Non c’era amore

A Mazzarruna gli abbaini avevano le grate alle piccole finestre. Microcosmi di illegalità come tutto il resto. In cortile,  dai box di muratura, tramezzati tirati su alla buona, ululavano i cani. La nostalgia dell’uomo perseguitava il rione maledetto dalla sorte, voluto così piuttosto, perché i tossici andassero a comprarci la roba. Quel tale, aspirante suicida, conosceva i suoi frequentatori per i vizi, mai per le virtù. Ognuno ne deteneva uno, uno specifico. Il mio pudore virginale si irretiva facilmente, anomalo e fuori luogo. Ed ero sempre io a sentirmi senza contesto, ma a dirlo a loro, ai compagni della valle o al tizio aspirante suicida, mi vergognavo. Pensieri troppo articolati, guai a usare un paio di proposizioni in uno stesso periodo o parolone. Quella primitività mi fece ammalare, prima che l’abitudine  agli esseri esangui che avevo scelto, per punirmi, perché non meritavo altro, può darsi, cosa? La vita, la felicità, sì sono gli assilli di tutti noi

mazzarrona

Mazzarrona, i miei deserti

Non c’era amore, dovevo incontrarlo ancora, o lo pretendevo negli inferni sbagliati. Gli altri avevano solo fretta di farcela,  di beccare il tipo con la roba buona, di svegliarsi dopo il trip, di non prendere il male, scambiandosi le siringhe. Io non mi bucavo. La madre di quel tizio mi raccontava di cose da grandi, di una donna capace di certe oscenità, e io ero una ragazzina, il mio pudore, dovevano proteggermi. Non so chi, forse quel tale, che parlava lento, due righe bianche a segnarli le labbra, uno strano sapore in bocca.

Eppure eccomi, sono ancora viva e il paesaggio spettrale di quelle campagne, del cemento arrogante chino sulle nostre esistenze, non mi ha seppellito, non è merito del mare inutile e lontano con i suoi sigilli di gentilezze sconosciute, inaudite. E’ una fortuna avere una memoria nobile che pulisce ogni intruso, elemento di passaggio, nauseabondo disimpegno del destino.

(continua)

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