Monthly Archives: June 2016

la mia magrezza

Non ricordo il momento preciso in cui cominciai a non mangiare. Ma non era un vero digiuno. Era l’anno della maturità. Studiai molto, malgrado le tante assenze a scuola. Il professore di italiano era molto contento di me perché studiavo, ero una brava ragazza. Avevo trascorso mesi terribili, era il 1990. Tutta colpa di quell’idiota di Massimo. Lo accompagnavo ogni mattina al Sert. I cadaveri che aspettavano il metadone al Sert mi contagiarono tutta la loro morte. Gente malata di Aids. L’Aids faceva paura. Non sapevamo da quale vento velenoso difenderci. Qualcosa in me dovette incrinarsi, perché presi a mangiare sempre di meno, parcellizzare i miei pasti. Fino quasi a non nutrirmi più. Però studiavo, quando riuscivo, quando la vita mi si presentava sul davanzale della finestrella della mia camera di ragazza. Il sole rendeva perfetto il perimetro delle cose, il luogo dove si svolgevano, eppure c’era un’aria funesta, emaciata, che mi opprimeva. Sentivo il male degli altri, stavolta senza pietà, lo sentivo consumarmi da dentro, era tutto così pesante e tragico. Mai che si riuscisse a parlare con leggerezza, con futilità addirittura. C’era un macigno a ottenebrarmi, erano enormità, e fu un destino, lo fu a lungo. Le mie gambe erano belle e tornite, furono le prime a tradirmi. Mi reggevo appena, avevo freddo sempre, ero sempre stanca. La mia finta spavalderia perse credibilità.

Faccio fatica a raccontare quell’anno. L’inizio di una vera sventura. Non c’era niente di valoroso, ero ridicola. Massimo persino, lui, abietto, misero tossico destinato a crepare, rideva di me. Come sei diventata? Piccola breve parentesi in questo infelice racconto. Avevano finito di succhiarmi avidamente la vita, quei cadaveri? Avrebbero finito finalmente di molestare la mia innocenza? Dovevano crepare tutti. Dovevano bruciare Mazzarruna, le steppe, il fango, l’infamia di quel deserto morale. E lo era del tutto. Sarà un breve inciso, vi racconterò di quanto amor proprio ci voglia a non riconoscersi allo specchio. La bambolina tremante avevo perso la sua bellezza. Una giovinetta snaturata della sua salvifica vanità. Non mi bucavo. Non ero malata di Aids. Era solo la morte degli altri, che avanzava implacabile e lenta, ad avermi contagiato.

Superai gli esami di maturità. Un pomeriggio sedevo  accanto alla finestra nella camera da giorno. Il telefono squillava. Non volevo rispondere. Sarebbe stata la solita gogna. Erano le ragazzine perbene della scuola che si divertivano a insultarmi: Hei ti hanno già detto che stavi divinamente con la minigonna, ieri sera? Risate sullo sfondo. Immaginavo il gruppetto di gagliarde. Quelle che uscivano in coupé con il più carino del liceo. Oppure: Ciao, ti sei fatta vedere? Sarai mica malata. Click. Interrompevano la conversazione. Forse entrava qualcuno in stanza, temevano di farsi scoprire. A me non importava nulla, le ascoltavo  – sinceramente interessata – per apprendere come e quanto potesse osare il male, il male inutile, sciocco. Una notte in discoteca Romina finì a botte con una di queste. Avevo lanciato un Martini in faccia alla più stronza. Fu un attimo. Romina le mise a posto una volta per tutte. Uno del rione mi si avvicinò, poco più grande, entrava e usciva dal carcere per reati minimi tutto sommato. Aveva un debole per me. Era molto protettivo. <<Se ti danno fastidio ancora, – mi disse quella sera – vieni da me>>. Ci aveva già pensato Romina; quella alla quale avevo lavato la faccia con il Martini piangeva in un angolo del privé puntandomi il dito addosso circondata da alcune amiche più divertite che indignate veramente. Io e Romina fumavamo in piedi sotto la palla di luce, guardando fisso al gruppetto di nemiche. La stessa luce che illuminò il bel capo bruno di Massimo. Vuoi ballare? mi chiese una sera. Fu la solitudine di quegli anni a spaventarmi, a restituirmi i sogni in incubi, a rendermi capace di azzerare ogni tentativo di ricordo. Sto disseppellendo la mia vergogna. Ditemi: brava.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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l’amore

Dentro un’alba rosseggiante, vidi Massimo sopraggiungere, sicuro, avanzava verso di me. Superava tutti gli stupidi dissensi, il luogo sbagliato, la gente sbagliata, le parole sbagliate, quelle che non pronunciava mai, non sapeva dirmi. Seduta sulla gomma vecchia di un’automobile, gli urlai stizzita: <<Tu non sai amarmi, mai!>>.

Era il solito Massimo, non era sicuro, non era un’alba, solo nei sogni le cose funzionano. Massimo era distratto, dormiva sempre. <<Cosa devo fare?>> chiese scioccamente.

Scuotevo la testa, non lo so non lo so. Cosa puoi fare per dimostrarmi il tuo amore? Volevi ammazzarti per Cetty, ora fallo per me. Ma lo pensai soltanto. Tira su un grammo di roba, sparati il grammo di roba nelle vene, vai in orbita, idiota. Sparisci. Un giorno dovrò raccontarti e dovrò usare le parole giuste, trovare quelle che tu hai perso, idiota, quelle che non sapevi dirmi. Per anni, ho cercato l’amore negli inferni sbagliati. Era una questione di principio. veriEra mai possibile che nessuno riuscisse ad amarmi? Ne ero convinta. E la convinzione insieme con la noia, il mio grande problema, il vuoto la noia, mi ha causato un sacco di guai. Massimo era apatico. Odiavo tutto di lui, certe volte. Oggi so darmi le risposte vere. E le trovo nei libri come sempre. Leggo Solzenicyn: <<Persino degli avvenimenti già passati quasi mai sappiamo dare una valutazione e sappiamo prendere coscienza subito a ferro ancora caldo, tanto più imprevedibile e straordinario è per noi l’andamento dei fatti futuri>>.

continua

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

Il nuovo romanzo per Marsilio

Lo immaginavo il romanzo conclusivo di una trilogia, cominciata con Sangue di cane. Non proprio di una vita ordinaria, malgrado così mi sembrasse fino a quando vi rimestavo dentro. In questi giorni sto tentando di leggerlo Sangue di cane, come se ne fossi del tutto estranea. Non ho mai letto da “lettrice” quel che ho scritto. Ovviamente il tentativo non mi ha fatto bene. Il nuovo romanzo uscirà con Marsilio, questo è fino ad oggi. Io lo spero. Non voglio tornare indietro. Ma ho firmato il contratto. Sangue di cane raccontava la storia d’amore tra un bevitore polacco e una ragazzina italiana, negli anni prossimi alla caduta del muro, quando il fenomeno immigrazione arrivava dal Baltico, semmai, dall’Est Europa, dai luoghi dove oggi alzano immemori filo spinato. Di nuovo, verrebbe da aggiungere. Non era una provocazione, era solo una storia d’amore. Dentro oggi potrei rileggervi un mucchio di simbolismi, ma per carità niente lotta di classe, solo  tranche de vie. Il nuovo romanzo torna sugli stessi luoghi. Racconterà di lui, di quel bevitore polacco, di quello che era prima, nella sua cara Polonia. Cos’era la Polonia, cosa la vodka, il balzello capace di sovrintendere a ogni lutto, a ogni dissoluzione. Le retrovie, il male, l’abiezione, la pietà, torneranno a stringere nuovi sigilli. Ma sarà ancora tranche de vie.

“(…)Continuava a farmi piangere la pietà che nutrivo in seno per le tue miserie. Erano nobili, erano olocausti, sai, le tue miserie. Sotto il sole caliginoso di Milano, concludevi stupidi traffici da ladro di polli. Una volta vestivi con completi cuciti dal sarto migliore di Konskie. Immagino tante cose di quei giorni che non conosco, immagino tua madre che ti segue dalla finestra del falanstero di periferia e tu giovanotto sicuro e allegro per le vie coperte di neve. E dalle pinete immagino un’epifania immacolata diffondersi e i fiocchi cadere lentamente e un silenzio tutto intorno rotto soltanto dal suono delle campane della chiesetta del quartiere. Immaginami lì con te, a covare un paesaggio inaudito per quanto desiderato. E vedo tua madre sorridere da dietro le tende inamidate, e la voliera ondeggiare con il canarino felice e tuo padre altrove, lontano a borbottare, ligio al senso del dovere e lontano da voi. E’ mai successo? Voglio dire tua madre ha mai sorriso della tua bellezza composta, della tuo giovinezza senza violenza? Sei mai stato qualcos’altro da una creatura portatrice di dolore nella vita altrui? Hei, ragazzo mio, dai un bacio alla tua vecchia! Era tua madre, sì, prima che ti chiudessi dietro la porta(…)”.

A Veronica (dal vivo)

a Veronica Tomassini (dal Vivo)

Racconto di Giuseppe Casa

 

 

                                                                       Giovanna Autrice Gauguin

 

Ore 8. 00

Perché non sono depressa?

La vita è fatta di piccole felicità e il giorno del mio onomastico è fonte di gioia perché tutti hanno un pensiero per me… adoro gli auguri adoro essere coccolata adoro i Baci Perugina!  Sebbene creda proprio che possiamo evitare di essere un prodotto dei tempi, non vi pare? Voglio ringraziarvi con questo messaggio TUTTI e aggiungere con mio rammarico che ho problemi con la chat e per questo non potrò rispondere ai vostri tanti e meravigliosi messaggi ma VI ABBRACCIO TUTTI ringraziandovi affettuosamente!!!! ❤💋❤

Buongiorno di sole splendente!!! ❤

 

Ore 10.00

Seduta sulla mia Frau leggo I Giorni dell’Abbandono mentre sorseggio un cappuccino allo zenzero, con la Torre Velasca sullo sfondo. Ho uno scaffale pieno di libri di Elena Ferrante. Certe letture ti fanno riflettere (sto diventando una vera filosofa).  E voi amiche mie che fate quando siete senza trucco vi nascondete? Fate parte di quella grossa schiera di donne che non esce nemmeno al balcone per paura di essere vista? O al contrario non ve ne frega niente di apparire al naturale e senza un filo di make up?  Va tutto bene da quelle parti o “si cerca di tirare avanti”? A voi la parola!!! 😊😜❤

 

Ore 12. 00

Non ci sono state discussioni. Solo lui ha acceso e spento sigarette. Buttato il fiammifero fuori dal finestrino. Fatto un tiro. Buttata un’altra sigaretta. Sono ancora abbastanza giovane e la prospettiva di diventare madre non mi spaventa.

Questo è il messaggio WhatsApp che ho scritto alle 10.26 a mio marito.

Tu probabilmente pensi che io sia una creatura matta e ciarlona, ma non è così. RIPETO. Non è così. Voglio solo TE. Ci deve essere qualcosa che tu vuoi da me. Se solo tu lo sapessi. Perché io lo so cosa voglio da te. 🙂 ❤

Non mi ha ancora risposto.

Mi rendo conto che potrei essere depressa o, comunque, non avere molta voglia di scrivere per mille ragioni.  Poi, la depressione non si addice alla mia faccia. Mi pare che il mio corpo sia OK. Ho belle gambe. Bei piedi. Le foto pubblicate sul mio profilo possono dimostrarvelo. Potrei raccontarvi delle “battaglie” con mio marito e vantarmi delle mie vittorie. Ma la cosa sembra piuttosto sciocca. Quale coppia è senza problemi? Insomma, mi sento abbastanza bene, solo, improvvisamente realizzo che non so a che stadio sia, dal punto di vista emozionale, la mia esistenza e quanto karma ho e a che punto si trovi.

Meraviglioso buon pranzo da chef stellare!

 

Ore 14.00

Ho appena finito di scrivere un racconto favoloso, un remake di Cattedrale di Raymond Carver senza dialoghi, con un cieco bisessuale che si scopa la moglie di uno scrittore fallito e si dedica all’hackeraggio su Internet… E quando mi dicono “Gag, dovrai essere abituata dopo tanti anni di lavoro ai complimenti per la tua scrittura” io rispondo sinceramente che non è assolutamente così… ai complimenti non ci si abitua MAI… e se dopo un’ interminabile e stressante giornata di lavoro dietro le quinte del mio scrittoio… Alda Merini in ispirito ti fa un complimento come questo… cari amici… non solo non sono terrorizzata (i poeti amano i fantasmi) ma la mia voce è addirittura rotta dall’emozione!!!

Splendido pomeriggio di RACCONTI BREVI a voi!!!!!! 💖 💋 ❤ 😊😍😙

 

Ore 15.00

Qualcuno ha trafugato il mio video su YouTube.

Perché  non sono sorpresa?

Continuo ad avere l’impressione che la gente stia diventando meno umana e più bestiale. Sembra che le persone pensino meno e siano meno sensibili, per cui ciascuno agisce a un livello estremamente primitivo. Mi chiedo che cosa mi toccherà vedere ancora durante la mia esistenza? Comunque… che problema c’è se qualche invidioso ha “sabotato” il mio video facendolo addirittura scomparire? Nessun problema amici miei! il video è stato appena ripristinato ed è un piacere assoluto per me poterlo riproporre in una versione integrale… purtroppo adesso è visibile solo dal computer e non dai cellulari. … cosa che mi riempie di sgomento, ma pazienza… l’invidia è una brutta bestia… questo è solo la presentazione di quella che sarà una bellissima e lunghissima poesia sonora pubblicata sul gruppo Facebook V.A.P. (Veri Amici della Poesia).

 

  Vi abbraccio tutti augurandovi una splendida serata di VERSI SCIOLTI!!! ❤

 

Ore 19.00

A MIO MARITO

Che cosa c’è di più bello… se guardando le foto del nostro album nuziale         potremo dire senza ombra di dubbio… “quel giorno io e te amore mio… eravamo veramente bellissimi dentro la nostra Nuova Kia Sportage”!!! 😊

Buona serata amici… di fantastiche perfezioni!😍😘❤

 

 

note sull’autore

G. CasaGiuseppe Casa, classe 1963, nasce a Licata, vive a Milano. Scrittore. Il suo ultimo romanzo è Metamorph, pubblicato per Foschi nel 2013. L’esordio, nel 1998, con il romanzo Veronica dal vivo per Transeuropa. Seguiranno: In questo cuore buio, Transeuropa Edizioni, 1999; La notte è cambiata, Rizzoli, 2002; Superfish a Manhatthan, Edizioni Interculturali, 2003; Diario di Orvieto, Tondelliana, Transeuropa Edizioni, 2004; Men on men. Antologia di racconti gay. Vol. 3, Arnoldo Mondadori Editore, 2004; Pit Bull. Cani che combattono, Stampa Alternativa, 2008; La Donna Del Lago, Lite Editions, 2012; Blues, Koi Press, 2012.

 

 

 

Moresco: J’accuse (Il Fatto Quotidiano)

 

In un battito di ciglia, Antonio Moresco da nobile refusé anarchico è transitato verso i gironi più abbordabili degli sbroccati e per giunta di posa. E questo ci portiamo a casa  come prima ragguardevole polemica che a Tullio De Mauro, presidente della Fondazione Bellonci, pareva addirittura mancare in una edizione dello Strega fin troppo anonima e orfana di un qualche malizioso dibattito post cinquina.

Moresco

Il romanzo di Moresco escluso dalla cinquina

Previsioni frettolose. C’ha pensato Moresco, con una lettera a la Repubblica (“Se il gioco è truccato, l’unica è non giocare”, titolava ieri, nda), a tirare un paio di bordate qua e là peraltro abbastanza deducibili, considerato il soggetto autore del romanzo che è stato il must dei dissidenti della “cosmesi culturale”, per dirla con l’autore di “Lettere a nessuno”. Sui social Moresco è scivolato sulla sua stessa invettiva. Pochissima solidarietà da letterati e scrittori,  quelli fuori dal giro e dai grandi numeri per intenderci.

 

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Grazia Verasani

La scrittrice bolognese Grazia Verasani, autrice Feltrinelli, parla di autogoal, Moresco che si smarca era plausibile, ma: “E’ il manifesto dei finti anacoreti che, lasciato l’esilio della loro aristocrazia, sentono poi l’egotica, infantile necessità di criticare un andazzo generale partendo da una sorta di affronto, che riguarda solo se stessi”.  Qualcuno tenta di difenderlo, si tira in ballo Antonio Franchini, passato da Mondadori a Giunti, colpevole di purismi impossibili, ad esempio puntare su Moresco della cui introversione se n’è avvantaggiata persino la sua stessa poetica. Ecco che Moresco, escluso dalla cinquina, diventa lo sbroccato. Non il refusé da imitare, in ultima istanza. “Quando il gioco è truccato, l’unica è non giocare” diceva Moresco un dì. Per molti scrittori la domanda è: “Allora, perché hai voluto giocare?”.  Sembrava procedere tutto abbastanza bene. Sì, perché no, la cinquina propone un ventaglio del tutto rispettabile, c’è  pure Minimum Fax con Giordano Meacci, è un segnale, un’inversione di tendenza. Pare.

Tuttavia, lo scrittore Giulio Mozzi, consulente editoriale per anni di Einaudi Stile Libero e oggi per Marsilio, fa notare semplicemente che la cinquina risulterebbe un tantino romanocentrica.

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Giulio Mozzi

Elenchiamo: Edoardo Albinati, Roma, classe 1956;  Eraldo Affinati, Roma, classe 1956; Vittorio Sermonti, Roma, classe 1929;  Giordano Meacci, Roma, classe 1971; Elena Stancanelli, Firenze, ma a Roma da oltre vent’anni (precisa Mozzi), classe 1965. Gli esclusi non erano romani, non vivono a Roma. Ovviamente non tarda la replica di Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci e segretario del comitato direttivo del Premio Strega. “Semmai lo scandalo vero accadde lo scorso anno,  – scrive in un post sul suo profilo facebook – quando la cinquina restò preclusa ai romani. I finalisti Covacich, Ferrante, Genovesi, Lagioia e Santagata non provenivano forse dalle più remote provincie dello Stivale?”.  E meno male che doveva essere l’edizione del “volemose bene”, intercalare non del tutto opportuno, a questo punto. Si comincia a parlare chiaramente – tra gli autori – di un potere editoriale capitolino, che addirittura la stessa cinquina ne sia la più congrua traduzione. Non sono tutti d’accordo, ma buona parte degli autori annuisce, almeno in quell’ambiente letterario che dalle terrazze si è spostato nei salotti dei social. Lo stesso ambiente che ha scaraventato Moresco nella zona anonima degli sbroccati. Moresco delle barricate e dei no grazie. Giulio Mozzi però non intende cavalcare la polemica spostandola sul valore dei romanzi, su cui non c’è niente da eccepire, dice. Anzi, la questione la chiude così: “Lo Strega di quest’anno è, rispetto al passato, una boccata d’aria. Forse qualcosa è cambiato davvero. Non mi aspetto, naturalmente, che lo Strega diventi ciò che non può diventare; ma che sia al meglio ciò che può essere”. L’impressione è casomai che in questa edizione abbia contato, stando a sentire  Mozzi o altri addetti ai lavori, più che la potenza degli editori, la capacità di relazione degli autori. E come fai a stringere relazioni con gli Amici della domenica? Forse stando a Roma? Così la polemica si avvita sul sostantivo iniziale: il romanocentrismo.  Vista da una certa prospettiva la questione somiglia molto a una sorta di grande bellezza editoriale. Non è un presagio da ottimisti. O in tutta ironia, come immagina Stefano Petrocchi, vorrà dire che: “I più astuti – tra gli autori – si insedieranno nella Capitale, il tempo necessario per camuffare i tratti più marcati delle loro barbare parlate”. All’incirca, o Roma, o morte.

L’originale sull’edizione cartacea di sabato 18 giugno de Il Fatto Quotidiano: “Antonio Moresco, sbroccato contro lo Strega de Roma”.

 

i tossici di lungo corso (dal nuovo romanzo)

Massimo andava via con la sua motoretta, chino come sempre. Era troppo alto e delicato per la gente di Mazzarruna, ma lui era di un altro quartiere. Massimo non mi amava. Avevo fatto di tutto perché accadesse, ogni mattina lo accompagnavo in ospedale, davanti la porta del Sert, prendeva il suo flaconcino di metadone. Facevo parecchie assenze a scuola, il professore di italiano era sinceramente preoccupato. I compagni di classe si preparavano per le loro stupide feste di bambini, il ballo del liceo, queste stronzate; io tenevo la fronte a Massimo in crisi di astinenza. Questione di prospettive. Ero caduta in quella sbagliata. Al Sert, c’erano i tossici di lungo corso, quelli con almeno dieci anni di eroina, era appena esplosa la paura dell’Aids. Qualche idiota non ci pensava nemmeno e ancora usava le siringhe di insulina dell’amico con il quale si faceva in coppia, funzionava così, così si prendeva il male. Lo chiamavamo il male. Non avevo compiuto diciassette anni, me ne sentivo addosso mille. Sensazione che non mi ha mai abbandonato. Sentivo lo sguardo pesante dei tossici, cani rognosi, si grattavano furiosamente, le braccia, i polpacci, le palpebre chiuse a intervalli, le riaprivano, puntavano gli occhi mortali su di me. Senza interrogarsi, fissandomi e basta. Certi non avevano nemmeno la forza di parlare, tenevano il contenitore di urina dentro un sacchettino di plastica, scambiata con qualche altro pulito da giorni. Dovevano essere tutti puliti. Massimo non aveva ancora perso i denti, altri compagni sì. Erano giovani vecchissimi, patetici, il viso butterato, si faceva fatica a immaginarli un tempo senza eroina, innocenti. Massimo non mi amava lo stesso. C’era da perderci la ragione. Discuteva con una tipa, lenti, noiosi. Parlavano di impicci e roba tagliata male. La tipa aveva le mani gonfie, lividi sugli avambracci. Aveva una sua bellezza, dissoluta come Cetty. Vestiva di nero, Cetty invece usava colori accesi, aveva uno stile circense. Uscivano le assistenti, chiamavano per ordine di arrivo. Massimo era l’ultimo. Quando toccava a lui, mi permettevano di entrare, ero la fidanzatina, un possibile attraversamento verso la guarigione. Erano balle. Massimo non sarebbe guarito. Ci parlavano con dolcezza, erano due donne di solito. Quale cazzo di problema avesse Massimo, in quelle conversazioni non veniva mai fuori. Gli era morto il padre molto presto e una volta in classe la sua incontinenza emotiva procurò l’ilarità dei compagni . E’ per questo che uno si fa di eroina? Muore di eroina? Quei tossici in stanza ad aspettare erano vampiri, succhiavano tutta la mia energia. Esistono queste cose, esistono creature assetate della vita degli altri. Così uscivo dal Sert stanchissima. Ero io stessa il deserto. Non ero capace di liberarmi, non piangevo, non ridevo. Succedeva raramente. A volte mi prendeva la rabbia che non sapevo dove consumare. A scuola, i compagni di classe finivano il quadrimestre con voti eccellenti. C’erano le loro stupide feste, i giochi sportivi, la loro vita di ragazzi.

Io dov’ero?

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

Esordi

Sembra che l’editoria abbia bisogno di esordi che indichino perlomeno una nuova uscita, fuori dal recinto dei soliti noti. Qualcosa in grado di rompere una specie di lungo sonno che al momento viene ricondotto colposamente alla responsabilità del lettore o a un trend malmostoso dei troppi titoli in libreria. Non so quanti sono i titoli? 70 mila l’anno? Oggi è il momento di Yasmine Incretolli, non ho letto il suo romanzo di esordio, si urla già al prodigio: la figlia di Gadda! Dibattiti oceanici sui social, insulti, polemiche, perfetto: ingranaggio che deve partire individuato l’esordio perturbatore.

Poi c’è il secondo libro, la fase due: l’esordito. Il trend si rinsacca vigliaccamente in una muta anonima. Chissenefrega della figlia di Gadda, per dire. Magari è quello il grande romanzo della figlia di Gadda, per dire, il secondo, non il primo. Ma attenzione: non è un esordio. E’ tutto abbastanza seducente. Nel frattempo rifletto (ma sicuramente è l’osservazione di ogni esordito): il talento è specifico, democratico ma specifico. La letteratura lo stesso.

Christiane deve morire

il mio secondo romanzo

Il fatto a scanso di equivoci dovrebbe evitarci forme minime di volgarità, certi romanzi con la pretesa di esserlo. Malgrado sappia bene che non ho gli strumenti per giudicare l’opera di un autore. E infatti non lo sto facendo se non in linea generale. Però la letteratura ha un recinto, oltre cui tutto è tranne la medesima. E allora non chiamateli libri, quelli fuori dal recinto. Magari ci finisco pure io fuori dal recinto. Va bene. Non sono una da grandi numeri, mi sembra ancora così strano essere stata per un po’ di tempo al centro dell’ingranaggio dell’esordio perturbante. Secondo la prassi, il romanzo successivo l’ho bruciato in un battito di ciglia. Mi chiedo chi finirà nei futuri libri di letteratura italiana: Carofiglio, Corona? Davvero, sono molto curiosa. Ah, Saviano sicuramente.