Pasolini per me

Avevo paura dello scrittore, lo ammetto, nel cordoglio generale, oggi, lo ammetto. Ero scossa persino dal suo viso, ero una bambina, ma ancora adesso è così. Impressionata da quel corpo coperto male, il fango i baracconi. Il sangue, l’efferatezza. L’idroscalo, l’anonimo girone. Nella mia tenera percezione delle cose già la morte dello scrittore era tutt’uno con i suoi film i suoi scritti. In tv – non so come sia stato possibile – avevo visto, turbata profondamente, alcune scene di Mamma Roma la cui tragicità restituiva una crudeltà da parossismo. Non sono mai riuscita a leggerlo, malgrado ho amato moltissimo il neorealismo, se vogliamo, se è giusto dirla così, il neorealismo più consolatorio. Le periferie di Pierpaolo Pasolini erano quella proda repellente che non ero capace di sopportare, preferendogli la quiete della provincia pratoliniana, dove la brutalità riuscivo a tollerare come un innocuo contributo letterario, senza l’esosa sommità del limite umano superato dal regista di Salò. Eppure le periferie sono state una specie di poetica per me, questo doveva spingermi a rivalutare il neorealismo pasoliniano, non temendolo oltre. Non sono riuscita ancora. Ed è la mia confessione di oggi. Ieri ho riprovato, ho seguito molte cose che lo riguardavano (e questo negli anni ovviamente), le infinite ricostruzioni della notte dell’idroscalo. Ho provato ad appassionarmi, senza pregiudizio, al suo visionario Decameron, con Ninetto Davoli più simile a un satanasso (nella mia limitata sensibilità) che a un malinconico guitto del tempo. Gli afrori di quella periferia erano osceni – la periferia pasoliniana tout court – un paesaggio eretico da cui difendersi. Devo nascondere questa colpa? E stata una colpa? Non amare Pasolini, rifuggirne piuttosto? Non trovavo la luce nelle sue periferie, le sue remore le sue fragilità erano in penombra. Certe volte ho avuto la sensazione che prima di accadere la sua morte essa stessa ne fosse presagita o che perlomeno io la considerassi addirittura inequivocabilmente. Conseguente la morte a un paesaggio eretico. Non temo di ammetterlo oggi. Non è cambiato nulla. Tra le mani ho un saggio dedicato a Pasolini, del giovane autore Luca Raimondi, pasoliniano, non della prima ora solo per una questione anagrafica. Le cose che racconto potrebbero in fondo rivelarsi prossime eppure sono ispirate da un randagismo umano illuminato. Ecco di Pasolini temevo il buio.

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