Galiazzo, Magi, Pellegrini: una sbandata positiva

di Marco Drago

Nell’ultima parte degli anni Novanta del secolo scorso, l’editoria italiana ebbe una sbandata positiva. All’epoca sembrava essere solo la prima, si è rivelata l’unica. I direttori editoriali leggevano le riviste underground e gli autori passavano in un niente dalla rivista underground ai libri veri. A un inizio promettente, e dopo che tutti i migliori autori vennero arruolati, le porte dell’editoria si richiusero e adesso si riaprono a caso, quasi mai come risultato di un lavoro di ricerca e di individuazione di testi degni. In quel ruggente periodo ho letto così tanta narrativa italiana da poter ancora adesso snocciolare nomi, titoli, trame, vicende editoriali e personali di quegli autori. Si diventava amici, tra scrittori, era inevitabile: ci si vedeva ai convegni, alle tavole rotonde, alle kermesse elefantiache così come alle presentazioni sfigate del martedì pomeriggio. Enrico Pellegrini e Silvia Magi li ho conosciuti di persona, ho letto e amato i loro libri ma poi hanno tutti e due smesso di pubblicare, così come Matteo Galiazzo. Pellegrini aveva scritto un libro di successo da giovanissimo e aveva fatto uscire il suo secondo lavoro dopo 6 anni, nel 1997. Si chiamava La negligenza e faceva parte di quella miriade di titoli un po’ alla Ellis che erano seguiti a Woobinda di Aldo Nove, Fango di Ammaniti e Occhi sulla graticola di Scarpa. Pellegrini aveva una trentina d’anni, forse meno, e vestiva come un miliardario. Non solo, si atteggiava anche a miliardario. Sembrava un personaggio di Ellis, più che Ellis, che credo fosse il suo obiettivo all’epoca. Era un giovane avvocato, sembrava molto deciso a seguire quella carriera e ben poco preso da quella di scrittore. Ultimamente, su La Stampa mi è capitato di leggere del libro di un tale Enrico Pellegrini e – ma certo! – era lui. (http://www.lastampa.it/2016/02/10/cultura/tuttolibri/un-ballo-in-maschera-la-conquista-di-new-york-con-la-focaccia-genovese-per-pellegrini-69yU9PqstAocj6TXOxWOAP/pagina.html). Dopo 19 anni ha scritto il terzo libro. Il suo terzo libro mette in scena un miracolo imprenditoriale basato sull’offerta di focaccia genovese al mercato Usa. Abita a New York e fa l’avvocato lì, quindi credo che alla fine sia diventato miliardario. Ma non grazie alla focaccia genovese.

Marco Drago

Marco Drago, classe ’67. Ha esordito nel 1998 con L’amico del pazzo (Feltrinelli) ha scritto Cronache da chissà dove,  Zolle, La vita moderna è rumenta, La prigione grande quanto un paese. Conduttore e autore radiofonico (RadioRai, Radio24, Rsi), dirige la collana di eBook Laurana Reloaded

 

Silvia Magi, di Ancona, si è fatta le ossa con Massimo Canalini di Transeuropa. Erano gli anni del dopo-Jack Frusciante. Silvia scriveva delle brevi prose oniriche dal sapore di crudeltà infantile, psicofarmaci e immaginario mitteleuropeo. Nel 2002 uscì un volume di questi brevi racconti, Tutto quello che mi sta a cuore, lo pubblicò Rizzoli. Benedetta Centovalli riuscì a spuntarla su Paolo Repetti di Stile Libero, che lo voleva a sua volta. Purtroppo Tutto quello che mi sta a cuore non ha mai avuto un seguito. Magi ha lavorato per anni a Vogue, poi si è trasferita all’estero (in varie città europee) e non ne vuole sapere di tornare a pubblicare. Odia tutto quello che segue la quiete della fase di scrittura: andare a parlare con gli editori, gli editor, fare le presentazioni, fare pr eccetera. Scrive ancora, ma tiene tutto per sé.

Ho citato un terzo nome, all’inizio: quello di Matteo Galiazzo. Il suo caso è il più eclatante, di tutti quelli di scomparsa dell’autore promettente. Galiazzo ha pubblicato in vita (artistica) tre libri, tutti per la Einaudi di Torino. Il primo nel 1997 e l’ultimo nel 2002. Della generazione pulp, Galiazzo era da molti considerato il fuoriclasse, quello con maggiori chance di fare il botto. Più di Ammaniti. Ma dopo il 2002, più niente. Le ragioni dell’abbandono sono mirabilmente spiegate in una nota presente sul volume “Sinapsi”, che raccoglie tutto quello che Galiazzo aveva nell’hard disk del computer (da Matteo B. Bianchi per l’editore Indiana). La ragione fondamentale (dico solo questo) è che con i libri non ci si guadagna da vivere. E mi sembra che non faccia una grinza.

 

 

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