Li abbiamo lasciati qui (da Sangue di cane, Laurana editore, 2010)

(…)

Arrivasti con andatura lenta, la cicca sul labbro, dietro di te camminava Tadek con una busta in mano. Ti corsi incontro. “Avevi detto che non avresti bevuto, sangue d’un cane” ti urlai. Sputasti la sigaretta.“No bevuto, pierdolic” reagisti con rabbia. Poi hai allungato la mano fino a sfiorarmi la guancia. “No arrabi, prego, misek. No arrabi, io ti amo te”.

“Allora andiamo, polacco del diavolo” ti scongiurai. I nervi stavano per cedere, ne avevano diritto: la mancanza di sonno, l’apprensione per Grzegorz, i sensi di colpa per Grzegorz, quel che avevo visto in poche ore della mattina. Il latte mi induriva il seno fino ad esplodere come uno zampillo di fontana, macchiai il vestitino di ciniglia, il latte colava, svuotando le mie mammelle di giumenta sciupata. Abbassai gli occhi sul mio petto, dannazione, li rialzai, era il latte di Grzegorz, imprecai. Ti sorpresi a guardarmi con uno sguardo nuovo, diverso, accerito, ravvisai tenerezza e insieme impotenza. vera scarp de tenisTi sei inginocchiato: “Dove andare, misek?” ti sentii singhiozzare, era il pianto di un bambino, anche la tua voce rauca era nuova, rauca come quella di un ragazzino, e il tuo pianto era disordinato come quello di un ragazzino.

“Dove andare, vedi me, misek, dove io cazzo andare?”.

Tadek era rimasto in piedi per tutto il tempo, indifferente, non una smorfia nel suo viso misurato, ebbro, ma composto.

Mi abbassai anch’io, in ginocchio, ti abbracciai, ti asciugai le lacrime con le dita sudice, mi baciasti con forza, con l’impeto dei tapini, sapevi di vino, mi ritrovai in bocca lo stesso retrogusto alcolico e amaro. Ma amavo anche questo di te, perché riconoscevo te in questo.

Il nostro amore mondava il reo e redimeva all’inferno. Non ho altro da aggiungere, nemmeno a coloro che talvolta ci tentano: dimmi, cara, come mai proprio lui? Non ho risposte, al limite pierdolic! Al limite ‘fanculo.

Ero nella valle dei dannati, ma ero a casa, Slawek. Stanca e affamata della tua stessa fame di esistere sopra ogni preoccupazione, sopra l’ignominia, sopra l’arrogante distanza tra noi e la decenza. Siracusa procedeva oltre, noi eravamo ratti nel tombino, il nostro squittio avrebbe detonato vanamente. Fuori le mura del nostro recinto di sciagurati, redivivi sullo Stige, avremmo trovato un’uggia criminale, il modico affannarsi di una città amena, che avrebbe sbadigliato tutto sommato dinanzi al vituperio.

Fuori le grotte o la casa dei morti, Siracusa sobillava l’Averno, lanciando dardi dalla cinta della neutralità. Neutrale e salva.

C’era una guerra in atto, con i suoi morti, e il fronte della resistenza era vuoto.

Tu eri il soldato più coraggioso, il tuo archibugio non aveva cartucce. Credi al destino?

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