ancora deserti a Mazzarruna (da Christiane deve morire, Gaffi editore)

La domenica pomeriggio c’era la discoteca.  Uscivamo con gli altri compagni, li chiamo compagni, non erano amici, non erano conoscenti, erano compagni di qualcosa. Ci vedevamo in discoteca, era squallida come la Haus der Mitte nella Lipschitzallee di Gropiusstadt, sotto le ombre di privè rudimentali, luoghi segreti dedicati al nulla in definitiva, oppure sedevamo sui divanetti, trattenendo la rabbia o la gran tristezza o la solita noia, che ogni male mi ha cagionato, ogni avversità, ogni intuizione.

La noia non salva, ma non dobbiamo sempre aspettarci qualcosa dalla forma che prendono le cose, da quel che ci mostra la vita? Eppure sì, non siamo buttati a caso nella trama delle cose, abbiate pazienza.

Cetty sceglieva i compagni che bevevano o si facevano come lei, era davvero deprimente immaginarla spartirsi a giro la bottiglia grezza, il vino o la roba tagliata male. Cetty era una donna, si era innamorata,  di un buzzurro malfatto che ce l’aveva col mondo, si faceva, come gli altri, e stava anche con un pederasta, un tizio, un vecchio, che la pagava bene, diceva che l’amava.

Certe volte litigavano, Cetty faceva a botte con quelli delle case, nella collina di cemento, figuriamoci con un vecchio pervertito, roba da non crederci. Ero indignata, cacchio Cetty fai la donna, lei sputava per terra. Aveva ragione, faceva un po’ tutto ribrezzo, cattivo odore, tutto sbiadiva, gli uomini scoloravano nelle loro impudicizie, nelle loro innominabili defezioni. Faceva un po’ tutto schifo, sì.

Quando pioveva, il mare delle case di lamiera era grigio e schiumoso. E a noi piaceva il mare delle case e anche la pioggia, a noi, a me, Cetty, i compagni, piaceva fumare e pensare a qualcosa che avesse a che fare con un futuro, il futuro era sempre da un’altra parte. L’odore della terra evaporava dalle steppe, rigagnoli debordavano le acque sporche, il colle era stentoreo, lucido, Mazzarruna, si chiamava quella collina, era indulgente talvolta con i suoi piccoli uomini, provati e miseri.

Mazzarrona, i miei deserti

Mazzarruna, i miei deserti

Cetty  non aveva finito le scuole superiori, gli altri avevano la terza media. Ma io desideravo la libertà,  pullover con il collo morbido di lana, tracolla e mocassini da ragazzi perbene, una mensa di studenti. Gli altri mi venivano dietro e sorridevano, facendo sì con la testa.

Cetty, chiedevo, tu cosa farai un giorno?  Cetty sorrideva e pensava a una risposta giusta. Gli altri ridevano per colpa del fumo, perché non c’era niente da ridere. Io, spiegavo, io vorrei fare la scrittrice. Così ridevano, per colpa del fumo.

Cetty covava la stessa disperazione dei sensi, una così efferata ripugnanza della vita meschina e ordinaria, tale da renderla del tutto simile a un personaggio letterario oppure a un’eroina ottocentesca. Pensavo a lei come all’Andreina di Moravia de Le ambizioni sbagliate. Era nata per lasciare agli altri il tedio e la moralità, in lei piuttosto bruciava l’ebbrezza di un disordine morale tanto da assoggettarla a un suo disinibito Olimpo; per me Cetty era la peggiore delle donne eppure anche la migliore, e meritava la nostra invidia. Scendeva le rampe del falanstero di quella periferia lurida e abietta cospargendo gli altri, la medesima aria che respiravamo noi o i negletti delle case di Mazzarruna, più neri più sporchi, di una nuova levità.

Cetty era perduta però e lo sapevamo. Soltanto che lei il tipo con la roba lo aspettava in Audi certe volte,  con uno spezzato di lana chiara, il cerchietto serrato sui capelli sottili, un’eleganza inopportuna tutto sommato. Preparava la sua dose con mani eleganti, crollava nel suo sonno mortale con la medesima grazia con cui scendeva le rampe, saliva in auto, apriva la porta di una boutique di abiti di buona sartoria.

Di Cetty si raccontavano storie terribili, era tanto giovane e nello stesso tempo tanto compromessa. Aveva un amante, ancora uno. Le dava la cocaina o l’ero e gli abiti di ottima fattura che indossava di solito, le dava i soldi, la manteneva. Invidiavo la sua amoralità, la sua disinibita incoscienza, il suo modo a parte di sopravvivere, la sua lenta irrevocabile condanna del resto, ogni dettaglio che attenesse al resto, l’ordinarietà e le sue stesse aspirazioni borghesi. Filippo diceva che la madre era uguale, che erano donne pericolose, che gli uomini poi impazzivano, che era meglio evitarle. La madre teneva i capelli raccolti sulla nuca, e a noi sembrava una megera, vestiva di scuro,  aveva fatto la vita, Cetty era perduta per colpa sua. Aveva la stessa disperata acrimonia verso il resto, ecco tutto, era come Andreina de Le ambizioni sbagliate, pallida e fremente al centro del suo modico vellutato canapè, la immaginavo così, in un vestito scuro e sbracciato, proprio come Andreina di Moravia, vinta dalla sua ingovernabile solitudine, la più avida, la più oscena. E gli uomini nelle sua mani erano stracci, erano ridicoli. Cetty la immaginavo in sottoveste su un lungofiume, come Andreina. Lei voleva ammazzarsi, Cetty non lo faceva mai. E poi c’era Massimo. Oggi non ricordo nemmeno che faccia avesse,  o cosa sia stato per me, in quegli anni, terribili, intendo Massimo delle case col tetto di lamiera. Quelli erano gli anni della noia, del nulla, li temo ancora. Le strade erano nere, irregolari, finivano su terreni incolti, ingannavano vecchie mulattiere e non seguivano alcuna logica, alcun sentiero. La gente delle case di lamiera era diffidente, scura in viso, propensa alla lite; le donne urlavano dai balconi, inveendo l’un con l’altra per ragioni minime, piccole banalità.

I ragazzi avevano l’aria sparuta, neanche fossero stati trascinati apposta in quel mondezzaio, sorpresi a viverci, ingrati come chi sa di dovervi recuperare il maltolto. I ragazzi si bucavano perché c’erano le case gialle e i pusher stavano tutti lì. Qualcuno ne veniva fuori, qualcuno evitava di finirci con la roba, chi ci riusciva lavorava da ambulante al mercato, o in campagna con il padre, sempre troppo vecchio. In periferia si era sempre troppo vecchi per qualcosa. Chi ci riusciva diventava un ricetta da grande.

Massimo invece piaceva a tutte. A pensarci era soltanto uno triste, chino sulla vespa. Avevo aspettative elevate, gli uomini che incontravo erano ragazzi, e io pretendevo che fossero uomini. Dovevano somigliare ai personaggi dei libri che leggevo, cercai Renaud, il suo amore scandaloso, negli anni in cui avrei incontrato solo muliebri incerti sul da farsi, ma erano adolescenti. Cercavo l’anarchico Renaud che raccontava la Rochefort in un pocket Longanesi del 1962, Il riposo del guerriero, era di mio padre. “Il romanzo che ha fatto arrossire la signora De Gaulle” campeggiava sulla fascetta di copertina.Christiane deve morire

La sua diseducazione mi aveva sedotto, benché Renaud forse non era nemmeno bello, era imperfetto. Quando in certi film americani, o in certe sceneggiature un po’ paracule, sentivo frasi del tipo i libri sono pericolosi, rabbrividivo. Era facile, ero giovane, l’enfasi studiata in quell’epitaffio era vera e esaustiva. Massimo doveva riassumere i personaggi di tutti i romanzi letti da ragazzina, sottratti alla libreria di mio padre, alla sua attenzione.

I libri sono pericolosi. Quando Massimo dimenticava di salutarmi, gli urlavo con l’enfasi dell’epitaffio: i libri sono pericolosi! La motoretta faceva un rumore orribile. E ancora urlavo citando a memoria la Rochefort: “L’edonismo è la più immonda delle dottrine, meriti che ti si sputi in faccia”. Massimo non si girava nemmeno, idiota.

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