Monthly Archives: March 2016

Non c’era amore

A Mazzarruna gli abbaini avevano le grate alle piccole finestre. Microcosmi di illegalità come tutto il resto. In cortile,  dai box di muratura, tramezzati tirati su alla buona, ululavano i cani. La nostalgia dell’uomo perseguitava il rione maledetto dalla sorte, voluto così piuttosto, perché i tossici andassero a comprarci la roba. Quel tale, aspirante suicida, conosceva i suoi frequentatori per i vizi, mai per le virtù. Ognuno ne deteneva uno, uno specifico. Il mio pudore virginale si irretiva facilmente, anomalo e fuori luogo. Ed ero sempre io a sentirmi senza contesto, ma a dirlo a loro, ai compagni della valle o al tizio aspirante suicida, mi vergognavo. Pensieri troppo articolati, guai a usare un paio di proposizioni in uno stesso periodo o parolone. Quella primitività mi fece ammalare, prima che l’abitudine  agli esseri esangui che avevo scelto, per punirmi, perché non meritavo altro, può darsi, cosa? La vita, la felicità, sì sono gli assilli di tutti noi

mazzarrona

Mazzarrona, i miei deserti

Non c’era amore, dovevo incontrarlo ancora, o lo pretendevo negli inferni sbagliati. Gli altri avevano solo fretta di farcela,  di beccare il tipo con la roba buona, di svegliarsi dopo il trip, di non prendere il male, scambiandosi le siringhe. Io non mi bucavo. La madre di quel tizio mi raccontava di cose da grandi, di una donna capace di certe oscenità, e io ero una ragazzina, il mio pudore, dovevano proteggermi. Non so chi, forse quel tale, che parlava lento, due righe bianche a segnarli le labbra, uno strano sapore in bocca.

Eppure eccomi, sono ancora viva e il paesaggio spettrale di quelle campagne, del cemento arrogante chino sulle nostre esistenze, non mi ha seppellito, non è merito del mare inutile e lontano con i suoi sigilli di gentilezze sconosciute, inaudite. E’ una fortuna avere una memoria nobile che pulisce ogni intruso, elemento di passaggio, nauseabondo disimpegno del destino.

(continua)

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17 anni

Quando ho incontrato quel tizio, avevo solo 17 anni. Da allora ogni cosa ha perso di leggerezza. Ero una ragazza, avevo una vita brillante se vogliamo, una studentessa con buoni voti, ero carina, stavo cominciando ad avere un’idea di quanto fosse bella la giovinezza. Non ho nessuna foto di quel periodo. Ero felice perché ero libera e il mondo era tutto per me. Ascoltavo le canzoni di Mina perché avrei voluto essere una donna così, forte e appassionata, o Tracy Chapman o Tanita Tikaram. Quando ho incontrato quel tizio ho soltanto assecondato un impulso di pietà, nella sua persona non c’era nulla che mi ispirasse amore, desiderio, nulla, la sua stessa persona era un ricatto morale: guarda quanto sono derelitto, non ti fai schifo a essere felice? Più o meno. Lui era un tossico, sopravvissuto a un suicidio. Sono stati gli anni peggiori della mia vita, regalati a uno che non ho mai amato, ricambiata. Di colpo sono diventata vecchia. Però vedete questa storia non mi va nemmeno di raccontarla, lui era talmente banale che con tutta la buona volontà non saprei tirarci su un personaggio di second’ordine. Nessuna poetica dedicata  a un ex eroinomane. No a lui no, ma a Massimo sì, malgrado io e Massimo siamo stati insieme pochi giorni. Massimo e le canzoni di Tracy Chapman, le notti fredde di inverno, le marlboro sul cruscotto, le gonne troppo corte e le mie belle gambe, quando ancora lo erano prima di ridurmi a uno straccetto di 42 chili. Ma questo è accaduto dopo, con quel tale eroinomane che voleva ammazzarsi e non c’è riuscito. Non sono più stata una ragazza. Il mondo mi si è mostrato di colpo con le sue nefandezze. Però la vita non chiede scusa, quasi mai.