un giorno qualsiasi

Stamattina mi sveglio in down. Trattengo le lacrime per un po’. Strano, perché con i farmaci che assumo avrei dovuto cacciar via la tristezza da un pezzo. Quasi mi vergogno di questo stato d’animo, mentre nel mondo succedono cose orribili, io da privilegiata mi permetto vaghe tristezze e crogiolamenti da bambina dispettosa che batte i piedini. Prendo il caffè, guardando fuori dalla finestra. Non mi aspetta nessuno, nessuno corre da me per il desiderio di vedermi. Mi sembra una condizione nuova e invece magari non lo è. Sono io che mi convinco che una volta lo fosse? Che c’era chi mi amasse a tal punto?

Il mio problema è sempre lo stesso, più che altro il mio problema è una domanda: sono stata amata? E credo che sia il vezzo più che l’assillo degli egocentrici. Io lo sono. La tristezza prende diverse forme, certe volte si presenta come una grande stanchezza. Rimango spossata sul letto, con la tv spenta e i libri che giacciono di lato, senza pagine segnate. Sarei capace di dormire per giorni. A me prende così, ad altri piuttosto con reazioni opposte: non dormire mai. Mi spossa l’idea che ogni anno che passa mi vedrà più stanca, che fisicamente cambierà qualcosa, che certi miei desideri dovranno soccombere a questa eventualità. Già adesso sta accadendo. Perfeziono l’arte del compiacimento. Sono bravissima. Posso tirare fuori un sacco di piagnistei e ognuno per adeguate ragioni. Ad esempio, non ho mai indossato l’abito bianco, da sposa. Il giorno del mio matrimonio era un giorno qualunque. Una cerimonia squallida in municipio. Ero molto giovane, dunque con avventatezza ero sicura che ne avrei avuto il tempo. Di indossarlo, dico. Certe volte mi fermo davanti la vetrina di un negozio nel centro storico, mi par che confezioni abiti da sposa artigianalmente. Sono così belli e delicati. E tutte le volte ne scelgo qualcuno, con il dito pigiato sul vetro. Poi continuo la mia passeggiata. Cammino molto, mi piace, mi piace quel tipo di solitudine, quella non mi porta via.vera 6

Advertisements