Monthly Archives: May 2016

Massimo.

Massimo a Mazzarruna muore di overdose. Avrei voluto vederlo ancora vivo, adulto, e non distratto, capace di guardarmi veramente e dirmi: hai gli occhi verdi, adesso con il sole che ti stringe la pupilla come la testa di un chiodo, adesso con certa luce delle foglie, qui all’ombra del ginepro. Non conosceva il colore dei miei occhi, non lo distingueva e mi ostinavo a pensarlo amore un accidente grossolano per cui qualche volta riuscivamo a incontrarci e quello era stare insieme. Massimo non avrebbe parlato mai così. Il suo sguardo liquido osservava un punto lontano, era lì che voleva andare. Lo trovarono nelle campagne oltre le baracche di Mazzarruna, aveva le vene gonfie e la siringa conficcata ai suoi piedi, steso con gli occhi al cielo, guardava un punto lontano, era lì che voleva andare. Con Romina e i compagni ne discutemmo a lungo, Romina litigava col tizio con cui si vedeva, uno che spacciava, regolare, chi non spacciava a Mazzarruna era dentro, era morto, o si faceva di eroina. Romina ce l’aveva col mondo e col tizio con il quale si vedeva da qualche mese e ce l’aveva con lui perché vendeva eroina e per questo Massimo era morto e mentre litigava col tizio seduta su una vecchia gomma di automobile aspirava lunghe boccate da uno chilom. Oltre le case, fumavamo lunghe boccate dallo chilom e guardavamo un punto lontano.

“E’ lì che voglio andare”. Erano passati mesi, Massimo era morto e io già avevo dimenticato il dolore. Mi era rimasta soltanto la nostalgia, la nostalgia è l’ombra sotto cui riparano le nostre distrazioni. Invece Romina non dimenticava mai niente così non provava il sentimento inutile chiamato rimpianto. Il rimpianto non è la nostalgia, le spiegai. La distinzione mi parve assolutamente necessaria, Romina mi guardava con il medesimo sconcerto, ammirata e nauseata insieme dalla mia evidente propensione ai pensieri lunghi. 11693862_10206067319395105_1191395215313473859_n

“Non è mai opportuno teorizzare” le spiegavo. Lei sorrideva un po’ marcia come le donne adulte che hanno visto tutto e non sanno più l’innocenza. Teorizzare era un verbo sconosciuto a Mazzarruna, tutte le parole che non fossero un intercalare, il dialetto, lo slang dei tossici, lo erano. “Lo sai quante parole esistono?”. Romina mi ascoltava malgrado smarrisse il senso delle mie domande. Erano sciocche, inutili, come i rimpianti. Come qualcosa che era sempre il termine di paragone sbagliato per Mazzarruna. Tutto lo era. Massimo parlava pochissimo, cercavo di riabilitarlo nei miei ricordi, sommariamente diventò il primo amore, l’amore dell’adolescenza. Però mentivo.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

Leonardo Pica Ciamarra, il refrain di una meteora

di Gilda Policastro

Leonardo Pica Ciamarra è un ricercatore di Filosofia e pubblica il suo primo ed unico romanzo nel 2002, per minimum fax. Il titolo, Ad avere occhi per vedere, allude a un refrain più volte ripetuto nel testo, che funge, al contempo, da movente o motore strutturale e diegetico del delirante monologo in cui per lo più la narrazione consiste. I fatti anzi le frasi pronunciate dai personaggi, a contarle, sono due o tre: tutto quello che ne deriva per  duecento pagine sono impressioni, deduzioni, catene di immagini e di significati non immediatamente percettibili o soltanto ad avere occhi per vedere. I quattro capitoli in cui il testo si articola diventano altrettante quaestiones filosofiche (sulle morse senza scampo, il demonio, i duelli, l’amore), senza però un andamento troppo irrigidito sulla natura del trattato o pseudotrattato (alla Manganelli, per intenderci) e con un incedere libero e digressivo, quanto a episodi laterali e sentimenti associati ai diversi personaggi. I principali sono tre: il professor Alberto Berlingieri, che durante la riunione per il numero zero di una rivista, e a seguito di un’uscita infelice di un giovane studioso, il deuteragonista Alessandro Settìmi detto Iago, avrebbe tentato di pisciargli addosso, la fida Giuliana Ponte, che si dibatte tra aggressore e aggredito con un carico di proiezioni che le rende arduo finanche il compito di proporsi con un’identità autonoma, figurarsi di mediare. Ma si susseguono altre apparizioni più o meno fugaci come il trascurabile figlio di Berlingieri, non fosse che si chiama Wiesengrund (detto Lallo), la nipote Minuccia, invisa al nonno per la sua ineleganza da cicciona vorace, il notaio Quaglia, il fidanzato di Giuliana e una serie di figure che acquistano comunque un ruolo e un rilievo al di là della finzione esemplare (da exemplum, proprio).

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Gilda Policastro, nata a Salerno, vive a Roma. Ha pubblicato “Il farmaco” (Fandango, 2010); “Sotto” (Fandango 2013); “Cella” (Marsilio”, 2015). Pubblica racconti in antologie e riviste e libri di poesie tra cui “Non come vita” (Aragno, 2013) e “Inattuali” (Transeuropa, 2016). Collabora con Pagina99, Il Reportage e Doppiozero. Ha pubblicato saggi su Dante, Leopardi, Manganelli, Pasolini e un volume sulle Polemiche letterarie dai Novissimi ai lit-blog (Carocci, 2012)

Memorabili le pagine j’accuse sul professore universitario, in cui l’autore sembra rinunciare alla vena al contempo mimetica e surreale per denunciare (com’è lecito anzi automatico inferire, dall’interno) volgari attitudini e bassissime condotte della categoria, a partire dal burocratese e dalla pseudologica inconcludente. Il libro si chiude con un cambio di prospettiva e di tono e una nota amarissima, di ascendenza leopardiana, sulla vita e la morte, a seguito del tracollo definitivo del professor Berlingieri e della sua ospedalizzazione. Altrettanto originale, per inventiva e stile, era il racconto successivamente antologizzato ne La qualità dell’aria (2004), Nell’aeroporto di Gatwich, una sorta di catabasi in un non luogo bloccato per motivi di sicurezza, in cui la narrazione eludeva e dilazionava il nucleo centrale e il tema della diffrazione della vista si riproponeva nell’incestuoso voyeurismo del compagno di scuola incontrato per caso. Come le meteore di una trasmissione televisiva di qualche anno fa, Pica Ciamarra dopo queste due prove sicuramente incoraggianti (ottimo piazzamento al Calvino, stampa entusiasta e una candidatura allo Strega) pare essersi  definitivamente eclissato dalla scrittura (“si dedica con successo alla carriera di scrittore non scrivente”, dice di sé in una nota biografica). Ma ad avere occhi per vedere potrebbe, come il suo Berlingieri, riservare ancora qualche sorpresa.

Lo scrittore che smette di pubblicare

Mi colpisce moltissimo l’idea che uno scrittore un giorno smetta di pubblicare, con consapevolezza, nauseato dal metodo. Si può rifiutare di partecipare a quella che si considera infelicemente una gara al ribasso. Così quello scrittore sparisce dal giro. Rinuncia  a tutto, al valzer delle vanità, alla corte dei miracoli, a tutto. Ha introdotto l’argomento lo scrittore Marco Drago, raccontando del caso di Silvia Magi e Matteo Galiazzo ad esempio. Ci vuole coraggio, ieri ne ho parlato (anche se non approfondendo) con l’autore Giuseppe Casa, del quale mi hanno detto un gran bene. La cosa pazzesca è che io non lo conoscevo. Giuseppe ha origini siciliane e vive a Milano, mi spiega che ha cominciato a pubblicare negli anni ’90 nelle riviste cult dell’epoca. Racconti perlopiù. Poi dice: “Nel ’98 il primo libro da Transeuropa con Massimo Canalini, quindi Rizzoli, Mondadori e Baldini&Castoldi. Fine”. Già, fine.

 

Giuseppe Casa

Giuseppe Casa

Giuseppe la definisce una involuzione. Dipende da come la si vede. I suoi romanzi  – mi dicono – sono quanto di più vicino a quella spada capace di franare il ghiaccio. L’ultima sua cosa risale al 2013, un romanzo pubblicato con Foschi, uno dei miei migliori, commenta Casa, ma passato inosservato. Ora ha deciso di stare fermo per almeno quindici anni in attesa che gli editori nel frattempo muoiano di noia. Non che non lo possa capire. In un tale ossimoro, ci sto abbastanza bene. Scrivere e non pubblicare. O essere uno scrittore (status, non mestiere) e non scrivere. Non più. Forse deve cambiare qualcosa, anche soltanto – e qui divago un tantino – la convinzione che la non fiction novel l’abbia inventata Saviano con Gomorra: giuro, sentito ieri da Fazio. No perché casomai – cari editori – o caro Fazio – o caro Saviano – sapete che esiste il giornalismo letterario da Malaparte a Buzzati a Del Buono (ne avrò dimenticati altri). E da molto prima. Riconoscete con umiltà – una volta tanto – che il mondo non l’ha inventato Roberto Saviano. Usciamo fuori da ogni verità di comodo che l’editoria ha adottato in anni pigri e disonesti di idee. Oppure sì, morissero pure tutti di noia.

Ritorno a Mazzarruna: Cetty

Romina era dura sempre. Non l’ho mai vista piangere. Quando parlavamo di Cetty che aveva tentato di ammazzarsi, lanciandosi giù dal balcone, non mostrava alcuna forma di pietà, piuttosto in lei si agitava il rancore, il suo volto bruno di colpo impallidiva, il suo rancore scolorava. “Vuole morire e non lo fa mai!” mormorava tentando di controllare la rabbia. Non aveva ragioni migliori degli altri, Cetty, per morire. Era fortunata perché era bella, una di quelle donne per le quali gli uomini sono destinati a fare follie e a perdere. Il suo corpo era morbido, concepito per accogliere, l’avevo invidiata in quegli anni, a tratti odiata, come succedeva a Romina, per motivi diversi. Romina voleva solo farcela, io non saprei, comunque ero fuori luogo, comunque non mi bucavo. Cetty sì. Ero già adulta, quando il necrologio sul muro della parrocchia della Mazzarruna mi informava che Cetty, venti anni dopo le case gialle e i compagni di allora, dicevo che Cetty era morta. Pensai quindi a quel buzzurro che non sapeva amare altro che lei e mi scelse come controcanto su cui esercitare la sua inanità, la sua mestizia congenita, indole da parassita. Tossico. Cetty aveva i capelli neri e lisci, poi cominciò a perderli a causa dell’eroina e dovette tagliarli, quando la incontrai di nuovo, molti anni dopo, aveva finito la comunità e non si bucava più, i capelli erano biondi, li aveva tinti e non sembrava nemmeno Cetty di Mazzarruna. Morì di cancro.Mazzarruna costa

La madre le sopravvisse a lungo, Mazzarruna era un misterioso crocevia di sfighe. La madre di Cetty era sopravvissuta anche al marito, morto suicida, sotto al treno che correva lungo la ferrovia tra i canaloni di fogna. Forse i tentativi si ereditano finché qualcuno non esaurisce il desiderio. Cetty si faceva mantenere, qualche povero cornuto lo trovava sempre e indossava completi impeccabili, certi tailleur anni ’80, così festosi e circensi. Cetty non aveva una legge morale,una remora implicita che – dipende con quale intensità – nasce con noi e ci impedisce di agire o al contrario ci spinge all’opposto, agire troppo. Così Cetty agiva troppo, noi meno, lei sicché viveva abbastanza, malgrado tutto, e noi – gli altri – non sapevano imitarla a sufficienza. L’eroina, persino l’eroina, non fu il patibolo che ebbe potere di condannarla. E ancora la immagino di spalle – le sue spalle piene di donna – coperte da una camicia leggera, guardare il mare nervoso verso le fabbriche, la tenera nuca eretta, i pochi capelli bruni.

(continua)

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Galiazzo, Magi, Pellegrini: una sbandata positiva

di Marco Drago

Nell’ultima parte degli anni Novanta del secolo scorso, l’editoria italiana ebbe una sbandata positiva. All’epoca sembrava essere solo la prima, si è rivelata l’unica. I direttori editoriali leggevano le riviste underground e gli autori passavano in un niente dalla rivista underground ai libri veri. A un inizio promettente, e dopo che tutti i migliori autori vennero arruolati, le porte dell’editoria si richiusero e adesso si riaprono a caso, quasi mai come risultato di un lavoro di ricerca e di individuazione di testi degni. In quel ruggente periodo ho letto così tanta narrativa italiana da poter ancora adesso snocciolare nomi, titoli, trame, vicende editoriali e personali di quegli autori. Si diventava amici, tra scrittori, era inevitabile: ci si vedeva ai convegni, alle tavole rotonde, alle kermesse elefantiache così come alle presentazioni sfigate del martedì pomeriggio. Enrico Pellegrini e Silvia Magi li ho conosciuti di persona, ho letto e amato i loro libri ma poi hanno tutti e due smesso di pubblicare, così come Matteo Galiazzo. Pellegrini aveva scritto un libro di successo da giovanissimo e aveva fatto uscire il suo secondo lavoro dopo 6 anni, nel 1997. Si chiamava La negligenza e faceva parte di quella miriade di titoli un po’ alla Ellis che erano seguiti a Woobinda di Aldo Nove, Fango di Ammaniti e Occhi sulla graticola di Scarpa. Pellegrini aveva una trentina d’anni, forse meno, e vestiva come un miliardario. Non solo, si atteggiava anche a miliardario. Sembrava un personaggio di Ellis, più che Ellis, che credo fosse il suo obiettivo all’epoca. Era un giovane avvocato, sembrava molto deciso a seguire quella carriera e ben poco preso da quella di scrittore. Ultimamente, su La Stampa mi è capitato di leggere del libro di un tale Enrico Pellegrini e – ma certo! – era lui. (http://www.lastampa.it/2016/02/10/cultura/tuttolibri/un-ballo-in-maschera-la-conquista-di-new-york-con-la-focaccia-genovese-per-pellegrini-69yU9PqstAocj6TXOxWOAP/pagina.html). Dopo 19 anni ha scritto il terzo libro. Il suo terzo libro mette in scena un miracolo imprenditoriale basato sull’offerta di focaccia genovese al mercato Usa. Abita a New York e fa l’avvocato lì, quindi credo che alla fine sia diventato miliardario. Ma non grazie alla focaccia genovese.

Marco Drago

Marco Drago, classe ’67. Ha esordito nel 1998 con L’amico del pazzo (Feltrinelli) ha scritto Cronache da chissà dove,  Zolle, La vita moderna è rumenta, La prigione grande quanto un paese. Conduttore e autore radiofonico (RadioRai, Radio24, Rsi), dirige la collana di eBook Laurana Reloaded

 

Silvia Magi, di Ancona, si è fatta le ossa con Massimo Canalini di Transeuropa. Erano gli anni del dopo-Jack Frusciante. Silvia scriveva delle brevi prose oniriche dal sapore di crudeltà infantile, psicofarmaci e immaginario mitteleuropeo. Nel 2002 uscì un volume di questi brevi racconti, Tutto quello che mi sta a cuore, lo pubblicò Rizzoli. Benedetta Centovalli riuscì a spuntarla su Paolo Repetti di Stile Libero, che lo voleva a sua volta. Purtroppo Tutto quello che mi sta a cuore non ha mai avuto un seguito. Magi ha lavorato per anni a Vogue, poi si è trasferita all’estero (in varie città europee) e non ne vuole sapere di tornare a pubblicare. Odia tutto quello che segue la quiete della fase di scrittura: andare a parlare con gli editori, gli editor, fare le presentazioni, fare pr eccetera. Scrive ancora, ma tiene tutto per sé.

Ho citato un terzo nome, all’inizio: quello di Matteo Galiazzo. Il suo caso è il più eclatante, di tutti quelli di scomparsa dell’autore promettente. Galiazzo ha pubblicato in vita (artistica) tre libri, tutti per la Einaudi di Torino. Il primo nel 1997 e l’ultimo nel 2002. Della generazione pulp, Galiazzo era da molti considerato il fuoriclasse, quello con maggiori chance di fare il botto. Più di Ammaniti. Ma dopo il 2002, più niente. Le ragioni dell’abbandono sono mirabilmente spiegate in una nota presente sul volume “Sinapsi”, che raccoglie tutto quello che Galiazzo aveva nell’hard disk del computer (da Matteo B. Bianchi per l’editore Indiana). La ragione fondamentale (dico solo questo) è che con i libri non ci si guadagna da vivere. E mi sembra che non faccia una grinza.

 

 

L’inedito su Satisfiction

Quella che vi proponiamo è un’anticipazione del  romanzo che uscirà per Marsilio nel 2017

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Con Marek, bevevate all’ombra della pineta, a ridosso del condominio. Erano giorni grandiosi, non temevi la sfortuna, e dai colpi bassi sapevi come difenderti. La vita non ti avrebbe fregato. Avresti pensato alla tristezza di tuo padre, alla sua crudeltà cagionata dalla pochezza, dalla miseria. Non saresti diventato come lui, ligio servitore di partito, con un mucchio di idee fasulle per la testa, tutte franate – ridesti – sbriciolate, maciullate dagli eventi. La storia aveva vinto su tuo padre, su ogni proselito del partito, sui suoi fautori, neofiti, indottrinati dalle ottuse certezze. Allora la vostra dissidenza era la vodka, ma la vodka c’era comunque. Fu la sciagura di una nazione, correggimi se vuoi. Quando il sole molto timidamente illuminava Konskie, anche Konskie sembrava una città come le altre, la neve brillava lungo le strade sgombere, le insegne dei fondaci vuoti mostravano colori inediti, mortificati dal grigiore abituale. Il cielo si apriva verso la pianura, in lontananza i carri e gli animali da soma disegnavano la mappa puntinata della produzione comunitaria. Una maldestra forma di economia rurale sopravviveva a tutte le congiure. Quell’economia non resse neanch’essa alla storia, al suo colpo di mano. Quando aprirono le frontiere e tu eri un giovanotto, vedesti Konskie svuotarsi tetramente delle sue donne e dei suoi uomini, sul ciglio dello stradone ad aspettare il Ducato in fuga verso l’Europa (…)

Per leggere l’originale clicca qui: http://www.satisfiction.me/veronica-tomassini-inedita-laltro-addio/

 

Primo maggio per chi?

Solo negli ultimi anni, per me, l’attitudine alla scrittura è diventata una cosa seria, riconosciuta in una qualche forma di autorevolezza. Perché per anni al Sud, dove vivo, in questa città capitale della disoccupazione in Italia, la pratica dello scrivente – non autore non giornalista – era ed è abbastanza estesa, ma: mortificata al solo livello dilettantistico dei poeti della domenica. Nessuno ti riconosce il mestiere, nella peggiore delle ipotesi il talento. No so cosa significhi lavorare sotto contratto, qui al Sud, non è mai accaduto. La buona abitudine è stata quella dello scambio di favore e dei santi in paradiso. L’idea di spedire o lasciare un curriculum qui – oggi come ieri – è roba da sepolcri imbiancati o da pivelli che credono agli asini che volano. Posto che per disperazione al Sud c’è gente che giura di averli visti, gli asini che volano. vera 6Negli anni ’80 e negli anni ’90 il destino auspicabile (raro, inverosimile per niente meritocratico) per tutti quelli che restavano era il posto fisso. Però dovevi avere qualcuno: ce l’hai la raccomandazione? Era la domanda più frequente, ovvia, un dogma che nessuno metteva in discussione. Le cose funzionavano sempre  intorno e per le stesse famiglie, politici e imprenditori, non che la tendenza si sia mai invertita. Dovevi sederti in anticamera, nel gabinetto di qualche politico ignorante, che casomai avrebbe sputacchiato mollichine. Mollichine che i fortunati avrebbero raccolto senza turarsi il naso. La festa del primo maggio per me è una provocazione, una celebrazione – come ho letto in qualche post su facebook – senza l’oggetto da celebrare. La mia città, il Sud è finito, prima che il resto del Paese. Non è cambiato niente. L’ignoranza al potere, le teste migliori che se ne vanno, i deficienti – tipo me e per ragioni ognuno diverse – che restano perché poveri inani. Uscita dal liceo ho fatto di tutto, non ero né carne né pesce, quel che sapevo non serviva, serviva soltanto quel che non sapevo. Studiare era un investimento, non alla portata di tutti, forse non ero in grado di mantenere le promesse e pesare su mio padre. Poi sono finita  a scrivere per il maggiore quotidiano dell’isola. Nessun contratto, gavetta infinita, rischi e sottodimensionamenti compresi, soldini neanche a parlarne. Vent’anni così. Senza contratto.  Insomma non so cosa significhi progettare, avere qualcosa, non lo so. Oggi sono una free lance e quel che scrivo mi viene ampiamente riconosciuto. Tutto questo fuori dalla Sicilia. La forza sociale e civile che un tempo erano forse i sindacati oggi appartiene a una memoria da folklore. Continuo a pensare che insistere sulla festa del primo maggio è una inutile e pericolosa provocazione.