Un dandy chiamato Enrico Dal Buono

Del suo romanzo d’esordio ne stanno parlando moltissimo, “La vita nana” per Baldini&Castoldi. La vita nanaForse anche perché Enrico Dal Buono, classe ’82, ferrarese, destabilizza il tedio consapevole dell’intellettuale di riferimento. Immagine quella di Dal Buono affatto consolatoria. Con questo aplomb un po’ da bello e dannato, da honnete homme dei nostri anni anonimi, ha conquistato subito parterre trasversali, salotti bene e pagine di copertine eccellenti, salvo accorgersi che la sua ironia è la sua cifra stilistica e la scrittura un tam tam incessante, che assedia il lettore e un paesaggio grottesco, visionario, un universo terrificante e circense insieme, retto da un’ enclave di piccoli uomini, artefici della Storia. Enrico Dal Buono è il borderline con una tunica turca e una fascia in vita. Avete presente? Nicolai Lilin lo definisce un filibustiere pieno di brillante ironia.

L’ho intervistato:

Enrico Dal Buono, ogni scrittore ha la sua ossessione, che viene chiamata poetica, puoi ammettere la tua?
Vorrei andare in paradiso, ecco la mia ossessione. Anche se non ho la minima idea di che cosa possa essere. Più o meno scrivo solo e sempre di questa roba.
Ami la letteratura russa, in cosa ti ha influenzato?
Enrico Dal Buono

Enrico Dal Buono

Influenzato è la parola giusta. Perché è una letteratura assolutamente malata, febbricitante. Come quando hai la temperatura corporea a 39 gradi e vedi San Pietro che picchia un bambino. Nei miei autori preferiti, Dostoevskij in testa, i personaggi sono capaci dei più alti slanci mistici e delle più grosse porcherie. E’ l’effetto Stavrogin, protagonista dei Demoni. Non penso, tra l’altro, che sia una prospettiva arbitraria. Penso piuttosto che sia un paradosso insito nell’essere umano. I russi l’hanno estremizzato, reso più evidente. E io cerco di fare altrettanto, col materiale che mi ritrovo in mano nell’Italia del 2015.

C’è stato un momento in cui hai capito che la scrittura poteva diventare il tuo destino?

La scrittura come destino è una cosa grossa. Anche se lo fosse, va riconquistata ogni volta, in ogni parola che scrivi. Posso dirti però quando ho capito che la lettura sarebbe stato il mio destino. Avevo 18 o 19 anni, la sera prima mi ero preso una sonora sbronza e mi ero appena fumato una canna sulle mure medievali di Ferrara.

Dal Buono

Enrico Dal Buono scrive per Vanity Fair, Marie Claire, La Repubblica. Docente di scrittura creativa all’Accademia di Belle Arti di Milano.

Mi viene la nausea, poi un attacco di panico (uno dei primi). Allora prendo dalla tasca del cappotto l’Anticristo di Nietzsche e inizio a leggere. Dopo un po’ mi perdo nei pensieri di quell’altro scoppiato e non penso più ai miei, di pensieri (che nello specifico erano: “morte, follia, colpa, vomito”). Da allora ho capito che l’entusiasmo per le idee altrui è terapeutico.

C’è molta attenzione intorno al tuo romanzo “La vita nana”, malgrado gli stati generali dell’editoria non siano i più illuminati…
Se qualcosa non si illumina perché magari c’è blackout o non pagavi le bollette, si può sempre appiccare un incendio. Sono arcistufo di tutta la mia generazione, che si piange addosso. Le cose non sono piovute dal cielo per nessuno, nemmeno per le generazioni precedenti. Se vuoi davvero una cosa, se hai il talento per prendertela, vai lì e te la prendi. Bussando e ribussando, sfondando la porta a testate o dandole fuoco, non importa. Se non s’illumineranno vorrà dire che saranno morti e arrivederci ma c’è sempre qualcuno che sopravvive e che raccoglie la staffetta. L’uomo ha bisogno di parole e di idee, questo bisogno ci sarà finché ci sarà l’uomo.
Sei felice (domanda fondamentale)?
Anche se lo fossi non potrei ammetterlo. Poi gli dei si incazzano e ti puniscono. Vado a momenti, come tutti. In certi momenti forse sì, lo sono. A volte capita anche quando scrivo e le parole vengono fuori da sole una dopo l’altra per qualche pagina e intanto senti che stai facendo la cosa che da senso alla tua vita. Poi magari vai a fare la spesa, torni a casa, rileggi, e ti rendi conto di avere imbrattato Word di cagate.

 

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