Eccetto la vita. Quella dovevi saperla.

Le sere di inverno ascoltavamo la radio nella Renault 4 di Massimo. Qualche volta c’era Romina delle case. E altre volte eravamo solo io e lui. Massimo amava Morrissey, io volevo che amasse me. Non è successo, se non tempo dopo – e non posso giurarci –  quando ci eravamo persi oramai, noi che mai ci eravamo incontrati negli anni delle case gialle, mai veramente, nemmeno in quell’abitacolo dove io ascoltavo lui, e lui Morrissey. Massimo era sempre poco più in là.vent'anni

Vestivo di nero, mi piaceva avere un’aria minimalista e crepuscolare, andava di moda il punk colto dei Cure, e ovviamente noi ragazzine delle case tentavamo di imitarlo, malgrado ne sconoscessimo del tutto la ragione, malgrado alle case dimorasse l’ignoranza come il più autorevole dei vessilli. Eccetto la vita. Quella dovevi saperla. E questo mi rendeva insicura, ero fuori la porta, la vita la vita. Cosa vuol dire sapere la vita? Ogni tanto qualcuno me lo urlava in faccia, Romina perlopiù: tu non sai vivere. Era così. Annuivo. Romina era adulta sempre, io no. Io non crescevo mai, nemmeno fisicamente solo in altezza al limite. Rispondevo con tutto il veleno che preferivo non vivere piuttosto che andare in giro a raccontare sciocchezze, mentendo. Era una questione di dignità. Romina rideva come gli adulti ridono, con la volgarità di chi ha imparato dall’esperienza, da chi ha capito che se non altro è una fregatura il mondo, prenderlo e basta. Il mondo, concetto generico, dove far confluire i fallimenti personali. Il mondo: erano le case.

Massimo si faceva, ma non era un verme come quel tale che aveva tentato il suicidio, eppur non era morto. In macchina ci stringevamo ai maglioni, il freddo di Massimo era il freddo della rota. Accendeva la Marlboro e mi guardava perplesso, non era una posa, era uno sguardo, non c’erano intenzioni. Aspettava il tizio con la roba. Era tutto molto ovvio. Cos’altro poteva essere il mondo se non la fogna nei canaloni di Mazzarruna, le steppe con i cardi irti spinosi, il cielo di metallo e i fumi neri delle fabbriche, le nostre palpebre pesanti.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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