il male didascalico

(…)Era  il 1980. Christiane nel suo diario raccontava i giorni con l’eroina, mi sembrava di sentire in bocca il medesimo sapore metallico della polvere o dolciastro dei succhi di ciliegia. Mi bagnavo della sua stessa pioggia, cupa e di carbone, nella stazione del Bahnhof Zoo dove Christiane a tredici anni si prostituiva. Temevo gli androni ampi e bui dove Christiane si bucava, il palco e i fari del concerto di David Bowie di Heroes, dove Christiane accecata dai decibel  ingoiava Lsd. Imparai tutto.

Così diventai strana.

Rilessi ancora Christiane F. noi ragazzi dello zoo di Berlino, e lo rilessi, e ancora, ancora, ancora. Il Bahnof zoo era spaventoso, esattamente come lo immaginavo. David Bowie  urlava dal palco:  “It’s not the side-effects of the cocaine / I’m thinking that it must be love / It’s too late – to be grateful / It’s too late – to be late again / It’s too late – to be hateful / The european cannon is here / I must be only one in a million”.  Ecco, io ero già pronta,  ricevuto. Ero già pronta.  Diventai una ragazzina strana. Mi riconobbi soltanto negli anni a seguire in quanto ragazzina strana. “Sciana”.   Forse avevo un’ indole pasoliniana , portatrice di schegge periferiche, strade cementate, stazioni e battone. Nella testa mi frullava un sacco di roba. In un cesso vedo Riboldi Gino di Testori, e non sapevo chi fosse. Era Testori, era Riboldi Gino che dava di stomaco.   vent'anni

Non avevo letto il romanzo per intero, In exitu, ne ebbi timore. Riconoscevo l’aria fitta e pregna di cupo che penetrava le pagine, infrangendosi nel requiem di un tossico che rividi negli anni, rividi spesso, nel tempo residuale di una periferia, la periferia della mia adolescenza. Avevo già visto tutto, così mi parve, nel diario infernale della ragazzina di Berlino, ritenni sufficiente quanto appreso per predispormi alla tristezza, bastava per nutrire i sensi di colpa e la scrittura. Un ago in vena, un laccio emostatico, Riboldi Gino chino sul suo ventre duro,  l’uggia supplice di anni vili, fetidi, di rampe di scale e vomito di bava, fu l’apprendistato al male didascalico che avrei imparato in redazione, a mettere giù, nero su bianco, in redazione, sbadigliando.Christiane deve morire Il tedio di Christiane mi batteva nelle tempie. (…) A nord della città di Siracusa vigilia una collina di cemento. Un fortino marginale di disadattati che si facevano di polvere bianca, li conobbi, perché c’era da scegliere: onestamente desideravo confrontarmi con il sapore dolciastro di un succo di ciliegia, mischiato al metallo della polvere scaldata. Volli provare, a tutti i costi. Avevo quindici anni, poi non provai, preferii le campestri e la banalità dei compagni di liceo. Ma prima Christiane batteva nelle tempie. Il Sound,  la discoteva dove ingollava acidi  ritardava su di me le sue luci psichedeliche; gli anni ’80 in quell’albume periferico, dove limacciosi i sogni perdevano prestanza, ci fecero tutti eroinomani.

(tratto da Christiane deve morire, Gaffi 2014)

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