Ritorno a Mazzarruna: Massimo

Il sole picchiava così forte, sopra le lastre di metallo gettate nella campagna, da impedirci di oltrepassare l’orizzonte dello steccato a qualche metro da noi; rifletteva sui nostri visi, sorpresi dalla pochezza del medesimo paesaggio. Ogni giorno non smetteva di deluderci, ma non conoscevamo altro. Nel retro della motoape c’era il solito ubriacone che vendeva fumo ai ragazzini, su cassette di verdura andata e arance marce. Sotto i portici frugava il movimento sempre uguale dei tossici in attesa, lento ipnotico. Lo scambio, la stagnola passata da palmo a palmo, i ricetta, la polvere dell’asfalto che bruciava i nostri occhi chiusi.

mazzarrona

La fissità dolorosa dello stesso paesaggio coglieva il nostro sguardo vuoto o deluso. Massimo teneva le camicie fissate ai polsi, anche d’estate, per coprire le piste sul braccio e per lo stesso motivo usava stivali di cuoio  per nascondere i buchi sulle caviglie. Vestiva bene, usava  foulard di seta al collo, dove diavolo comprava quella roba. Massimo veniva dalle case popolari, non quelle dello spaccio, gialle, le case dei mao mao le chiamavano, dove la gente era più brutta e più sporca.  “Le tue spalle bianche mi dicono che qui non è posto per te”, riteneva e il suo sorriso era pieno di comprensione. Le mie spalle bianche. Preferivo la durezza della pelle di Romina, la sua voce da donna, saperci fare a letto, come Cetty, del quinto piano. Non crescevo mai, o ero già vecchia, di una vecchiezza diversa però, priva della sostanza della vita. Massimo era curato, pettinato, amavo il suo profumo qualcosa di simile al vetiver, mi piaceva; non come gli altri tossici. Massimo non doveva morire. Tutti finivano in overdose e certi morivano, speravo che lui non morisse mai. Lo baciai d’improvviso, un pomeriggio alle case, sedevamo in cortile, Romina ascoltava la radio in cuffia. Lo baciai. Continuava a guardarmi dentro quello stupido sonno, mi parve felice. Sì, felice. Romina non si accorse di nulla. Massimo non lo so, volli credere di averlo destato del suo sonno uggioso, il sonno della roba.

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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