ritorno a Mazzarruna

Alle case gialle si spacciava solo la roba, perciò chi le frequentava aveva il sigillo di tossico, anni in cui lo erano più o meno tutti, perlomeno tutti i compagni della valle lo erano e quel mondo minimo era il solo che conoscessi. A me apparteneva la virtù della temperanza, l’incapacità di far uso di una qualsiasi forma di piacere eccetto che con moderazione. Ero troppo timida per vivere, malgrado ne avessi diritto a un’età – una stagione – che non chiedeva altro. Mazzarruna però induceva al castigo di ogni pallido rifiorire, persino i sentieri che conducevano alle case, con la costa argillosa al di sotto dove franava il mare impotente rimestandosi in gorghi disperati e precisi, non si ridestavano con aiuole fiorite, ma solo nei cardi, irti, ostili come crudeli occhi di drago. cropped-veronica-santa-margherita-b-e-n.jpgDicevo era la primitività di quei luoghi e di quella gente ad avermi fatto ammalare, ero nel crepuscolo dello spirito, sordo a ogni guarigione. I pomeriggi finivano sotto i portici delle case, i soliti commerci, carta stagnola coperta dalla polvere, i flaconcini, la luce che filtrava appena, tra i piloni tirati su con il medesimo spregio ignorante che aveva ordito un deserto come Mazzarruna. Sedevo con gli altri. Parlavano da beoti perché erano strafatti e avevano voglia di parlare e il mondo era pacifico. Ero fortunata, la mia temperanza mi teneva fuori dagli impicci, mi sono salvata dalle retate e dalle sberle degli sbirri della speciale, troppo innocua per motivare sospetti. E non è nemmeno esatto questo, perché nessuno dei compagni lo era di meno. Il mio male cospirava, apparteneva al mio spirito in ombra, ne avevo cucito ogni crespatura. Non so spiegarmi la ragione. Avrei forse dovuto temere la mia curiosità, un mostro con mille teste, o almeno due a farsi la guerra: le due nature esattamente in conflitto, la mia provenienza borghese e la mia noia ingovernabile o il desiderio di deregolamentare o l’inappropriatezza. O cosa ancora?

I compagni parlavano il dialetto. Romina era un’adolescente con la voce da adulta. Non si è mai ragazze o lo si è per sempre.  Sembri una damina, mi diceva, e rideva. Eravamo amiche, qualunque fosse il significato di quel valore allora.

(continua)

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