Primo maggio per chi?

Solo negli ultimi anni, per me, l’attitudine alla scrittura è diventata una cosa seria, riconosciuta in una qualche forma di autorevolezza. Perché per anni al Sud, dove vivo, in questa città capitale della disoccupazione in Italia, la pratica dello scrivente – non autore non giornalista – era ed è abbastanza estesa, ma: mortificata al solo livello dilettantistico dei poeti della domenica. Nessuno ti riconosce il mestiere, nella peggiore delle ipotesi il talento. No so cosa significhi lavorare sotto contratto, qui al Sud, non è mai accaduto. La buona abitudine è stata quella dello scambio di favore e dei santi in paradiso. L’idea di spedire o lasciare un curriculum qui – oggi come ieri – è roba da sepolcri imbiancati o da pivelli che credono agli asini che volano. Posto che per disperazione al Sud c’è gente che giura di averli visti, gli asini che volano. vera 6Negli anni ’80 e negli anni ’90 il destino auspicabile (raro, inverosimile per niente meritocratico) per tutti quelli che restavano era il posto fisso. Però dovevi avere qualcuno: ce l’hai la raccomandazione? Era la domanda più frequente, ovvia, un dogma che nessuno metteva in discussione. Le cose funzionavano sempre  intorno e per le stesse famiglie, politici e imprenditori, non che la tendenza si sia mai invertita. Dovevi sederti in anticamera, nel gabinetto di qualche politico ignorante, che casomai avrebbe sputacchiato mollichine. Mollichine che i fortunati avrebbero raccolto senza turarsi il naso. La festa del primo maggio per me è una provocazione, una celebrazione – come ho letto in qualche post su facebook – senza l’oggetto da celebrare. La mia città, il Sud è finito, prima che il resto del Paese. Non è cambiato niente. L’ignoranza al potere, le teste migliori che se ne vanno, i deficienti – tipo me e per ragioni ognuno diverse – che restano perché poveri inani. Uscita dal liceo ho fatto di tutto, non ero né carne né pesce, quel che sapevo non serviva, serviva soltanto quel che non sapevo. Studiare era un investimento, non alla portata di tutti, forse non ero in grado di mantenere le promesse e pesare su mio padre. Poi sono finita  a scrivere per il maggiore quotidiano dell’isola. Nessun contratto, gavetta infinita, rischi e sottodimensionamenti compresi, soldini neanche a parlarne. Vent’anni così. Senza contratto.  Insomma non so cosa significhi progettare, avere qualcosa, non lo so. Oggi sono una free lance e quel che scrivo mi viene ampiamente riconosciuto. Tutto questo fuori dalla Sicilia. La forza sociale e civile che un tempo erano forse i sindacati oggi appartiene a una memoria da folklore. Continuo a pensare che insistere sulla festa del primo maggio è una inutile e pericolosa provocazione.

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