Il mondo di Viola

Sto quasi finendo il terzo romanzo di Viola Di Grado, Bambini di ferro (La nave di Teseo, p.249) e già ne sto scrivendo, a lettura in progress. Perché in fondo mi interessa essenzialmente il mondo di Viola. Non è collocabile, come la sua età, la sua scrittura, ignora l’inganno del tempo, Viola lo usa come le pare. Come usa il genere, il romanzo di genere, lo usa come le pare.libro viola Così si realizza in Bambini di ferro l’esperimento di usarlo il genere appunto e ricondurlo al romanzo, proporre tutti i piani narrativi, i piani simbolici, con un ordine che ha codici segreti, ritengo questa operazione abbastanza geniale. Il romanzo procede per simboli, Viola precisa che sono ideografici, mitologici, scientifici, religiosi, dentro troveremo  i suoi studi sulle filosofie dell’Asia Orientale. I Bambini di ferro sono bambini difettosi, bambini affidati a un sistema di accudimento materno artificiale il cui risultato è assolutamente imperfetto. I luoghi riguardano il Giappone, terra molto amata dalla scrittrice catanese che vi ha vissuto a lungo perfezionando i suoi studi e in particolar modo quelli sul buddismo antico che nel romanzo traduce l’esperienza spirituale della lettura. L’istituto Gokutaku, alla fine di una periferia di Kyoto, ospita la piccola orfana Sumiko, gestita (non allevata) dalla tutrice Yuki Yoshida, ex bambina difettosa, mente bisognosa per sempre, impossibile da salvare, come afferma il principio buddista. Altri personaggi agiscono intorno a questo paesaggio muto, dove la negazione del termine umano ne fa una supplica tragica, un vocativo spaventoso: la terribile nostalgia dell’altro. Personaggi che confermano la negazione finanche di un qualche residuato della memoria capace ancora di ricordare l’esperimento chiamato umanità. E questo del mondo di Viola mi sgomenta  sopra ogni cosa.

Viola

Viola Di Grado, classe 1987, catanese, ha esordito con il romanzo Settanta acrilico trenta lana, per l’edizioni E/O con cui ha anche pubblicato Cuore Cavo. Tradotta in otto Paesi. Vive a  Bologna.

L’aver congetturato, già dal suo primo romanzo (Settanta acrilico trenta lana, edizioni E/O, nda), la modalità della fine del tempo umano, lo sprofondamento cinico e autistico delle relazioni, di congegni difettosi che attengono all’affettività. Dell’umanità restano le cinque mute del baco, siamo alla corteccia finale, si dibatte per proteggere quel che resta dalla desolazione. Il non luogo, il non colore, il silenzio, il non personaggio principale nemmeno quando mimeticamente diventa l’io narrante – in Bambini di ferro –  è il singhiozzo segreto, l’autodeterminazione di innocenza. Non è solo un romanzo sulla maternità, è un romanzo sul grande assente: la creatura umana. O anche la madre, se vogliamo, la grande assenza simbolica da cui tutto ingenera, ogni crimine, ogni omissione, ogni battito di cuore distonico. Siamo dentro una specie di fungo atomico dell’empatia e dell’affettività. Dipende dal piano narrativo che più ci appartiene, lo scegliamo, il romanzo ci verrà incontro, spalancherà porte dove non vorremmo entrare eppure lo faremo, contagiati dallo stesso difetto di Yuki, dei bambini con un cuore sbagliato. Immagino il cuore sbagliato di Viola, mi sembra che abbia un battito che intercetta prima degli altri, un castigo, il castigo dello scrittore che deposita alcune verità in un luogo imprecisato dove tutto ripara, le intenzioni, le parole, quel che non è accaduto, il dolore quando non si trasforma, l’aborto di qualcosa. E lì troveremo la password d’accesso per il mondo di Viola.

Advertisements