cocaine

Il tempio nasconde un sacco di insidie, fuori da esso succedono le cose e io non me ne accorgo. Perlomeno non voglio pensare che c’è gente pericolosa, per me non esiste gente pericolosa. Cosa vuol dire? Conosco donne e uomini che hanno vissuto le peggiori delle vite e ancora riescono a prestare coraggio agli altri. Questo lo so. Donne con figli morti di droga, mariti in carcere eppure non ho mai trovato più accoglienza, se non nella loro capacità di sopravvivere. Non è dissolutezza quella che incontro al tempio. So che mi conoscono un po’ tutti quelli del rione, non ho mai riflettuto sull’immagine che restituisco, perché mai avrei dovuto d’altronde? Le vecchiette, una di queste è morta cercandomi in ospedale, mi chiamavano: signora Veronica, oppure Veronica, oppure Gioia mia.

Sì, è una bella sensazione, nessuna distanza borghese, odio la superbia mediocre di un certo classismo  di provincia. Ieri pomeriggio siedo al tempio, aspetto R. che non arriva. Decido di andare, salire verso su, lungo il corso, su verso il Duomo, dove mi annoio di più a guardare gli altri, i turisti, lo splendore della stagione che ci attraversa sazia, senza sussulti. Mi ferma un uomo, lo conosco di vista. Dice qualcosa ma non capisco molto bene, poi ripete con chiarezza e a disagio: scusami, ho bisogno di aiuto.

Non credo a quel che sento. Perché lo viene a dire a me? E’ uno del rione, per anni lavorava con i turisti, è  molto più magro di quanto non ricordassi, e lo ricordo sempre su di giri e immagino di sapere la ragione. Mi dice: siedi con me per favore. Acconsento. Ci sediamo di nuovo sulla panca, io e lui.

Lui dice, tutto d’un fiato: mi faccio di cocaina, ho perso il controllo, ne voglio uscire. Ti prego, conosci un posto, una comunità? Sono abbastanza sconvolta, nella mia breve vita non mi è capitato che questo, uomini rovinati da qualcosa. Perché scelgono me? Non arriviamo a nulla, gli propongo il Sert, ma non è il modo il luogo per affrontare una situazione del genere. Lui nel frattempo si muove di continuo, si tocca la punta del naso, le braccia, mette una gamba sull’altra, poi le stende davanti a sé, guarda verso la via breve del rione, forse aspetta qualcuno, il tipo con la neve. Mi guarda e mi dice: sei di una bellezza pazzesca. (e io penso ma di chi stiamo parlando? di me? oh proprio no). Aggiunge: tutti mi dicono questo e mi dicono che eri di una bellezza pazzesca e che sei sfortunata. E mentre lo dice continua a muoversi quasi in preda a un tic che gli investe il corpo da parte a parte. Dice di conoscermi, me, il mio ex marito, persino la mia macchina. Mi invita a cena. Non posso scusa, replico. Insiste. No, dico. E concludo che devo andare. Lui mi chiede dove, di tornare, il tempo che avrei impiegato. Assurdo. Mi guarda e mi dice: lascia in pace i tuoi capelli. Allora mi accorgo che tra le dita arrotolo una ciocca, lo faccio senza ragione o quando sono a disagio. Vado via però e faccio una strada diversa al ritorno. Penso che al tempio dovrò evitare di andare per un po’. Eppure il tempio è una parte del mio mondo nuovo, quello che mi sono costruita su misura per la mia solitudine. Dove c’è chi mi aspetta, chi mi vuol bene, chi mi insegna qualcosa, a vivere anche. Avrei voluto spiegarmi meglio, ma sono ancora molto confusa.

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