Il liceo

Il liceo era pieno di brave ragazze. Indossavano la divisa giusta, scarponcini esclusivi ai piedi, ottimi piumini d’oca di inverno, un tipo preciso di jeans e solo quello di una precisa marca. Li chiamavamo paninari, i griffati significava, all’uscita sfrecciavano con i motorini sempre nuovi e lucidi di colori neutri. Tutto corrispondeva al buon gusto, a un ordine esatto di cose, come andavano fatte.

Mazzarruna era lontana benché potevo persino scorgerla affacciandomi dalla finestra del primo piano dove si trovava la mia classe e i laboratori di greco antico. Ma era lontana e vergognosa nel luogo dove l’avevo cacciata, una specie di deviazione personale, là dove tutto sommato riuscivo a vivere di una vita amena e brutale, ma era sempre quella degli altri. Le compagne di classe avevano occasioni da adolescenti, appuntamenti con la loro luminosa giovinezza ai quali prepararsi, con i cerchietti in testa, lo zaino firmato con i libri immacolati e sottolineati. Ero adulta rispetto a loro, era una posa, come Romina era adulta rispetto a me, e non era una posa. In classe seguivo con attenzione le uniche materie che mi interessavano, la filosofia e la letteratura. Il professore di italiano era un uomo di mezz’età che amava moltissimo i miei temi, leggeva La invectiva contra quendam di Petrarca dandole un tono aulico, cercando la nostra attenzione, strappando perlopiù sbadigli alla classe di imberbi con i quali mi sembrava non avessi argomenti da condividere. Seduta all’ultimo banco prendevo appunti, concentrandomi sul serio sulla differenza tra signori e tiranni, sulla fine dell’impegno politico e civile dell’intellettuale nell’età post comunale. Anch’io ero una brava ragazza e dovevo continuare gli studi mi raccomandava il professore di italiano, accarezzandosi la barba rada e guardandomi fisso con i suoi occhi da miope. Il pomeriggio studiavo quel che mi bastava, ma i miei voti erano alti. Poi prendevo l’autobus delle cinque del pomeriggio e andavo alle case dove avrei trovato Massimo e gli altri. Romina aveva cominciato a lavorare, ci vedevamo solo il sabato sera, qualche volta, e la domenica. I pomeriggi a Mazzarruna di inverno erano cupi e maledetti. Indossavo di solito jeans molto stretti che non erano di buona fattura come quelli delle ragazze del liceo, infilavo su un maglione fuori misura e sopra un giubbotto nero, stivali con la punta quadrata. Questa era invece la divisa di Mazzarruna. Cotonavo i capelli, erano lunghi, neri, appena ondulati. Il trucco era scuro, violaceo, era un po’ fare il verso a una forma di esistenzialismo di provincia. Con Massimo ascoltavamo i Cure o gli Smiths. Le brave ragazze frequentavano i cinema o le disco pomeridiane. Quando ci andavamo io e Romina in discoteca la domenica pomeriggio avevamo proprio l’aria delle bulle di rione, lei lo era, io la imitavo. Massimo la domenica pomeriggio era così fatto che non veniva quasi mai con noi, rimaneva alle case, dormiva sotto i portici, accucciato nel suo eskimo usurato. Per me era un rammarico tutte le volte dovervi rinunciare perché avrei voluto ballare con lui quel primo indimenticabile lento al centro della pista, di Paul Mc Cartney.

Balli? mi aveva chiesto timidamente, era buio, le luci ruotavano sopra i suoi capelli bruni. Era alto, magro, pallido. Ho detto: sì.

(continua)

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