i tossici di lungo corso (dal nuovo romanzo)

Massimo andava via con la sua motoretta, chino come sempre. Era troppo alto e delicato per la gente di Mazzarruna, ma lui era di un altro quartiere. Massimo non mi amava. Avevo fatto di tutto perché accadesse, ogni mattina lo accompagnavo in ospedale, davanti la porta del Sert, prendeva il suo flaconcino di metadone. Facevo parecchie assenze a scuola, il professore di italiano era sinceramente preoccupato. I compagni di classe si preparavano per le loro stupide feste di bambini, il ballo del liceo, queste stronzate; io tenevo la fronte a Massimo in crisi di astinenza. Questione di prospettive. Ero caduta in quella sbagliata. Al Sert, c’erano i tossici di lungo corso, quelli con almeno dieci anni di eroina, era appena esplosa la paura dell’Aids. Qualche idiota non ci pensava nemmeno e ancora usava le siringhe di insulina dell’amico con il quale si faceva in coppia, funzionava così, così si prendeva il male. Lo chiamavamo il male. Non avevo compiuto diciassette anni, me ne sentivo addosso mille. Sensazione che non mi ha mai abbandonato. Sentivo lo sguardo pesante dei tossici, cani rognosi, si grattavano furiosamente, le braccia, i polpacci, le palpebre chiuse a intervalli, le riaprivano, puntavano gli occhi mortali su di me. Senza interrogarsi, fissandomi e basta. Certi non avevano nemmeno la forza di parlare, tenevano il contenitore di urina dentro un sacchettino di plastica, scambiata con qualche altro pulito da giorni. Dovevano essere tutti puliti. Massimo non aveva ancora perso i denti, altri compagni sì. Erano giovani vecchissimi, patetici, il viso butterato, si faceva fatica a immaginarli un tempo senza eroina, innocenti. Massimo non mi amava lo stesso. C’era da perderci la ragione. Discuteva con una tipa, lenti, noiosi. Parlavano di impicci e roba tagliata male. La tipa aveva le mani gonfie, lividi sugli avambracci. Aveva una sua bellezza, dissoluta come Cetty. Vestiva di nero, Cetty invece usava colori accesi, aveva uno stile circense. Uscivano le assistenti, chiamavano per ordine di arrivo. Massimo era l’ultimo. Quando toccava a lui, mi permettevano di entrare, ero la fidanzatina, un possibile attraversamento verso la guarigione. Erano balle. Massimo non sarebbe guarito. Ci parlavano con dolcezza, erano due donne di solito. Quale cazzo di problema avesse Massimo, in quelle conversazioni non veniva mai fuori. Gli era morto il padre molto presto e una volta in classe la sua incontinenza emotiva procurò l’ilarità dei compagni . E’ per questo che uno si fa di eroina? Muore di eroina? Quei tossici in stanza ad aspettare erano vampiri, succhiavano tutta la mia energia. Esistono queste cose, esistono creature assetate della vita degli altri. Così uscivo dal Sert stanchissima. Ero io stessa il deserto. Non ero capace di liberarmi, non piangevo, non ridevo. Succedeva raramente. A volte mi prendeva la rabbia che non sapevo dove consumare. A scuola, i compagni di classe finivano il quadrimestre con voti eccellenti. C’erano le loro stupide feste, i giochi sportivi, la loro vita di ragazzi.

Io dov’ero?

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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