Monthly Archives: January 2016

il bacio

Decido di incontrare I. con molte reticenze, o piuttosto paure. E mi vergogno ad ammetterlo, soltanto perché I. ha la pelle scura. Ma non ho nessuna riserva per nessuno, credetemi, in generale non ho coscienza borghese, diceva un mio caro amico. E i miei amici sono fuori dalle cose ordinarie di solito, amo tutto quello che è distante da me, non sono un’esterofila, ho uno spirito cosmopolita, come Kundera scriveva di Goethe. Malgrado abbia viaggiato poco.

I. è giovane, non mi rivela la sua età. E’ un bel tipo, molto alto, ex giocatore di basket, laurea in farmacia, vende maschere africane e ha un certo ascendente sulle donne. Mi aspetta un pomeriggio, gli dò appuntamento nel mio posto preferito, davanti al mare. Una marina frequentata, dove il sole resiste fino al tramonto. Non siamo soli, mi sento al sicuro. E poi mi dico: stupida, cosa pensi di fare. Niente, proprio niente.

Ci sediamo, lui fuma, tentiamo di conversare. Una strana pace cala su di noi. E’ quel luogo, il mare senza crespature, il sole, il vento che è andato a riparare altrove. Una stranissima pace, non prevista. I. sembra un po’ maldestro quando prova ad avvicinarmi, lo ignoro.  Poi non so come, mi prende per un braccio, non ho equilibrio, finisco per appoggiarmi alla sua spalla. Voglio rimediare subito, alzarmi, e invece resto così. Senza imbarazzo, senza paura, con una inedia pericolosa, mi lascio andare alle cose. Ho molti pudori, segreti pudori. Mi alzo, voglio andare via. I. senza permesso allora mi bacia.

Non succederà più, lo guardo fisso, voglio arrabbiarmi. Vado via. Ma quel bacio era pieno di dolcezza. Timido e insieme profondo. Non so come spiegare, ma vado via.

 

pregiudizio

Non so come spiegare a I. – l’uomo senegalese che ho conosciuto di recente – che non voglio nessun tipo di relazione con lui, convincerlo di questo. Perché è musulmano e io sono cattolica, per me non è un piccolo dettaglio. Nella migliore delle ipotesi dovrei rinunciare alla mia fede e convertirmi alla sua. I. è molto giovane. Molto bello. Ma io non sono una ragazza. Non posso sperimentare sbagliare avventurarmi. Ho amici musulmani, non è un vero pregiudizio. Non so come spiegarmi. Ho già dato, è tutto sempre così difficile.

Non rispondo ai messaggi di quest’uomo. Ieri mi scrive: don’t angry with me. Non sono arrabbiata con lui. 11693862_10206067319395105_1191395215313473859_nVorrei che dimenticasse il nostro brevissimo incontro, non è poi un gran sacrificio. Lui dice: I cannot. Soltanto perché lo sto rifiutando. Gli uomini impazziscono se li rifiuti.

I. è arrivato a dirmi: se tu parli con gli altri devi parlare anche con me, altrimenti devi togliere tutto, facebook whatsapp e non parlare con nessun’altro. E non stiamo nemmeno insieme. Figuriamoci se accettassi la sua insistenza. Ho molte riserve su relazioni di questo tipo e – guarda la coincidenza – mi scrivono solo uomini arabi. Sono testardi, non si arrendono. Forse gli italiani dovrebbero prenderli a esempio, almeno su questo, con una certa moderazione naturalmente. Anche il mio ex era così. Un polacco.

Adesso preferirei la calma, la certezza, non posso permettermi di più. Non sono una ragazza, ho già fatto troppi casini, le mie scelte sentimentali sono state solo casini. Adesso vorrei soltanto essere amata senza pagare un prezzo troppo alto.

il male didascalico

(…)Era  il 1980. Christiane nel suo diario raccontava i giorni con l’eroina, mi sembrava di sentire in bocca il medesimo sapore metallico della polvere o dolciastro dei succhi di ciliegia. Mi bagnavo della sua stessa pioggia, cupa e di carbone, nella stazione del Bahnhof Zoo dove Christiane a tredici anni si prostituiva. Temevo gli androni ampi e bui dove Christiane si bucava, il palco e i fari del concerto di David Bowie di Heroes, dove Christiane accecata dai decibel  ingoiava Lsd. Imparai tutto.

Così diventai strana.

Rilessi ancora Christiane F. noi ragazzi dello zoo di Berlino, e lo rilessi, e ancora, ancora, ancora. Il Bahnof zoo era spaventoso, esattamente come lo immaginavo. David Bowie  urlava dal palco:  “It’s not the side-effects of the cocaine / I’m thinking that it must be love / It’s too late – to be grateful / It’s too late – to be late again / It’s too late – to be hateful / The european cannon is here / I must be only one in a million”.  Ecco, io ero già pronta,  ricevuto. Ero già pronta.  Diventai una ragazzina strana. Mi riconobbi soltanto negli anni a seguire in quanto ragazzina strana. “Sciana”.   Forse avevo un’ indole pasoliniana , portatrice di schegge periferiche, strade cementate, stazioni e battone. Nella testa mi frullava un sacco di roba. In un cesso vedo Riboldi Gino di Testori, e non sapevo chi fosse. Era Testori, era Riboldi Gino che dava di stomaco.   vent'anni

Non avevo letto il romanzo per intero, In exitu, ne ebbi timore. Riconoscevo l’aria fitta e pregna di cupo che penetrava le pagine, infrangendosi nel requiem di un tossico che rividi negli anni, rividi spesso, nel tempo residuale di una periferia, la periferia della mia adolescenza. Avevo già visto tutto, così mi parve, nel diario infernale della ragazzina di Berlino, ritenni sufficiente quanto appreso per predispormi alla tristezza, bastava per nutrire i sensi di colpa e la scrittura. Un ago in vena, un laccio emostatico, Riboldi Gino chino sul suo ventre duro,  l’uggia supplice di anni vili, fetidi, di rampe di scale e vomito di bava, fu l’apprendistato al male didascalico che avrei imparato in redazione, a mettere giù, nero su bianco, in redazione, sbadigliando.Christiane deve morire Il tedio di Christiane mi batteva nelle tempie. (…) A nord della città di Siracusa vigilia una collina di cemento. Un fortino marginale di disadattati che si facevano di polvere bianca, li conobbi, perché c’era da scegliere: onestamente desideravo confrontarmi con il sapore dolciastro di un succo di ciliegia, mischiato al metallo della polvere scaldata. Volli provare, a tutti i costi. Avevo quindici anni, poi non provai, preferii le campestri e la banalità dei compagni di liceo. Ma prima Christiane batteva nelle tempie. Il Sound,  la discoteva dove ingollava acidi  ritardava su di me le sue luci psichedeliche; gli anni ’80 in quell’albume periferico, dove limacciosi i sogni perdevano prestanza, ci fecero tutti eroinomani.

(tratto da Christiane deve morire, Gaffi 2014)

Lettera a Christiane F.

 

La mia vita sarebbe stata migliore, più facile, se non ti avessi letto?

Ti scrivo questa lettera per dirti che a te in fondo ho dedicato gli anni, tutto, persino un romanzo (ma è il meno che potessi fare). Ho letto il tuo diario quando frequentavo la quarta elementare e già avevo imparato il gergo degli eroinomani. Con mia cugina giocavamo ai drogati. Le siringhe erano matite spuntate. Ti ho trovata in una libreria di Terni, la più grande, eri dentro una vetrinetta girevole. Avevo imparato a memoria il tuo diario, lo slang, sapevo cosa fossero le spade, la scimmia, i fatti di ero. Li riconoscevo, grazie a te. Per strada mia madre mi trascinava un po’ seccata perché tutti i balordi per terra erano sacrifici su cui vegliare, li guardavo da una parte ora dall’altra, cercavo di capire, non capivo mai niente.

i ragazzi dello zoo di Berlino Erano gli anni ’80, l’eroina era arrivata nelle nostre piazze con una ferocia inaudita, ero una bambina. L’eroina aveva i suoi morti di overdose, o per un taglio sbagliato, qualche conoscente di mio fratello, compagni di liceo. Volevo capire, non capivo mai nulla. In seconda media, convinsi la mia insegnante di lettere di inserire il tuo diario nelle ultime ore così che potessi leggerti ai compagnetti di classe. Loro mi adoravano, qualcuno si addormentava, la mia amichetta R. diceva che la voce era perfetta, sembri Christiane, diceva. Di te non conoscevamo il volto, nulla, la copertina restituiva l’immagine di Natja Brunckhorst, la protagonista del film che ti hanno dedicato. Quel film l’ho visto, era spaventoso, ma quel grigiore, l’uggia mortale di quella Berlino, gli zombie della kurfustentrasse, i quartieri dormitorio,  Gropiusstadt, mi erano entrati in vena, come la roba nelle tue.

La mia amichetta cominciò a farsi a quindici anni, era rimasta nelle case popolari, si spacciava maledettamente, erano miseri, sporchi, forse ne è uscita oggi, credo almeno. Non so, hai contagiato una generazione di eroinomani. Forse. Il mio compagnetto M. era il più indolente, ascoltava la mia voce ma diceva che pensava ad altro, che a lui i libri non piacevano. Poi si è bucato anche lui. L’ho incontrato anni dopo, non mi riconosceva. Eravamo in piazza, lui era  lo stesso ragazzino, non era cresciuto nemmeno in altezza, soltanto si bucava e parlava della scimmia, diceva che aveva questo colpo, una fitta terribile ai reni, tremava, lo raccontava a un altro tizio, un tossico, mentre aspettavano la roba. Ed io ero lì. Parlavano di roba buona e di roba tagliata male, di quel tale che c’era rimasto o del pusher delle case di via Italia che vendeva l’erba migliore. E i miei anni della giovinezza sono stati anche questo. Una continuità ligia e fedele ai tuoi inferni che ho attraversato per un patto malato, restarti accanto, perché volevo capire, ti dicevo, e non capivo nulla. A sedici anni pensavo di essermi innamorata, lui si faceva, ma non siamo stati insieme, mai. L’altro, che incontrai un anno dopo, si bucava e aveva tentato il suicidio con l’eroina. Nessuno è morto, sono ancora lì, ma gli altri li ho persi. Non ho vissuto che questo, perché volevo capirti o non so cosa. Oggi ti ho incontrata di nuovo, la tua seconda vita, il libro, le tue foto, finalmente ti vedo. Leggo che non ne sei mai uscita. Il tuo diario era un diario maledetto. Mi sento responsabile per R. o per la mia amichetta del cuore A. che a diciotto anni raccolse l’ultimo respiro del suo fidanzatino, morto di overdose ovviamente. E dico ovviamente. Mi sento responsabile, sono stata io a leggerti, ad avvelenarli piano piano. In seconda liceo, la mia amica P. ti volle leggere, chiese in prestito il diario. Quel libricino con la copertina gialla non lo rividi più. E non chiesi alla mia amica P. di riaverlo, me ne ero liberata. Anni fa, ho incontrato la sorella e invece di pensare alla mia amica P. pensai a te, al tuo diario che a P avevo prestato. Chiesi di lei. Appresi dalla sorella che P. era morta, in un incidente. Era un diario maledetto. Mesi fa, mio padre l’ha ricomprato in una bancarella, lo vendevano a due euro, pensa, era un pocket. Sono arrivata a pagina dieci, le budella mi si torcevano. E’ finita, stavolta è davvero finita.

(l’originale è stato pubblicato nel mio blog personale su Il Fatto Quotidiano)

 

una giornata

Realizzo che Solzenicyn mi angustia. Forse non è il momento di leggere Una giornata di Ivan Denìsovic, ambientato nel campo speciale per detenuti politici a Ekibastuze, Kazakhstàn. Il sistema quasi matematico di annientamento dell’uomo, inviso a Stalin, non è diverso dal sistema di osservazione antropologica aberrante e implacabile adottata nei lager nazisti. Piccole differenze. Dov è l’uomo senza Dio? Cosa è capace di fare, senza Dio? Nel campo speciale dove Suchov  obbedisce alla sua giornata, soltanto forse Aljoska, il battista che legge il Vangelo ricopiato nel breve taccuino, traduce un qualche significato superiore, ancorché per gli altri è all’incirca propaganda. Uomini glabri, senza anima, con la scritta sul petto, il numero sbiadito nella toppa al ginocchio, calzature marce di fibra di tiglio dentro cui marciare curvi, crepitando sotto la neve, il gelo grigio, i pancacci rosi dalle tarme, i buglioli delle baracche nauseabondi come la notte che tarda a smettere se stessa, mischiandosi al giorno brumoso: è il paesaggio terrificante che ci propone Solzenicyn, via via che si procede. L’idea presuntuosa era già franata, il villaggio socialista, che sarebbe stato edificato nel deserto nevoso, avrebbe seppellito definitivamente ogni speranza, l’uomo, la sua natura assetata di eternità. Vi parlo di Solzenicyn, mentre tutto intorno nelle cose che mi appartengono e sono sempre meno piomba una desolazione affatto comprensiva, maldisposta a trasformarsi nel suo segreto opposto che io non conosco, che non mi si svela ancora. La mattina torna la difficoltà a mettere i piedi per terra. Non ho con me ragioni per affrontare il giorno e penso a Suchov, malandato e scarno, febbricitante nel cortile degli appelli, nell’alba gelata. Tremo per lui. La giornata di mattina presto si presenta severa e esigente. Poi riesco a tirarmi su, cerco il motivo giusto, quale cosa dove? Solo la sera prima, il mio unico desiderio è inenarrabile e vigliacco. Malgrado il sole mi accolga oggi. Malgrado a volte ritorni a sbagliare, rovinando sopra le stesse domande.

inibizione

Ieri sera, chiama ancora una volta Idris, malgrado lo avessi pregato di non farlo. Non importa. Non cambia nulla. Non lo capisco. Comunque mi annoia abbastanza, lo ammetto. E questo caos in cui mi ostino a vivere comincia a scocciarmi. Sono fasi, mi dico. Penso quasi con vergogna alla leggerezza con cui ho accettato relazioni virtuali e con uomini lontanissimi da me, se possiamo chiamare relazioni uno scambio di mail o chat assurde trascinate la notte; o realizzare passivamente il desiderio di qualcuno. Verificarlo, senza curiosità, con la distanza garantita dai social. Evidentemente la mia inibizione era andata a farsi un giretto. Non voglio uomini, ho detto a Idris. Why? Chiede.

Già, perché. Perché è faticoso? Perché non ho voglia di competere, espormi, provarmi in alcune circostanze? Perché funziona sempre alla stessa maniera e mi sembra di aver visto tutto? Chiudo la conversazione.

 

contemplazioni

Ieri sera ha chiamato Idris, un uomo del Senegal incontrato in piazza Duomo, giorni fa. Gli ho dato io il numero perché me lo ha chiesto, con la promessa che non lo avrebbe usato. Ipotesi improbabile. D’altra parte non so mentire ed è una fregatura talvolta, piuttosto la paura di ferire gli altri lo è, il rischio è di cacciarmi nei guai come capita spesso. Idris chiama con una strana voce, parla in inglese, un po’ in francese, un po’ in italiano. Sullo sfondo sento il suono noioso di una radio araba. D’un tratto lo interrompo, dico: non chiamarmi più, per favore. Lui tace poi aggiunge: ho letto Les Contemplations di Hugo, Le fleur du mal di Baudelaire, conosco l’uomo, dice. Non sono inferiore a chiunque altro. Tu abbia conosciuto? Vorrei chiedere. E invece non lo faccio. Mi arrabbio: no che non sei inferiore. Idris ha una sua bellezza, immagino che debba piacere molto alle donne, lui lo sa e per questo è così audace, forse. Non avrei voglia di avventurarmi, insomma ci siamo capiti. Per la prima volta, penso ai sussurri della gente, che delusione. I sussurri, neanche fossimo nella Valguarnera del primo dopoguerra. Penso: direbbero guarda con chi esce e altre illazioni malevole. E’ una novità per me interessarmi ai sussurri della gente che poi la gente sono gli altri e gli altri siamo sempre noi.