Mazzarrona

(…)Mi ritrovo di colpo nelle case di amianto, con Massimo. E Massimo si faceva di eroina, oltre le palizzate, nelle case di amianto, sopra il colle di eternit, emergeva dal trip, con un respiro fioco, un rantolo, il pugno stretto, la siringa sporca di sangue alzata come una spada sguainata. Poi aveva ancora il laccio stretto, la vena del collo la vedevo pulsare. Ansava lungo strade che erano isbe, canaloni di fogna, la Mazzarruna. Massimo, delle case di amianto, degli archi di periferia, dei tossici sopra motorette con la marmitta bucata e io sto lì ancora. Ma ero io ad averlo scelto, io io, nessun’altro. mareForse lo avevo amato, Massimo, come si può a vent’anni, come si conviene ad un’età, e lui aveva provato a corrispondere, come aveva potuto, con i suoi scarni avambracci solcati da piste, col suo costato fragile e i tremori della rota. Massimo era oltre, sì, lo vedevo lì sul colle di lamiera, lanciava sassi verso il ruscello putrido, la pozza di fogna scorreva sotto casa, il suo palazzo falanstero. Niente a senso, scriveva un writer. Qualcuno doveva aggiungere la consonante aspirata, dannazione. Massimo avrebbe espiato. Io fumavo Marlboro e lo guardavo ammirata, seduta su una vecchia motoape. Un tizio spacciava del fumo ai ragazzini che aspettavano, erano tutti figli di ambulanti. Poi lo baciai, il suo sapore era di metallo, era l’eroina.

La piazza era un luogo di automi. I compagni si facevano tutti, li avevo scelti io. I pomeriggi, con Romina, sedevamo sotto gli archi e aspettavamo che il silenzio ottuso della periferia ci consumasse, ad una certa ora il silenzio era la ragione di traffici di ogni tipo. Non mi turbavo alla vista di una ragazzina addormentata ai piedi di un albero secco, misero, al centro della piazza. Dormiva del suo sonno di eroina, non aveva quattordici anni, e già tremava nella rota e aspettava il tipo all’ora precisa. Oppure la mattina oziavamo al bar, quartier generale dei tossici irriducibili, quelli che sapevamo morti all’incirca, non erano dandy, li immaginavamo peggiori di altri perché vestivano come taluni rocker duri che guardavamo in tv. In piazza andavano le ragazze rovinate, le chiamavamo proprio così “quelle rovinate”. C’era Cetty, che tentava spesso il suicidio ma andava in giro vestita come una dea; c’era Stefy, bruttina, ma ricca da fare schifo, gli abiti di Moschino, il trucco perfetto e sempre avanti rispetto alle altre. Rovinata, era rovinata. Capitava di inciamparvi tra un sentiero e l’altro, nel cuore della piazza. Stefy ne è uscita. Cetty, ho già detto, è morta, ma di cancro. E’ stata la mia adolescenza. Cosa dovevo fare? Potevo mettermi tranquilla, ecco tutto. Dovevo bruciare quel diario maledetto, il diario di Christiane F., le sue didascaliche indicazioni verso la negazione, una noiosa incalzante esortazione al disagio. Avrei dovuto suonare il piano, ho le mani giuste, sapete.

Copyright © Veronica Tomassini.

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