Ritorno a Mazzarruna: Romina

Romina era scura in volto. Guardava oltre il recinto verso il mare. Sul recinto si abbarbicavano cespugli di ginestre, più in là sporgevano aiuole di acacie e agrifogli. Mazzarruna non era solo un deserto allora. Però lo era lo stesso. Era buia come la sera quando scendeva, opprimendo le case, quando i cani latravano dagli abbaini, i bambini strepitavano e qualcuno le prendeva o le dava.

Mazzarruna costa

Mazzarruna, la costa

L’assenza di qualcosa tormentava quella gente, Romina ne avvertiva l’ingiustizia, era un’assenza senza nome, senza contenuto, non sapevo trovarne, eccetto il tedio il male annunciato in alcune canzoni che ascoltavamo in macchina, nella Renault di Massimo. Sense of doubt di Bowie aveva spinto persino qualcuno a finirla davvero l’insulsa tragedia della propria vita. E c’era una ferrovia che attraversava i rovi: era lì che finivano le insulse vite della gente di Mazzarruna. Romina guardava il mare, era poco più alta di me, dura nel corpo, a suo modo bella, sembrava ridere del mondo, era solo uno sguardo in fondo, una piega del mento, una breve cicatrice da angolo a angolo. Teneva i lunghi capelli neri legati con una pinza al centro della nuca, non si truccava mai, indossava pantaloni da ragazzo. veri casaAveva chiuso con uno, le dicevo: è un buzzurro, hai fatto bene. E lei mi rideva in faccia, perché usavo parole difficili, ridicole tutto sommato. Aveva ragione. A Mazzarruna non servivano tante parole, piuttosto brevi, gergali, bisognava imparare un codice, usare il silenzio anche, nel metodo conosciuto a pochi, con l’atteggiamento di piccoli sfrontati criminali. L’ambizione era imitarli. Il tipo si bucava, stavano insieme da qualche mese. Era nero, segaligno, sembrava un ramo secco, uno di quei ceppi che ardeva nei falò nel cortile delle case. Cosa ci troverai mai? Le chiedevo sinceramente interessata. Romina non ci trovava nulla, come non c’era nulla da intercettare, nessun segreto che fosse meraviglia d’appresso o intorno alle case. Ci stava e basta. Cos’era l’amore in quel tempo? Ne eravamo disperatamente attratti, lo cercavamo, con vergogna. Io avevo Massimo, lui non mi amava, lo avrebbe fatto troppo tardi. Ma era il suo castigo, arrivare dopo qualcosa di bello, capirlo dopo, perderlo. Quando Romina guardava il mare così cupa, la sua ombra si allungava ancora di più verso le rocce e lei sembra grande immensa, lei sapeva tutto, non aveva paura. Ed era ancora più bella.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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