Monthly Archives: August 2015

Li abbiamo lasciati qui (da Sangue di cane, Laurana editore, 2010)

(…)

Arrivasti con andatura lenta, la cicca sul labbro, dietro di te camminava Tadek con una busta in mano. Ti corsi incontro. “Avevi detto che non avresti bevuto, sangue d’un cane” ti urlai. Sputasti la sigaretta.“No bevuto, pierdolic” reagisti con rabbia. Poi hai allungato la mano fino a sfiorarmi la guancia. “No arrabi, prego, misek. No arrabi, io ti amo te”.

“Allora andiamo, polacco del diavolo” ti scongiurai. I nervi stavano per cedere, ne avevano diritto: la mancanza di sonno, l’apprensione per Grzegorz, i sensi di colpa per Grzegorz, quel che avevo visto in poche ore della mattina. Il latte mi induriva il seno fino ad esplodere come uno zampillo di fontana, macchiai il vestitino di ciniglia, il latte colava, svuotando le mie mammelle di giumenta sciupata. Abbassai gli occhi sul mio petto, dannazione, li rialzai, era il latte di Grzegorz, imprecai. Ti sorpresi a guardarmi con uno sguardo nuovo, diverso, accerito, ravvisai tenerezza e insieme impotenza. vera scarp de tenisTi sei inginocchiato: “Dove andare, misek?” ti sentii singhiozzare, era il pianto di un bambino, anche la tua voce rauca era nuova, rauca come quella di un ragazzino, e il tuo pianto era disordinato come quello di un ragazzino.

“Dove andare, vedi me, misek, dove io cazzo andare?”.

Tadek era rimasto in piedi per tutto il tempo, indifferente, non una smorfia nel suo viso misurato, ebbro, ma composto.

Mi abbassai anch’io, in ginocchio, ti abbracciai, ti asciugai le lacrime con le dita sudice, mi baciasti con forza, con l’impeto dei tapini, sapevi di vino, mi ritrovai in bocca lo stesso retrogusto alcolico e amaro. Ma amavo anche questo di te, perché riconoscevo te in questo.

Il nostro amore mondava il reo e redimeva all’inferno. Non ho altro da aggiungere, nemmeno a coloro che talvolta ci tentano: dimmi, cara, come mai proprio lui? Non ho risposte, al limite pierdolic! Al limite ‘fanculo.

Ero nella valle dei dannati, ma ero a casa, Slawek. Stanca e affamata della tua stessa fame di esistere sopra ogni preoccupazione, sopra l’ignominia, sopra l’arrogante distanza tra noi e la decenza. Siracusa procedeva oltre, noi eravamo ratti nel tombino, il nostro squittio avrebbe detonato vanamente. Fuori le mura del nostro recinto di sciagurati, redivivi sullo Stige, avremmo trovato un’uggia criminale, il modico affannarsi di una città amena, che avrebbe sbadigliato tutto sommato dinanzi al vituperio.

Fuori le grotte o la casa dei morti, Siracusa sobillava l’Averno, lanciando dardi dalla cinta della neutralità. Neutrale e salva.

C’era una guerra in atto, con i suoi morti, e il fronte della resistenza era vuoto.

Tu eri il soldato più coraggioso, il tuo archibugio non aveva cartucce. Credi al destino?

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resta la scrittura

Ieri mentre il sole batteva sulle alte colonne del Duomo, pensavo che nulla delle nostre inutili faccende può interessare al tempo, alla luce che succede alla notte. Ci affanniamo e nel frattempo le cose sono già fissate, è molto semplice, basta saper attendere. Quell’uomo, quell’arabo, non smette di scrivermi, anche con pause di qualche giorno, poi torna a dimostrarmi il suo amore. Ma sono parole, lui è veramente giovane. Non me ne faccio niente, di solito dopo mi prende il pianto, è il mio metodo per superare la tristezza. Resta la scrittura che mi collega al resto, che mi assicura che sono viva, che posso provare qualcosa. Desidero ancora molto dalla vita, sono errori che commetto tutte le volte. Aggiorno il mio blog perché rimane un esercizio di stile, non so nemmeno cosa raccontare. Sento i terribili titoli di un tg, provenire dalla tv accesa, non ci risparmiano nemmeno la domenica mattina. Ho dormito male, così è il solito down.

Khaled Al Asaad, le crocifissioni e Malaparte (Il Fatto Quot.)

Mentre Khaled Al Asaad muore crocifisso a una colonna romana, nella piazza antica di Palmira, l’archeologo siriano che voleva salvare la Storia, decapitato e infilzato due giorni fa, dall’Isis, nessuna giaculatoria vibra paurosamente sopra la notte, in un sentiero della steppa.

Il destino dello scienziato, il chicco di grano che evangelicamente, prima di infrangersi al suolo, spira nelle nuove forme del martirio e della tribolazione, è stato già raccontato.  Gli uomini crocifissi dall’Isis riproducono l’identico terrore, non primitivo e senza regole, al contrario, anticipato nelle pagine di Curzio Malaparte de “La pelle”. Il romanzo, considerato all’epoca scabroso e visionario, oggi a distanza di mezzo secolo ne è piuttosto profeta, ed è capace di ingenerare sgomento per quanto credibile nello strazio e ancor più nei dettagli.

Gli uomini crocifissi, raccontati da Malaparte, mormoravano paurose giaculatorie, sussurri sopra la notte lungo la strada sconnessa di un villaggio ucraino, Dorogò. Le immagini affiorano melmose, come ispirate da un sogno. Malaparte raccontava l’efferatezza del nazifascismo utilizzando un linguaggio iperrealista. Eppure oggi  tutto si replica, fedele nell’inaudito. L’Isis inchioda, crocifigge gli infedeli, dodici miliziani in Libia, o gli omossessuali e le adultere, gettate dai tetti di case bianche e polverose nella provincia di  Al Furat. Le esecuzioni pubbliche, la lapidazione, il sangue caldo che scorre da corpi senza arti, il cuore strappato dal petto che palpita ancora,  attiene vigliaccamente a una sua ferina letteratura. Malaparte racconta dunque di questo mormorio sopra la notte, verso l’orizzonte che pareva schiudersi chiaro come il guscio di un uovo. Oltre il  viale alberato, sopra le fronde, il silenzio era viscido, non era silenzio, tanto che curvo sul cavallo, Malaparte temeva le strane presenze del tutto simili a grossi corvi neri. E invece erano uomini, di ramo in ramo, di cima in cima, si udivano le lingue del mondo stridere, supplicare. Malaparte ne “La pelle” urlava: Wer da? Chi siete voi? Malaparte implorava: Chi siete voi? Io sono cristiano. Le voci che parlavano mille lingue, russo tedesco ungherese, si sovrapponevano nel tempo dell’agonia. Finché Malaparte alla fine del sentiero, prossimo all’alba, riconosceva il suono rauco, ed erano uomini crocifissi. Così scrive: “Erano uomini inchiodati ai tronchi degli alberi, le braccia aperte in croce, i piedi congiunti, fissati al tronco da lunghi chiodi. Alcuni avevano la testa abbandonata sulla spalla, altri sul petto, altri alzavano il viso a mirar la luna nascente. Molti erano vestiti del nero kaftano ebraico”. Altri erano nudi, scrive Malaparte, la bocca schiusa in una specie di calco, le barbe lunghe, barbe ebraiche, le occhiaie, la carne che splendeva “castamente nel tepore freddo della luna”. Poi gli uomini crocifissi tacevano, Malaparte curvo sul collo del suo cavallo sentiva gravare il loro sguardo pesante, trapassargli il petto. Gli occhi degli uomini crocifissi bruciavano come fuoco, le bocche erano nere e cavernose, i loro nasi adunchi, un tormento confuso dal quale interrogare la morte, il suo ritardo.

(“La pelle” e l’orrore delle crocifissioni  – Il Fatto Quotidiano – 21 agosto 2015)

solo parole

Vorrei spiegarvi a che punto sono. Chiuso tutte le storie, tre quattro, quasi contemporaneamente. Non erano storie. Non ho dato niente di me, ho solo accettato qualcosa di simile a un corteggiamento. Cose virtuali, inutili, perciò sono più sola di prima. Erano giovani e arabi, due. Così ogni pregiudizio su una certa cultura è stato seppellito. Ho imparato parole nuove. Mi sono state dedicate parole nuove. Jigaram. Good soul. Eshgram. Persiano. Forse quest’ultima è scritta male. Evocano la morbidezza della seta, il velluto della notte, ne ero molto affascinata. vera5Credo di amare talmente le parole che un uomo davvero non deve smettere di pronunciarle con me. Non deve riempirmi la testa, ma deve saperle usare. Ho alimentato amori brevissimi a causa delle parole. Finite quelle, finiva l’amore. E se un uomo pensa che con me funzioni l’orgoglio, si sbaglia davvero. Dalla Persia al Pakistan, avevo le mie resistenze. Il giovane pakistano invece aveva capito tutto di me. Se ne fotteva dei miei no, ecco. Così si fa. Non c’è niente di più eccitante. Era un orfano. Mi chiedeva talvolta: ripeti il mio nome. Lo ripetevo. Spediva i soldi al padre anziano e alla sorella. Orfano di madre. Voleva sposarmi. Ma ci sapeva fare. Tutto finisce, mi ha detto la mia cara amica Letizia. Tutto finisce.