Massimo.

Massimo a Mazzarruna muore di overdose. Avrei voluto vederlo ancora vivo, adulto, e non distratto, capace di guardarmi veramente e dirmi: hai gli occhi verdi, adesso con il sole che ti stringe la pupilla come la testa di un chiodo, adesso con certa luce delle foglie, qui all’ombra del ginepro. Non conosceva il colore dei miei occhi, non lo distingueva e mi ostinavo a pensarlo amore un accidente grossolano per cui qualche volta riuscivamo a incontrarci e quello era stare insieme. Massimo non avrebbe parlato mai così. Il suo sguardo liquido osservava un punto lontano, era lì che voleva andare. Lo trovarono nelle campagne oltre le baracche di Mazzarruna, aveva le vene gonfie e la siringa conficcata ai suoi piedi, steso con gli occhi al cielo, guardava un punto lontano, era lì che voleva andare. Con Romina e i compagni ne discutemmo a lungo, Romina litigava col tizio con cui si vedeva, uno che spacciava, regolare, chi non spacciava a Mazzarruna era dentro, era morto, o si faceva di eroina. Romina ce l’aveva col mondo e col tizio con il quale si vedeva da qualche mese e ce l’aveva con lui perché vendeva eroina e per questo Massimo era morto e mentre litigava col tizio seduta su una vecchia gomma di automobile aspirava lunghe boccate da uno chilom. Oltre le case, fumavamo lunghe boccate dallo chilom e guardavamo un punto lontano.

“E’ lì che voglio andare”. Erano passati mesi, Massimo era morto e io già avevo dimenticato il dolore. Mi era rimasta soltanto la nostalgia, la nostalgia è l’ombra sotto cui riparano le nostre distrazioni. Invece Romina non dimenticava mai niente così non provava il sentimento inutile chiamato rimpianto. Il rimpianto non è la nostalgia, le spiegai. La distinzione mi parve assolutamente necessaria, Romina mi guardava con il medesimo sconcerto, ammirata e nauseata insieme dalla mia evidente propensione ai pensieri lunghi. 11693862_10206067319395105_1191395215313473859_n

“Non è mai opportuno teorizzare” le spiegavo. Lei sorrideva un po’ marcia come le donne adulte che hanno visto tutto e non sanno più l’innocenza. Teorizzare era un verbo sconosciuto a Mazzarruna, tutte le parole che non fossero un intercalare, il dialetto, lo slang dei tossici, lo erano. “Lo sai quante parole esistono?”. Romina mi ascoltava malgrado smarrisse il senso delle mie domande. Erano sciocche, inutili, come i rimpianti. Come qualcosa che era sempre il termine di paragone sbagliato per Mazzarruna. Tutto lo era. Massimo parlava pochissimo, cercavo di riabilitarlo nei miei ricordi, sommariamente diventò il primo amore, l’amore dell’adolescenza. Però mentivo.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

Advertisements