Monthly Archives: September 2015

La lettera di Maupassant e la polemica di Cordelli

Avrebbe gradito lo scrittore di “Pierre et Jean” il sintagma usato da Giorgio Falco che avrebbe fatto saltare i nervi a Franco Cordelli? “Sagome sudate” o aria “accucciata” o le contorsioni parossistico-letterarie di Giorgio Vasta nelle sue brillanti esortazioni a leggerlo? Non possiamo sapere. Ma Guy de Maupassant dalla sua maison a Etretat avrebbe così riflettuto, in una lettera datata settembre 1887: “Il maggior difetto dello scrittore che mi onora del suo giudizio, è di non essere un critico”. Eppure quanto leggiamo ancora nella lettera ci induce a ritenere che con Cordelli avrebbero avuto di che discutere trovandosi persino d’accordo, giacché Maupassant è certo di una fatto: “Ogni secolo ha gettato in questo limpido corso d’acqua le sue forme, i suoi arcaismi pretenziosi, le sue preziosità, senza che di questi inutili tentativi, di questi sforzi impotenti sia rimasto nulla in superficie”.  E invita, Maupassant, a non lanciarsi in ardimentosi astrattismi, non corrompere la purezza di una lingua, lui si riferiva al francese, lingua per sua natura chiara, nervosa, logica. Scrive: “E’ più difficile maneggiare la frase come si vuole, farle dire tutto, anche ciò che non è espresso, caricarla di sottintesi, di intenzioni segrete e non formulate, piuttosto che inventare espressioni nuove e pescare, in fondo ad antichi libri sconosciuti, tutte quelle di cui abbiamo perduto l’uso e il significato e che sono per noi lettera morta”. Il pensiero corre a “Il tempo materiale” di Giorgio Vasta (ancora lui), una specie di automatismo suggerito dall’assunto di Maupassant, confermato in qualche maniera da Cordelli; Vasta  è uno che può scrivere qualcosa come “la messa in torsione dell’etica”, altro che lingua nervosa. Non ci siamo mai spiegati come un ragazzino (personaggio principale de “Il tempo materiale”) si potesse esprimere con un congetturare così complesso. “(…)Noi vogliamo che il mondo ci dia del lei, che ci percepisca e ci rispetti, ma siamo impantanati in un’origine scolastica, puzziamo di tabelline imparate a memoria, di qualche rima incatenata. Stiamo nella voce di Renato Rascel e ci impregniamo del suo odore”. La cosa ha dell’incredibile. Tanto è. Un ragazzino notevole. Eppure non c’è solo la palude degli scrittori di Cordelli, polemica recente. Estendiamo la possibilità anche alla critica e all’editoria. Sarebbe interessante demolire il dogma chiamato “intreccio”. Ficelle, scriveva Maupassant. E anche allora la questione era la medesima, tanto che nella lettera redatta a La Guillette, Maupassant, annotava: “Non sono io il solo a cui gli stessi critici abbiano fatto lo stesso rimprovero ogni volta che sia venuto a luce un nuovo libro. Accanto a parole di lode, ritrovo sempre il seguente giudizio: il maggior difetto di quest’opera è di non essere un romanzo nel vero senso della parola”. E conclude: “Ci sono forse, per comporre un romanzo, determinate regole senza l’osservanza delle quali la narrazione di un fatto dovrebbe prendere un altro nome?”. Basta il talento e una lunga pazienza, come indicò Flaubert al discepolo Maupassant.

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Mineo, il Cara dei veleni (Il fatto)

C’è un sentiero di robinie e acacie oltre il quale il professore del paese indica un punto. “E’ una casa patronale” ci dice. La casa dei pakistani, la chiamano in paese, la contrada  è detta “dei malati”, una periferia rurale abbastanza silenziosa. Il professore ci spiega che intorno ci sono solo campagne, gli uomini della casa sono gente pacifica; vigne, ulivi, dice il professore, e “i fichi d’india dell’onorevole Sidoti”.  Siamo fuori la porta di Adinolfo, l’arco settentesco che introduce al centro di Mineo, con la piazza Buglio fino alla Rocchicella, prezioso conclave di ruderi riconosciuti dal mondo, dice il professore.  Il paese di Luigi Capuana vorrebbe che la storia cominciasse da Ducezio e finisse a Bonaviri al limite o al canonico Gambuzzi che ha scritto un’esegesi dotta del paesino o a Tamburino Merlino.  E invece Mineo è il paese del Camp. Camp lo chiamano gli uomini che lo abitano. Loro possono venir via da lì parzialmente, da fuori nessuno vi può entrare piuttosto. Il sommerso o camp è il Cara di Mineo, sorvegliato dall’esercito, soldati e mitra controllano le entrate e le uscite. Sembra l’Arizona, ma siamo all’incirca sulla Valle dei Margi, 9 chilometri dall’abitato. Il professore non teme gli immigrati. Sotto la pensilina alla fermata del bus ce ne sono due che aspettano di tornare al campo. “Non fanno niente” dice il professore. “Niente di così eclatante come trucidare una coppia di coniugi”, aggiunge. Tutto al più piccola criminalità, ma non lo dice il professore, non risulta veramente in paese. In paese temono un’invasione a scaglioni, temono qualcosa, non tutti sanno bene cosa, perché in paese o c’è il Cara che da dà mangiare o non c’è niente. Si può odiare o avvicinare la bestia, o c’è il Cara o solo pensionati, qualche giovane disoccupato e tutto il resto emigrato al Nord o in Svizzera.

Gli immigrati. La domenica vanno in chiesa. Ed è una rivelazione per taluni. Paolo, ex operaio di fabbrica in pensione, ci riferisce nel dettaglio. “Non fanno niente di male – dice – Giocano alle macchinette qualche volta”. Domenica scorsa, due file della parrocchia di via Umberto, durante la festa di Sant’Agrippina, erano riservate agli uomini del Cara. “Era un momento di integrazione e con cospicua donazione alla parrocchia  da parte del consorzio Sol calatino” – ci informa Mario, che è uno di quelli che da Mineo se n’è andato, vive in Svizzera e fa l’imprenditore. “Dici integrazione e piovono soldi – osserva quasi fra i denti – Basta usare la parolina magica, qui ci mangiano tutti. La parolina magica. Integrazione. E arrivano soldi, soldi dall’Europa”.  O nel qual caso – spiega Mario – dal consorzio che gestisce tutti i centri di accoglienza della provincia. Mario ci indica – come il professore – un punto su in paese, una rosticceria stavolta. “Andate lì e chiedete se a loro conviene o no avere gli immigrati in casa. Chiedete quanti aiuti ricevono, ne hanno preso uno a lavorare, l’ho visto proprio in questi giorni. Ma lasciamo stare”.  Seduti davanti al market all’entrata del paese, ci sono un gruppo di pakistani. Hanno le sporte piene di farina, patate, riso, biscotti. Fanno la spesa con i pocket money, 5 euro ogni due giorni. Il titolare del market non vuole esporsi, eppure ammette: “Certo, sono un indotto per noi. Sui 5 euro del buono ci trattengono una commissione del 10%, ed è un fatto notevole, che porta economia. Loro sono tranquilli però”. Non ci sono episodi di sangue o di criminalità efferata da raccontare, a memoria di paese, che vengano fuori dal Cara. Disordini e traffici intestini si sussurrano con la mano davanti la bocca, a Mineo, nessuno può giurarci tuttavia. Noman siede davanti la porta del market, pakistano, ha 25 anni. Dice che vive al campo da un anno, gli hanno rifiutato i documenti. Vive in un perenne intermezzo. Qual è il tuo futuro, chiediamo: “Dormire e mangiare”. Ma non al camp, in paese, dice, al camp si mangia male, solo pasta e riso, pasta e riso. Poco più in là c’è Mario, l’imprenditore che vive in Svizzera. Si danno le spalle.

il testo originale è uscito sulle pagine de Il Fatto Quotidiano 2 settembre 2015

i miei amati assenti

Sono notti che in fondo faccio sempre gli stessi sogni. Ci sono più che altro le stesse persone. I miei amati assenti. Persone che non ci sono più nella mia vita o perché sono morte o perché sono andate via. Dipartite comunque. Tornano tutte nei miei sogni. E io riesco a capire così bene, patisco anche, discuto, chiedo. Stanotte per esempio parlavo con quell’uomo del quale ho già raccontato tanto: “Vedi – dicevo – tu, dopo questa telefonata, chiudi e trovi conforto al tuo bisogno emotivo, sai da chi andare. Io no”. Questa complicatissima locuzione utilizzavo nel mio sogno. Poi preparavo una torta, era piena di grumi, infornavo con trepidazione e aspettavo che venisse su bella e soffice, e invece franava e sbuffava fiotti di vapore. E ho sognato altre cose di cui non ricordo. Ci sono quasi sempre anche i miei cari nonni. Quasi sempre la casa di Terni. E almeno per due notti di fila, ho pianto fino a soffocare per mio figlio che non si decideva di studiare. La mattina devo svegliarmi presto e prego di avere la forza morale per riuscirci. Prego anche di trovare un nuovo amore. L’amore è il migliore degli antidepressivi. Allora getterò via le scatole di farmaci che adesso mi fanno compagnia. Ho bisogno di essere amata. Come tutti.

un giorno qualsiasi

Stamattina mi sveglio in down. Trattengo le lacrime per un po’. Strano, perché con i farmaci che assumo avrei dovuto cacciar via la tristezza da un pezzo. Quasi mi vergogno di questo stato d’animo, mentre nel mondo succedono cose orribili, io da privilegiata mi permetto vaghe tristezze e crogiolamenti da bambina dispettosa che batte i piedini. Prendo il caffè, guardando fuori dalla finestra. Non mi aspetta nessuno, nessuno corre da me per il desiderio di vedermi. Mi sembra una condizione nuova e invece magari non lo è. Sono io che mi convinco che una volta lo fosse? Che c’era chi mi amasse a tal punto?

Il mio problema è sempre lo stesso, più che altro il mio problema è una domanda: sono stata amata? E credo che sia il vezzo più che l’assillo degli egocentrici. Io lo sono. La tristezza prende diverse forme, certe volte si presenta come una grande stanchezza. Rimango spossata sul letto, con la tv spenta e i libri che giacciono di lato, senza pagine segnate. Sarei capace di dormire per giorni. A me prende così, ad altri piuttosto con reazioni opposte: non dormire mai. Mi spossa l’idea che ogni anno che passa mi vedrà più stanca, che fisicamente cambierà qualcosa, che certi miei desideri dovranno soccombere a questa eventualità. Già adesso sta accadendo. Perfeziono l’arte del compiacimento. Sono bravissima. Posso tirare fuori un sacco di piagnistei e ognuno per adeguate ragioni. Ad esempio, non ho mai indossato l’abito bianco, da sposa. Il giorno del mio matrimonio era un giorno qualunque. Una cerimonia squallida in municipio. Ero molto giovane, dunque con avventatezza ero sicura che ne avrei avuto il tempo. Di indossarlo, dico. Certe volte mi fermo davanti la vetrina di un negozio nel centro storico, mi par che confezioni abiti da sposa artigianalmente. Sono così belli e delicati. E tutte le volte ne scelgo qualcuno, con il dito pigiato sul vetro. Poi continuo la mia passeggiata. Cammino molto, mi piace, mi piace quel tipo di solitudine, quella non mi porta via.vera 6