la mia magrezza

Non ricordo il momento preciso in cui cominciai a non mangiare. Ma non era un vero digiuno. Era l’anno della maturità. Studiai molto, malgrado le tante assenze a scuola. Il professore di italiano era molto contento di me perché studiavo, ero una brava ragazza. Avevo trascorso mesi terribili, era il 1990. Tutta colpa di quell’idiota di Massimo. Lo accompagnavo ogni mattina al Sert. I cadaveri che aspettavano il metadone al Sert mi contagiarono tutta la loro morte. Gente malata di Aids. L’Aids faceva paura. Non sapevamo da quale vento velenoso difenderci. Qualcosa in me dovette incrinarsi, perché presi a mangiare sempre di meno, parcellizzare i miei pasti. Fino quasi a non nutrirmi più. Però studiavo, quando riuscivo, quando la vita mi si presentava sul davanzale della finestrella della mia camera di ragazza. Il sole rendeva perfetto il perimetro delle cose, il luogo dove si svolgevano, eppure c’era un’aria funesta, emaciata, che mi opprimeva. Sentivo il male degli altri, stavolta senza pietà, lo sentivo consumarmi da dentro, era tutto così pesante e tragico. Mai che si riuscisse a parlare con leggerezza, con futilità addirittura. C’era un macigno a ottenebrarmi, erano enormità, e fu un destino, lo fu a lungo. Le mie gambe erano belle e tornite, furono le prime a tradirmi. Mi reggevo appena, avevo freddo sempre, ero sempre stanca. La mia finta spavalderia perse credibilità.

Faccio fatica a raccontare quell’anno. L’inizio di una vera sventura. Non c’era niente di valoroso, ero ridicola. Massimo persino, lui, abietto, misero tossico destinato a crepare, rideva di me. Come sei diventata? Piccola breve parentesi in questo infelice racconto. Avevano finito di succhiarmi avidamente la vita, quei cadaveri? Avrebbero finito finalmente di molestare la mia innocenza? Dovevano crepare tutti. Dovevano bruciare Mazzarruna, le steppe, il fango, l’infamia di quel deserto morale. E lo era del tutto. Sarà un breve inciso, vi racconterò di quanto amor proprio ci voglia a non riconoscersi allo specchio. La bambolina tremante avevo perso la sua bellezza. Una giovinetta snaturata della sua salvifica vanità. Non mi bucavo. Non ero malata di Aids. Era solo la morte degli altri, che avanzava implacabile e lenta, ad avermi contagiato.

Superai gli esami di maturità. Un pomeriggio sedevo  accanto alla finestra nella camera da giorno. Il telefono squillava. Non volevo rispondere. Sarebbe stata la solita gogna. Erano le ragazzine perbene della scuola che si divertivano a insultarmi: Hei ti hanno già detto che stavi divinamente con la minigonna, ieri sera? Risate sullo sfondo. Immaginavo il gruppetto di gagliarde. Quelle che uscivano in coupé con il più carino del liceo. Oppure: Ciao, ti sei fatta vedere? Sarai mica malata. Click. Interrompevano la conversazione. Forse entrava qualcuno in stanza, temevano di farsi scoprire. A me non importava nulla, le ascoltavo  – sinceramente interessata – per apprendere come e quanto potesse osare il male, il male inutile, sciocco. Una notte in discoteca Romina finì a botte con una di queste. Avevo lanciato un Martini in faccia alla più stronza. Fu un attimo. Romina le mise a posto una volta per tutte. Uno del rione mi si avvicinò, poco più grande, entrava e usciva dal carcere per reati minimi tutto sommato. Aveva un debole per me. Era molto protettivo. <<Se ti danno fastidio ancora, – mi disse quella sera – vieni da me>>. Ci aveva già pensato Romina; quella alla quale avevo lavato la faccia con il Martini piangeva in un angolo del privé puntandomi il dito addosso circondata da alcune amiche più divertite che indignate veramente. Io e Romina fumavamo in piedi sotto la palla di luce, guardando fisso al gruppetto di nemiche. La stessa luce che illuminò il bel capo bruno di Massimo. Vuoi ballare? mi chiese una sera. Fu la solitudine di quegli anni a spaventarmi, a restituirmi i sogni in incubi, a rendermi capace di azzerare ogni tentativo di ricordo. Sto disseppellendo la mia vergogna. Ditemi: brava.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

Advertisements