentire. Ai rom, dico io, al mondo. Tutto è stato già raccontato, ogni stoltezza. Si finisce a mettersi di lato come i barboni, a forza di parlarne: compresi che tutto congiurava allo scopo. “Non sai stare in questa vita, in questo cazzo di posto”  urlava il capo.

In fondo, capo, ho sempre spiato la vita degli altri. E allora? Sono anni che non tengo un diario, ed è un’esperienza tornarvi da mestierante. Il capo urla, urla sempre. Io e il capo ci capivamo male. Ma capo, avrei detto, capo io ho ospitato la vita, quel che è stata la vita per me, raschiando il fondo del barile. Le basta?  Dalla finestra guardavo al piano di Eugenio, poi cambiai stanza. “E’ il tuo giorno” pensai, immaginando mio marito seduto accanto a me, sul divanetto di pelle della sala d’ingresso. E’ il tuo giorno, sì, scorgo qualcosa che ti ricorda. Mi alzai e scostai la tenda rigida, guardai giù. C’era una donna al centro della carreggiata, ferma sulle strisce fissava smarrita, lontana lei stessa, nel senso opposto alla direzione di marcia. Christiane deve morireEra una donna di colore, scura, araba forse. Avrei desiderato dibattere con lei, mi dica, sa lo spaesamento, sa c’è un ottavo giorno, l’ottavo giorno?

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