forget me

I. non vuole capire. Gli spiego: siamo diversi, ok? Sono troppo europea per te, non chiamarlo razzismo, per favore. I miei pensieri sono europei, sono malinconica, algida come certi paesaggi lagunari. Non mi importa un accidenti del colore della tua pelle. Sei tu razzista, tu me lo ricordi sempre, tu distingui gli uomini per razze. Io no.

I. dice di amarmi. Così mi arrabbio sul serio. Lui insiste: “Please, love me, because i love you“. Non se ne parla nemmeno. Vorrebbe un figlio un giorno, partiamo, andiamo in Germania, in Francia, ricominciamo. Ma sai quanti anni ho? Lui è più giovane, molto più giovane. A lui non frega nulla dice, potresti essere vecchissima, ma quando sei vicino a me, tu sei piccola, bambina.

Bè, importa a me invece. Perché sono stanca,  avventurarmi mi stanca, perché biologicamente funziona così. In questa età si vogliono altre cose e infatti cerco altre cose, un altro tipo di uomo che si prenda cura di me e di mio figlio. I. dice che ho paura della vita. Bravo, tipico ricatto morale, no anzi un modo di provocarmi, per indurmi a un sì, devo pensarci bene per riconoscerlo però, sennò casco nella trappola. Potrei rispondergli: E allora? Tu hai paura dei cani, e ti ho già rassicurato quel giorno al mare quando ne incontrammo in branco. Massì. Ho paura della vita, ho già dato tutto. I. non c’entra niente con me, l’ho incontrato per strada un pomeriggio di dicembre, lo salutai distratta sorridendo, anche lui salutò annoiato, aspettando seduto al tavolo di un bar il prossimo cliente al quale avrebbe venduto le sue maschere. Io cercavo altro, non un uomo che non avresse niente, perché stavolta non ho niente nemmeno io. E poi certe cose vanno bene a una età e so perfettamente il grado di resistenza che esse pretendono. Rimprovero I. : “Forget me!”.

 

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