Moresco: J’accuse (Il Fatto Quotidiano)

 

In un battito di ciglia, Antonio Moresco da nobile refusé anarchico è transitato verso i gironi più abbordabili degli sbroccati e per giunta di posa. E questo ci portiamo a casa  come prima ragguardevole polemica che a Tullio De Mauro, presidente della Fondazione Bellonci, pareva addirittura mancare in una edizione dello Strega fin troppo anonima e orfana di un qualche malizioso dibattito post cinquina.

Moresco

Il romanzo di Moresco escluso dalla cinquina

Previsioni frettolose. C’ha pensato Moresco, con una lettera a la Repubblica (“Se il gioco è truccato, l’unica è non giocare”, titolava ieri, nda), a tirare un paio di bordate qua e là peraltro abbastanza deducibili, considerato il soggetto autore del romanzo che è stato il must dei dissidenti della “cosmesi culturale”, per dirla con l’autore di “Lettere a nessuno”. Sui social Moresco è scivolato sulla sua stessa invettiva. Pochissima solidarietà da letterati e scrittori,  quelli fuori dal giro e dai grandi numeri per intenderci.

 

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Grazia Verasani

La scrittrice bolognese Grazia Verasani, autrice Feltrinelli, parla di autogoal, Moresco che si smarca era plausibile, ma: “E’ il manifesto dei finti anacoreti che, lasciato l’esilio della loro aristocrazia, sentono poi l’egotica, infantile necessità di criticare un andazzo generale partendo da una sorta di affronto, che riguarda solo se stessi”.  Qualcuno tenta di difenderlo, si tira in ballo Antonio Franchini, passato da Mondadori a Giunti, colpevole di purismi impossibili, ad esempio puntare su Moresco della cui introversione se n’è avvantaggiata persino la sua stessa poetica. Ecco che Moresco, escluso dalla cinquina, diventa lo sbroccato. Non il refusé da imitare, in ultima istanza. “Quando il gioco è truccato, l’unica è non giocare” diceva Moresco un dì. Per molti scrittori la domanda è: “Allora, perché hai voluto giocare?”.  Sembrava procedere tutto abbastanza bene. Sì, perché no, la cinquina propone un ventaglio del tutto rispettabile, c’è  pure Minimum Fax con Giordano Meacci, è un segnale, un’inversione di tendenza. Pare.

Tuttavia, lo scrittore Giulio Mozzi, consulente editoriale per anni di Einaudi Stile Libero e oggi per Marsilio, fa notare semplicemente che la cinquina risulterebbe un tantino romanocentrica.

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Giulio Mozzi

Elenchiamo: Edoardo Albinati, Roma, classe 1956;  Eraldo Affinati, Roma, classe 1956; Vittorio Sermonti, Roma, classe 1929;  Giordano Meacci, Roma, classe 1971; Elena Stancanelli, Firenze, ma a Roma da oltre vent’anni (precisa Mozzi), classe 1965. Gli esclusi non erano romani, non vivono a Roma. Ovviamente non tarda la replica di Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci e segretario del comitato direttivo del Premio Strega. “Semmai lo scandalo vero accadde lo scorso anno,  – scrive in un post sul suo profilo facebook – quando la cinquina restò preclusa ai romani. I finalisti Covacich, Ferrante, Genovesi, Lagioia e Santagata non provenivano forse dalle più remote provincie dello Stivale?”.  E meno male che doveva essere l’edizione del “volemose bene”, intercalare non del tutto opportuno, a questo punto. Si comincia a parlare chiaramente – tra gli autori – di un potere editoriale capitolino, che addirittura la stessa cinquina ne sia la più congrua traduzione. Non sono tutti d’accordo, ma buona parte degli autori annuisce, almeno in quell’ambiente letterario che dalle terrazze si è spostato nei salotti dei social. Lo stesso ambiente che ha scaraventato Moresco nella zona anonima degli sbroccati. Moresco delle barricate e dei no grazie. Giulio Mozzi però non intende cavalcare la polemica spostandola sul valore dei romanzi, su cui non c’è niente da eccepire, dice. Anzi, la questione la chiude così: “Lo Strega di quest’anno è, rispetto al passato, una boccata d’aria. Forse qualcosa è cambiato davvero. Non mi aspetto, naturalmente, che lo Strega diventi ciò che non può diventare; ma che sia al meglio ciò che può essere”. L’impressione è casomai che in questa edizione abbia contato, stando a sentire  Mozzi o altri addetti ai lavori, più che la potenza degli editori, la capacità di relazione degli autori. E come fai a stringere relazioni con gli Amici della domenica? Forse stando a Roma? Così la polemica si avvita sul sostantivo iniziale: il romanocentrismo.  Vista da una certa prospettiva la questione somiglia molto a una sorta di grande bellezza editoriale. Non è un presagio da ottimisti. O in tutta ironia, come immagina Stefano Petrocchi, vorrà dire che: “I più astuti – tra gli autori – si insedieranno nella Capitale, il tempo necessario per camuffare i tratti più marcati delle loro barbare parlate”. All’incirca, o Roma, o morte.

L’originale sull’edizione cartacea di sabato 18 giugno de Il Fatto Quotidiano: “Antonio Moresco, sbroccato contro lo Strega de Roma”.

 

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