nel romanzo che verrà

I miei anni di ragazza. Ne parlerò, non di me. No, parlerò dei compagni della valle, malgrado ne abbia in parte già raccontato in Christiane deve morire (Gaffi, nda). Quella valle non esiste, non era neanche la periferia, non era neanche Mazzarruna. Era una condizione dello spirito. Il silenzio. Il deserto. Gli altri, giovanissimi, cadevano uno per uno. Regolare era vedere uno fatto di ero. Ti vomitava accanto bava bianca, noi ragazzine perbene eravamo distratte e consapevoli, ce ne fottevamo in poche parole. vent'anniEppure quel tempo vorrei dimenticarlo. Le mattine al Sert con quel tale eroinomane. Io ero una ragazzina perbene, mai toccato una pasticca, solo qualche canna senza troppi entusiasmi. Amavo leggere, usavo parole troppo lunghe, secondo quell’idiota che aveva tentato di ammazzarsi con un grammo di roba. Io lo accompagnavo, vegliavo sul vampiro, guardandolo con pietà, pensando fosse un cadavere. In fila davanti la porta del Sert  aspettava un genere umano spaventoso. Avevano quasi tutti le mani, le braccia gonfie, il viso butterato, le palpebre pesanti. Utilizzavano il linguaggio dei tossici. Era morte tutto intorno. Ma io ero viva. Il tizio aspettava, bisognava fargli i conti in tasca tutte le volte e tutte le volte i soldi in tasca corrispondevano esattamente al costo di un quartino. Quando invece penso a Massimo mi coglie uno strano brivido. Ero innamorata forse. Non lo consideravo un verme. Si faceva, cioè si bucava, ma era un altro paesaggio, non so come dire. La sua dipendenza era nobile, malinconica, aveva una Renault quattro bianca. In macchina ascoltavamo Tracy Chapman o gli Smiths. Un capodanno poi ci siamo dati un bacio, l’unico.

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