cosa dovrà accadere ancora?

Si domandava un personaggio di Orwell: cosa dovrà accadere ancora?

Scrivo, dopo gli attentati di Parigi. Non è ancora cambiato nulla per noi occidentali o invece è cambiato tutto? Nella mia piccola vita intanto “tutto” procede comunque. Guardo poco la tv, solo per un  momento ho pensato di non partire per il Giubileo romano, andrò e basta. Il problema è che a volte dimentico le motivazioni, da qualche settimana mi ha preso un tedio mortale, un sonno costante, non mi lascia, durante il giorno faccio quel che devo fare, il pomeriggio cammino in pineta. Nessun sussulto. Non patisco per un abbandono ed è già una gran cosa; ho interrotto ogni contatto esterno, slegato relazioni fasulle. Ho ridotto il dosaggio del farmaco. Non mi aspetto nulla. Malgrado la domanda che contraddice la tentazione all’afasia (sospenderò ogni giudizio sul mondo e sulle cose): cosa dovrà accadere ancora? Allora dico: non smetti di affezionarti al mondo, sei una sfigata. Non sai neanche vivere come si dovrebbe: non sei competitiva, salvo timidi exploit che durano lo spazio d’un mattino. Continui a essere quella che si fermava al sesto giro di campestre. Piagnistei. E’ solo noia, credetemi. Ci sono fatti enormi, il mondo muore e io guardo i melograni esplodere in un rosso turgido e ostinato. Oppure penso al mio inglese da schifo con cui sono costretta a misurarmi quando capita, quando parlo con amici dall’altra parte della terra. melograni

Un pomeriggio, seduta al tempio, mi fermano dei ragazzi, appartengono alla Chiesa degli ultimi giorni, mi propongono: vuoi frequentare un corso di inglese da noi, signora? E’ gratuito. Ho sorriso, ho detto sì perché mi hanno chiamato signora.

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