Mineo, il Cara dei veleni (Il fatto)

C’è un sentiero di robinie e acacie oltre il quale il professore del paese indica un punto. “E’ una casa patronale” ci dice. La casa dei pakistani, la chiamano in paese, la contrada  è detta “dei malati”, una periferia rurale abbastanza silenziosa. Il professore ci spiega che intorno ci sono solo campagne, gli uomini della casa sono gente pacifica; vigne, ulivi, dice il professore, e “i fichi d’india dell’onorevole Sidoti”.  Siamo fuori la porta di Adinolfo, l’arco settentesco che introduce al centro di Mineo, con la piazza Buglio fino alla Rocchicella, prezioso conclave di ruderi riconosciuti dal mondo, dice il professore.  Il paese di Luigi Capuana vorrebbe che la storia cominciasse da Ducezio e finisse a Bonaviri al limite o al canonico Gambuzzi che ha scritto un’esegesi dotta del paesino o a Tamburino Merlino.  E invece Mineo è il paese del Camp. Camp lo chiamano gli uomini che lo abitano. Loro possono venir via da lì parzialmente, da fuori nessuno vi può entrare piuttosto. Il sommerso o camp è il Cara di Mineo, sorvegliato dall’esercito, soldati e mitra controllano le entrate e le uscite. Sembra l’Arizona, ma siamo all’incirca sulla Valle dei Margi, 9 chilometri dall’abitato. Il professore non teme gli immigrati. Sotto la pensilina alla fermata del bus ce ne sono due che aspettano di tornare al campo. “Non fanno niente” dice il professore. “Niente di così eclatante come trucidare una coppia di coniugi”, aggiunge. Tutto al più piccola criminalità, ma non lo dice il professore, non risulta veramente in paese. In paese temono un’invasione a scaglioni, temono qualcosa, non tutti sanno bene cosa, perché in paese o c’è il Cara che da dà mangiare o non c’è niente. Si può odiare o avvicinare la bestia, o c’è il Cara o solo pensionati, qualche giovane disoccupato e tutto il resto emigrato al Nord o in Svizzera.

Gli immigrati. La domenica vanno in chiesa. Ed è una rivelazione per taluni. Paolo, ex operaio di fabbrica in pensione, ci riferisce nel dettaglio. “Non fanno niente di male – dice – Giocano alle macchinette qualche volta”. Domenica scorsa, due file della parrocchia di via Umberto, durante la festa di Sant’Agrippina, erano riservate agli uomini del Cara. “Era un momento di integrazione e con cospicua donazione alla parrocchia  da parte del consorzio Sol calatino” – ci informa Mario, che è uno di quelli che da Mineo se n’è andato, vive in Svizzera e fa l’imprenditore. “Dici integrazione e piovono soldi – osserva quasi fra i denti – Basta usare la parolina magica, qui ci mangiano tutti. La parolina magica. Integrazione. E arrivano soldi, soldi dall’Europa”.  O nel qual caso – spiega Mario – dal consorzio che gestisce tutti i centri di accoglienza della provincia. Mario ci indica – come il professore – un punto su in paese, una rosticceria stavolta. “Andate lì e chiedete se a loro conviene o no avere gli immigrati in casa. Chiedete quanti aiuti ricevono, ne hanno preso uno a lavorare, l’ho visto proprio in questi giorni. Ma lasciamo stare”.  Seduti davanti al market all’entrata del paese, ci sono un gruppo di pakistani. Hanno le sporte piene di farina, patate, riso, biscotti. Fanno la spesa con i pocket money, 5 euro ogni due giorni. Il titolare del market non vuole esporsi, eppure ammette: “Certo, sono un indotto per noi. Sui 5 euro del buono ci trattengono una commissione del 10%, ed è un fatto notevole, che porta economia. Loro sono tranquilli però”. Non ci sono episodi di sangue o di criminalità efferata da raccontare, a memoria di paese, che vengano fuori dal Cara. Disordini e traffici intestini si sussurrano con la mano davanti la bocca, a Mineo, nessuno può giurarci tuttavia. Noman siede davanti la porta del market, pakistano, ha 25 anni. Dice che vive al campo da un anno, gli hanno rifiutato i documenti. Vive in un perenne intermezzo. Qual è il tuo futuro, chiediamo: “Dormire e mangiare”. Ma non al camp, in paese, dice, al camp si mangia male, solo pasta e riso, pasta e riso. Poco più in là c’è Mario, l’imprenditore che vive in Svizzera. Si danno le spalle.

il testo originale è uscito sulle pagine de Il Fatto Quotidiano 2 settembre 2015

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