Monthly Archives: July 2016

la prostituta

C’è una strada su cui piovono le fronde di alberi siciliani, le ombre dei carrubi, il suono delle cicale quando si fa nero perché diventa denso incessante come il sole al centro della meridiana; dietro si annidano colline di mondezza, affiorano dentro i disegni armoniosi delle foglie che incontrano il cielo con le sue ampie schiarite. Sulla strada di Lentini, in quella trazzera secondaria mi parve che transitassero tutte le clandestinità e i segreti cattivi del mondo.

Ad ogni ombrellone, sotto sorvegliava un viso giovanissimo, bianco, nero, il crogiolo della bellezza esposta tra un monte nauseabondo di rifiuti e un altro. La strada di Lentini  con la più grande discarica d’Europa e sotto la via della prostituzione, alle pendici di una discarica. Se non è spregio questo, se non è crudeltà. Nella successione di corpi che invitavano al mercato dell’amore, senza desiderio, senza partecipazione, l’eta delle ragazze era indistinguibile, si avvicendavano colori gambe, a stento riuscivo a fissarne gli sguardi. Scoperto il purgatorio, un giorno di agosto, di caldo, di afa, di stanchezza, di chilometri in auto. L’aria non aveva scampo, era cupa sotto la coltre di rifiuti, un intrico di suoni dell’estate, la puzza dei detriti condannati a marcire.

Erano ragazze. Ed erano belle, per quel tanto che ho capito. Così mi è rimasta questa idea di raccontarle, di averne il coraggio. Non qualcosa di immaginato. Vicino casa, ogni giorno, ne vedo una. E’ giovane, non è mai triste, al massimo annoiata. E’ un lavoro. Il pomeriggio prima del tramonto, torna a casa, a piedi, lungo la provinciale, a testa bassa. Oppure aspetta l’autobus sullo slargo di fronte il macellaio e una bottega luridissima. Vorrei raccontare la loro vita infame, senza cedere a nessuna lusinga di un tema eterno, il meretricio. Raccontarlo è difficilissimo. Come raccontare l’amore, la follia, la morte. Sono temi archetipo, la calamita (o la calamità) di tutte le ovvietà. Ne vorrei restar fuori. Però è quel che farò, l’ultima passione che guiderà la mia scrittura, considerato che la vecchia musa non posso più utilizzarla per rispetto altrui. E i vecchi dolori li tengo da me, conservati e al sicuro. Tanto non mi abbandoneranno mai.

 

 

 

 

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La parrucchiera Jola

Con la signora Kaszowska c’era da perdere la pazienza, ma a Jola piaceva il suo mestiere. Era brava, stendeva la tintura per i capelli senza sporcare le orecchie, con i bigodini arrotolava le ciocche rade delle vecchie e non procurava un solo lamento. Con il sapone grigio poi stendeva un raggio di sole nella tenera chioma delle fanciulle di campagna.

Era brava. A Modliszewice le donne si fidavano solo di lei. Erano tutti parenti, tremila anime, quasi un piccolo feudo, dove il nonno di Jola aveva dettato legge per lungo tempo, distribuendo il suo seme inverecondo a destra e manca. Era il sangue di maiale caldo e la vodka a ringalluzzirlo, l’abitudine lo accompagnò anche quando, bacucco impudico, non aveva il fegato di calarsi le brache.

Zenek, si chiamava Zenek, Jola ne parlava sempre e tutte la stimavano perché lei discendeva direttamente dal signorotto.

<<Trojanowski è stato arrestato>> gongolava la Kaszowska

<<Uhmm…>> Jola non era sorpresa

<<Sì, in osteria ha spaccato i denti ai fratelli Zdunek>>

<<Ah, povero cornuto!>>

<<Mica è colpa sua se Malgosia cavalca meglio di tutti i puledri di Modliszewice>>.

Jola bolliva le mollette, il donnone scuoteva il petto mentre ridacchiava soddisfatta. Sulla piana, tagliata in due dal fiume Czarna, si agitavano i ramoscelli bianchi del ribes che Jola coltivava per far conserve e liquori. Riempiva la cesta intrecciata con le lucide bacche giallognole che poneva a sedimentare. La Kaszowska si faceva in ghingheri per il matrimonio dell’ultimogenita e tutto il paese si preparava alla festa. Avevano chiamato gli zingari di Moldawa per l’accompagnamento musicale. Era stato un gesto importante, una specie di mano tesa dopo la tragedia, la rivoluzione che vide gli uomini di Modliszewicw impugnare forconi e vanghe e aizzarli contro i rom di Moldawa. I rom avevano ucciso Rafal, un giovane pasticcere di vent’anni, erano in due, ubriachi, lo investirono e fuggirono via. Rafal tornava a casa, nella casetta col tetto di paglia che divideva con la sorella, la parrucchiera Jola.

Fu una notte di sangue, gli uomini di Modliszewice misero a ferro e fuoco il borgo faraonico abitato dagli zingari ricchi, infilzarono le donne e i bambini, si diceva questo in paese, e nemmeno le guardie riuscirono a fermarli.

Bizzarra Kaszowska, gettava la corda, la giunonica paciera.

Ma era il momento.

<<Trojanowski è un vestito vecchio>>

<<Buon per lui, era ora>>. Jola preparava il te e le tartine di burro.

<<Devo stare molto in posa?>>

<<Come sempre>>

<<Trojanowski beve troppo>>

<<Già>>

<<Dammi un bicchiere, Jola>>. E il distillato di mirtilli diluito con la vodka. Lo mandò giù con un contegno patetico. Era un’ubriacona la Kaszowska, alitava alcol e lo sudava da bestia. Era grassa e accalorata e puzzava di urina.

<<Mi sento una signora, Jola. Ricordi la stagione delle ciliegie?>>

<<Sì>>

<<Ero bella, ero giovane. E il marito mio non teneva mai le mani a posto>>.

<<Hai fatto cinque figlie. Potevi concentrarti e dargli un maschio, al bestione>>.

<<Jan non lo voleva. Bastava un uomo solo in casa. Sai com’è, lui sbatte i pugni sul tavolo, poi gli passa, però. E mi alza la gonna da dietro e allora….>>. Con il grande culo si agitava ancora come una cagna, la Kaszowska. E Jan diventava scemo.

<<Altro che puttane, ci sono io! E sai che è una dote. A letto sono la regina, Jola>>.

(continua)

IMG_20160726_0003tratto da La parrucchiera (Outsider, 2006)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

 

cos’è la fame?

L’intervista è di Giuseppina Borghese

Ad un certo punto della tua vita, hai deciso di smettere di mangiare. Perché?
Ero una ragazza, il pretesto fu un forte stress dovuto agli esami di maturità, studiavo molto. Ma la ragione era un’altra. La ragione è un fattore ics, è un’assenza. Non lo so perché fondamentalmente; fondamentalmente dopo un po’ nella regola si torna a mangiare. Una ragazzina può pure tentare di imitare i limiti della moda (perché sono limiti), ma quelle che non hanno il fattore ics non ci restano, in definitiva vivono, tornano a mangiare. Le anoressiche no. Non imitano le modelle, a me non fregava un accidenti del modello estetico, io se devo dirla tutta sognavo di avere delle tette enormi. Vivevo malissimo, stavo con un tizio che si faceva di eroina. Eppure non basta a spiegare. Ho perso dieci in chili in un mese e poi giù, fino ai 41-42 chili. Avevo sempre freddo e stavo male. Il prolasso dell’intestino e altre cose. Soffrivo dunque anche fisicamente, non solo moralmente. La moda non c’entra niente. È una grossa balla.

Cos’è la fame?
È la vita che si arrampica sulle tue scarne membra. Il bisogno primitivo che ti ricorda di stare al mondo. Ed è pauroso accorgersi che bisogna starci, in un modo o nell’altro. Non ti puoi arrendere. Forse le anoressiche si arrendono, ma il loro corpo no, marcia per fatti suoi, cede qua e là.

Esiste un fenomeno che si colloca in una posizione diametralmente opposta all’anoressia, ma, nei fatti, sembra essere un’altra faccia della stessa medaglia. L’invasione – sulle riviste e in tv – di fondoschiena e seni ipertrofici su gambe tornite e vitini stringati. Le chiamano “curvy”: vessillo di questa finta pacificazione estetico/sociologica con il corpo della donna, Kim Kardashian. Qual è la tua opinione al riguardo?
Sono icone fasulle, ovvio. Immagini che sono funzionali a un’idea, appunto, da maquillage, sono una scenografia, una provocazione. Non conciliano nessuno, al limite demarcano il grande inganno: lo standard. Specie se riferito a una creatura umana. La normalità, ancora peggio. La misura giusta. Usa l’aggettivo “giusto” e ingeneri disperazione, è un fatto. Cercatemi la donna giusta, per favore. E anche l’uomo, sarò felice di darvi ragione.

Veronica Tomassini

Nella lettera che hai pubblicato sul tuo blog (www.veronicatomassini.wordpress.com), a Michela Murgia imputi una leggerezza linguistica, riferendoti all’uso improprio dell’aggettivo “disgustoso”.
Mi ha offeso l’aggettivo usato per degradare in una categoria un certo genere di donna, androgina, magrissima (il riferimento era la copertina di Marie Claire di novembre, nda). L’aggettivo usato era: disgustosa. Michela Murgia si opponeva a quell’idea “disgustosa” di donna (dunque una categoria), in un post pubblico, e più o meno alla lettera. Per chi lavora con le parole, con un seguito di lettori considerevole come la Murgia, una tale leggerezza nella comunicazione, nella scelta della definizione, non dico sia imperdonabile, ma è senz’altro offensiva. Avrebbe offeso nel qual caso una parte della popolazione femminile che rientra in quell’idea  “disgustosa”. La sua veemenza, con intenzioni nobili per carità, doveva dirottarsi al limite su un’idea di “estetica”, un immaginario, un paesaggio (la scelta esistenzialista, quasi gotica, da foglie d’autunno, anche discutibile), non su un’idea di donna. Un veterofemminismo al contrario, se vogliamo. Uno Slut shaming da pasionaria accecata da una trave nell’occhio, giacché non si è accorta di essere caduta in una trappola prossima al peggiore sessismo.

Cos’è per te il disgusto?
È una chiusura, senz’altro una chiusura. Il fallimento di quel senso intimo degli altri che chiamiamo empatia. Il disgusto è un pregiudizio, anche. E il pregiudizio conta i passi della paura.

 

L’originale qui: https://lereticosumarte.com/2015/11/11/must-have-autunno-2015-deretani-ipertrofici-su-sane-taglie-38-classico-intramontabile-la-noia-intervista-a-veronica-tomassini/

PORPORA

 

 

di Giuseppe Casa

Adesso abito al quinto piano di un palazzo vicino a uno che si chiama Porpora. Una volta avevo un cane che si chiamava Porpora. Poi è morto, sotto a un tir. Il mio appartamento è piccolo. Sono un poeta. Al piano di sopra ci vivono un branco di handicappati che non mi lasciano lavorare. Scrivo versi maledetti. Non è un lavoro duro ma è poco redditizio.

Al posto di trovarmi un inquilino per dividere le spese decido di assumere una donna delle pulizie. Non ce la faccio a pagare l’affitto. La mia cena è a base di merendine per bambini ma ho una donna delle pulizie. Lo so, non sembro il tipo. Se mi vedeste per strada, non direste mai, “ehi quello è uno che ha una donna delle pulizie.” No. Ho l’aria di uno che pulisce l’appartamento da solo, o se non lo fa vive nella merda. Invece no, ho una donna delle pulizie che si chiama Mary. Se non altro, avere una donna delle pulizie ti serve per uscire da casa. Io sono come Stephen Hawking, mi muovo a stento dalla sedia. Faccio un giro a piedi (i poeti disprezzano le macchine). Ma è solo perché Mary mi vuole fuori dai coglioni. Quando si mette a pulire è molto professionale. È solo una rumena. Mi fa impazzire perché insiste nel mettere ordine, mentre tutto quello che voglio da lei è che mi faccia un po’ di compagnia. Però mi costa poco. Ed io la sfrutto. È un’ex drogata. Praticamente con un piede nella fossa. Ha fatto un sacco di figli nel suo paese ed è costretta a fare la donna delle pulizie a casa mia per mantenere i mocciosi a Bucuresti o giù di lì. Ho avuto culo, devo dire, senza di lei potrei morire seppellito nel sudiciume. Sono un vero maiale.
Gina era ancora più maiale di me. Soffriva di un disordine interiore cronico. Cambiava faccia, culo. Cambiava connotati, mestrui. Cambiava odori, lavande vaginali, maschere antirughe e creme snellenti. Ma era sempre lo stesso vuoto. L’intimità marciva nel lager domestico. Certo capita a tutti di cadere nella trappola diabolica dell’ossessione per la persona sbagliata. E questa volta era toccato a me. Ora è finita. Ha detto che non vuole più vedermi, forse è meglio così, perché era troppo assurdo. Se Gina ed io fossimo rimasti insieme, alla fine ci saremmo seppelliti a vicenda sotto mucchi di merda, capelli e fango. Un giorno Porpora avrebbe sentito una puzza insopportabile, sarebbe entrato e ci avrebbe trovati morti e putrefatti, ciascuno sepolto sotto lo sporco dell’altro. Ogni tanto mi chiedo: chissà dove è andata a finire? Non ne ho idea.

 

Note sull’autore

G. Casa

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Giuseppe Casa, classe 1963, nasce a Licata, vive a Milano. Scrittore. Il suo ultimo romanzo è Metamorph, pubblicato per Foschi nel 2013. L’esordio, nel 1998, con il romanzo Veronica dal vivo per Transeuropa. Seguiranno: In questo cuore buio, Transeuropa Edizioni, 1999; La notte è cambiata, Rizzoli, 2002; Superfish a Manhatthan, Edizioni Interculturali, 2003; Diario di Orvieto, Tondelliana, Transeuropa Edizioni, 2004; Men on men. Antologia di racconti gay. Vol. 3, Arnoldo Mondadori Editore, 2004; Pit Bull. Cani che combattono, Stampa Alternativa, 2008; La Donna Del Lago, Lite Editions, 2012; Blues, Koi Press, 2012.

Non esiste nulla, tranne te

di Mirko Bay

Non sono nemmeno riuscito a dire qualcosa di sensato.

Una camicetta chiara spiccava galleggiando tra le scrivanie come un osso di seppia sul mare plumbeo di gennaio. I capelli lunghi. Che ragazza, rigida, intenta sui tasti. Devo trovare una scusa. Sono nuovo, potrei fingere disorientamento. Potrei accasciarmi al suolo come uno straccio e attendere che venga a salvarmi. Devo riuscire a intrufolarmi nello spazio di quel trotto tra le dita e i tasti con la leggerezza di una piuma e la possanza di un trave. Ma quanto è dolce Camicetta, con quella erre moscia che si rotola nel profumo come un uccellino. Erre moscia. Quanto odiavo la erre moscia. Era snob. Antipatica e tonda che inceppa nel discorso come una biglia spezzata.

Amo la erre moscia.

Mi faccio sotto.

Stava alla scrivania accanto alla mia, davanti al Monitor. Avevo assolutamente bisogno di lei: del suo preziosissimo aiuto al mio problema; perché avevo un problema. Dovevo averlo. Cosa potevo avere? Inventare. Il mio difficilissimo problema. Non avrei mai saputo risolverlo senza di lei e lei ancora non lo sapeva. E io neppure. Cosa poteva essere? Mi lanciai dalla sedia arrestandomi all’improvviso con l’idea di un cenno soave che venne tuttavia più simile all’inchino di un giullare di corte ubriaco. Merda. «Scusa, hai un momento?» dico. «Certo,» risponde lei con quel luccichio negli occhi.

Oh mio Dio, che sorriso! Mi ha sorriso! Oh, che luccichio! Quegli occhi scuri. Mi ha luccicato addosso! Vediamo: ho meno di mezzo secondo per farmi uscire qualcosa. Veloce. Fondo. Fumo. Arrossisco.

Sospiro.

  • Mi chiedevo se potessi mostrarmi come funziona la tabella qui di Excel, sono arrivato da poco e non capisco ancora un ca*z*/Niente. Non capisco nulla.  
  • Ma certo.

Ma certo? Che idea geniale, la tabella! Sono un dannato genio!

E inizia a spiegare. Allunga le mani sul monitor, le ritrae, tocca lo schermo, si arrampica con le dita sulle righe del foglio come un ragno elettronico e mi scivola addosso le sue spiegazioni. Ma non mi rimane nulla: solo onde di cotone bianco che accarezzano la pelle, che mi travolgono e che mi sussurrano di quanta delicatezza usa per lavare i panni, di come li piega sulla seggiola, di come li stira, di come si prepara la mattina prima di indossarli, di come si profuma, di quanta tenerezza conservano quei capelli adagiati sulle spalle che scivolano di continuo. Come avrà gli occhi appena sveglia? Più belli, di sicuro. E vedo i confini del suo corpo accanto a me tratteggiarsi vividi, esondare frusciante profumo.

Sono quella camicetta, voglio esserlo. Ti prego fammi essere anche solo un brandello, acquattarmi sulla pelle fluttuando nel suo odore. Erre moscia. Tante erre moscia. Una mitragliata di erre moscia. Non so cosa diavolo dice ma è bello, è una doccia di erre. Amo le erre. Le ho sempre amate. Da oggi le ho sempre amate.

Allunga un braccio, e le si apre un varco. Un varco nel petto! Due bottoni sbottonati per miracolo che si allargano appena. Un appena ma sufficiente, un appena grandissimo, un appena grande così, un appena che avanza come una faglia rosa tra le morse del cotone mai stato così resistente. Dio santo, arrenditi alla forza della faglia e cedi, adesso, cedi!

E cede.

E sbircio indisturbato. E mi sento innalzare. E volo a cerchi in alto e in alto come un falco tra erre mosce dolciastre e correnti profumate. E adesso, mentre le rubo il profumo, le erre, i bagliori, i ciuffi neri, volo così vicino che mi ci scotto, di lei, e rubo tutto. Prendo tutta quella roba e la accartoccio. Tutto. Frugo nella coscienza, apro un varco, e nascondo lì, al calduccio, nel petto, il suo petto nel mio, il suo seno, mezzo nudo, che vien fuori dalla faglia come una morbida e traballante catena montuosa: la mia terra. E io sono una nave. Un marinaio. E l’avvisto da lontano. Sono la scoperta. E sono vivo.

Era strano come uno straniero era venuto a me con l’intensità di una folla intera. Mi sentivo forte e rinvigorito come il sole del mattino che trafigge la notte con mille lance d’oro e riprende possente il suo posto sulla terra.

E lei, nel più meraviglioso spettacolo, mi palpitava in gola come una locomotiva. Tabula rasa di tutto. Molle di piacere nei muscoli, e vile nella volontà, ora sono buono solo per il brodo. E a dire di sì. Sì, ti seguo, sì, ti ascolto. Sì: ti guardo. E, no, non esiste nulla: tranne te.  

 

Note sull’autore

Mirko Bay

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Mirko Bay, toscano, classe ‘72.

È appassionato di narrativa americana contemporanea.

Alcuni suoi racconti sono comparsi su “Terre di Mezzo” e su “Crapulaclub”. E molti in giro per la rete ma oramai irreperibili.

 

Tu non mi hai dato un bacio

di Antonio Di Grado

Non sembri strano, se per parlare d’amore – e d’un amore ben fisico e terreno, fatto di baci e carezze, di corpi che si sfiorano struggendosi di desiderio – ricorro a un testo “religioso”, ma sterilizzato dalle letture confessionali. Parlo del vangelo di Luca: 7, 36-50.

Cristo è a casa del fariseo. La polemica evangelica contro i farisei è tanto accorata e virulenta da farci pensare, a torto, che costoro fossero torvi custodi della legge o ipocriti baciapile. E invece erano l’ala più avanzata e riformatrice dell’ebraismo, i meno attaccati al fondamentalismo della Legge, i più aperti a una sua revisione alla luce della sensibilità e delle emergenze del presente.

Ma allora perché Gesù li additava al pubblico ludibrio, perché non se la prendeva piuttosto coi vecchi lupi del Sinedrio, coi conservatori arcigni e occhiuti, con gli inquisitori asserviti a questo o quel potere terreno? Per lo stesso motivo per cui frequentava la feccia, i dannati della società d’allora, le prostitute e i ladri, i collaborazionisti ma anche i terroristi, insomma il vasto e variegato popolo dei peccatori. Per lo stesso motivo per cui forse disdegnerebbe, oggi, le nostre opinioni politically correct e le nostre dimore sobriamente agiate, la nostra cultura di ampie ma caute vedute e la nostra condotta borghese, per accompagnarsi ai nuovi dannati.

Chi siano queste creature ce l’ha detto fra gli altri un cineasta, Lars von Trier, intanto riscrivendo la Passione di Cristo (almeno io leggo così il suo Le onde del destino) al femminile, che è già una rivoluzione, ma tutt’altro che estranea al messaggio evangelico, e poi incarnandola in una donna candidissima e perduta, prostituta per amore e anzi vittima sacrificale, in perpetuo e caparbio colloquio col suo Dio ma emarginata dalla sua chiesa, assunta proprio al culmine del peccato e, nel peccato, del sacrificio sublime di sé, a un cielo squillante d’invisibili campane.

Come a dire: l’Evangelo secondo Maddalena. E l’Evangelo oggi, quando – come allora – non bastano la coscienza a posto e le idee corrette dei farisei a capire e a vivere tutto il dolore e tutto l’amore che sono racchiusi nel mistero dell’incarnazione. E addirittura la correttezza intellettuale e morale del benpensante si rivela un ostacolo, anzi una vera e propria antitesi, rispetto al rivoluzionario paradosso proposto da Gesù e negletto dalle chiese che dicono di celebrarlo: «i suoi molti peccati le sono perdonati, perché ha molto amato; ma colui a cui poco è perdonato, poco ama».

Così dice Gesù della peccatrice che si è introdotta nel banchetto per cospargergli i piedi di balsamo e di lacrime. Il fariseo lo ha accolto con compassata cortesia. Ecco invece la donna pubblica che fa irruzione in quella quiete e in quel decoro scombussolandoli coi suoi gesti estremi, inconsulti: passi il fatto di lavare i piedi, ch’era una cerimonia d’accoglienza allora consueta, ma lavarli con le lacrime e asciugarli coi capelli, e poi coprirli di baci! Indecoroso, quel gesto, com’è indecorosa la passione d’amo­re, che vive e si alimenta di gesti estremi e inconsulti, di esaltazioni e di strazi improvvisi ed eclatanti; e tanto più lo è l’amore di queste creature umiliate e offese, escluse dal mondo di regole civili e di sterili forme che noi abitiamo. Ma Gesù non se ne adonta, anzi si lascia amare e onorare in quel modo scomposto e sincero provandone piacere. Sì, piacere: il termine, dirà qualcuno, poco si addice al Signore; e perché non avrebbe potuto provare, Lui, così come il supplizio del dolore, anche il diletto gioioso e puro che promana da una dichiarazione o da un gesto d’amore, e perfino dal contatto fisico?

Gesù mangia e beve, Gesù sorride, Gesù si adira, Gesù è compiutamente uomo. E al fariseo Simone rivolge parole indimenticabili, bellissime, in questo passo di Luca che è uno di quelli che nei Vangeli meglio mettono in luce la sua umanità: «Io sono entrato in casa tua, e tu non mi hai dato dell’acqua per i piedi; ma lei mi ha rigato i piedi di lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; ma lei, da quando sono entrato, non ha smesso di baciarmi i piedi».

È il caso di ripassare in mente, di far vibrare nel cuore queste parole candide, eppure palpitanti, struggenti: «tu non mi hai dato un bacio»… Gesù soffre se gli manca il bacio, di benvenuto e di amicizia, di chi lo ha ospitato; arriva a rimproverarlo, a vincere il pudore di cui questi rapporti, e questi gesti, solitamente si ammantano, a reagire con parole che oscillano fra l’affetto deluso da una parte, e con esso il bisogno frustrato della manifestazione fisica, tattile, palpabile di quell’affetto, e dall’altra lo sdegno, tanto più forte perché dettato dall’appas­sionata difesa di un amore più grande, quello muto e scarmigliato, quasi animale, smisuratamente fisico e tattile, della peccatrice.

È quella dichiarazione muta ed estrema, tutta affidata a gesti di slancio impetuoso e di appassionata sottomissione, che Gesù definisce “fede” in contrasto con la compunta e avara, corretta e colta religiosità dei farisei: «La tua fede ti ha salvata». Colui che si è immolato con un gesto altrettanto estremo e appassionato di incondizionata mortificazione, ha bisogno di noi, ha bisogno di amore. Ce lo chiede, lo mendica: «Tu non mi hai dato un bacio». L’Altissimo che abdica alla sua onnipotenza per farsi sulla croce Dio della debolezza, dell’impotenza, dell’agonia, ha sposato a tal punto e fino allo strazio del corpo e alla sconfitta della verità la nostra condizione, da poterci chiedere un abbandono altrettanto incondizionato. Con la stessa schiettezza disarmata e disarmante, chiederà ai suoi discepoli, sulla soglia del suo destino di patimento e di solitudine: «Non potete vegliare con me un’ora?».

Egli chiede ai suoi seguaci di patire con lui, di vivere il suo stesso terrore per la solitudine in cui si consumerà il suo strazio, di vincerlo mediante le parole e i gesti appassionati e impudichi della confidenza e dell’affetto: quanta carnale verità acquista, allora, il suo ripetuto invito ad amare! Mica con la cortesia, mica con l’etica – farisaica o, diremmo oggi, laica – del virtuoso operare, ma con l’abbandono della fede, vissuta nella pienezza della vita, anima e corpo, sensi e idee, nervi e labbra, che gli rifiutammo col bacio di cui aveva desiderio e bisogno.

 

Note sull’autore

Antonio Di Grado

Antonio Di Grado

Antonio Di Grado è professore ordinario di Letteratura italiana nell’Università di Catania. Da Leonardo Sciascia fu designato direttore scientifico della Fondazione intitolata allo scrittore dopo la sua scomparsa. È stato anche assessore alla cultura del Comune di Catania e presidente del Teatro Stabile della stessa città. Ha pubblicato numerosi volumi su autori della letteratura italiana dalle origini ad oggi. Tra gli ultimi: Giuda l’oscuro. Letteratura e tradimento; L’ombra dell’eroe. Garibaldi nel romanzo italiano; Un cruciverba italo-franco-belga: Sciascia, Bernanos, Simenon; Chi apre chiude. Dispacci e cimeli arenati nel web; Anarchia come romanzo e come fede.

L’intesa è un fatto palpabile

  • di Roberto Plevano
  • Del soggiorno sul lago Luca P. conservava pochi ricordi.

E pure erano stati i primi giorni che lui e Anna G. avevano passato insieme. Era stata la prima volta che Luca P. aveva visto quei luoghi. Il primo incontro con le amiche di Anna G. (dimmi con chi vai…). La prima volta di altre cose.

I ricordi sono questi.

Camminano lungo una strada in terra battuta sul versante di una collina, sotto alti castagni, querce, robinie (purtroppo), qualche pino silvestre; il bosco conserva profumi e umidità, deve essere esposto alle tramontane, oppure il giorno è nuvoloso. A tratti appare tra gli alberi la distesa turchina del lago. La strada serpeggia e sale fino a una chiesetta nel bosco, pietra e intonaco giallo. Si cammina col passo rilassato di chi sta prendendo una pausa da una qualsiasi attività ritenuta più importante, senza prestare attenzione a dove mettere un piede dopo l’altro. Luca P. è tanto assorbito da se stesso, da quello che sente di dover dire e quello che è meglio non dire, addirittura dalla sua andatura, dalla posa, dall’intonazione della voce, dalla qualità della confidenza e amichevolezza, o piuttosto riserbo, da mostrare con le amiche di Anna P., delle quali non gli frega assolutamente niente, ma delle quali sta tacitamente negoziando l’approvazione – e che effettivamente non avrebbe mai più rivisto –, da non rendersi conto che Anna G. gode di un sostanziale vantaggio ambientale: lei è a casa sua – e non è l’unica sua casa –, e gli altri sono stati, come dire, graziosamente ammessi. È una cosa che conta. Luca P. non si accorge nemmeno che forse, forse, Anna G. potrebbe fargli intendere che lui, in quella casa, sarebbe più benvenuto di quello che le circostanze implicherebbero. Quest’ultimo punto è però rimasto, negli anni, oggetto di congettura, oltreche di eccesso di condizionali.

Più tardi, sono tutti a pranzo nel salone della villa nascosta nel verde del bosco. Ampie finestre su tre lati offrono il piacere della vista riposante di prati ben tenuti e ombrose radure. I presenti parlano di vacanze, piuttosto animatamente, si infervorano, raccontano del loro tempo migliore. Anche qui Anna G. ha un vantaggio incolmabile: lei va in barca, e ci va seriamente. Ma gli altri no, e Anna G. ha la delicatezza di non ostentare le sue abilità di navigatrice.

Una delle amiche si lancia a raccontare le sue due settimane su una spiaggia di Creta, costa sud, – isolata, inutile precisarlo – ritrovo di scoppiati e fricchettoni di tutt’Europa. A migliaia, tutti, proprio tutti, nudi, giorno e notte, mare sole sabbia, nient’altro che natura – Luca P. ha qualche difficoltà a visualizzare –. Oltre a quello, non pare infatti che ci siano molte cose da dire, anzi, non c’era proprio nient’altro, neanche un tetto per ripararsi. Un’altra amica descrive le grandi dune delle spiagge oceaniche del Marocco, battute dal vento e dalle onde lunghe. Luca P. parla del suo giro in Sardegna, la tenda piantata alla sommità del promontorio nel mezzo del nulla, di notte le stelle vicinissime, lo sciacquio cadenzato del mare, le campanelle delle greggi che passavano da una valle all’altra. Omette qualche particolare – c’era stato con una ragazza, non gli sembrava il caso di farne cenno, tanto più che quella compagnia, esaurita nel giro di una settimana, aveva fatto crescere in lui solitudine e insofferenza.

Così eri sveglio di notte… nota maliziosamente Anna G. Touché, pensa Luca P., ma non dice nulla e forse arrossisce. È attento al timbro della voce di Anna G. dall’accento un po’ tedesco, la voce assertiva, voce di madre, il suo scandire con cura le consonanti, le ti, le erre un po’ di gola, le esse dolci. Ed ecco infatti il turno di Anna G., che fuma sigarette anche tra un piatto e l’altro. Racconta di un’estate piovosa in un qualche paese del Nord – Scozia? Danimarca? Luca P. non ricordava; forse non presta attenzione ai dettagli, salvo che ad alcune cose cruciali –. Anna G. era stata in compagnia di amici. Amici nel senso di una compagnia maschile. Luca P. si sente improvvisamente debole, come se la testa gli giri, un calo di pressione. Erano stati un po’ dappertutto, dice Anna G., perennemente alla ricerca di un riparo dall’acqua: tende, ostelli, caravan di simpatetici turisti, e cose così. E via via che il racconto di Anna G. prosegue, senza mai toccare la natura dei rapporti di Anna G. con uno o più dei ragazzi della compagnia, ma in un certo senso come sottintendendo che c’era stata una frequentazione, con uno o più di loro, più intensa di quanto le sue parole dicano, Luca P. si trova costretto in uno stato di ansiosa immobilità sulla sedia, sente aumentare le pulsazioni del cuore e il rombo del sangue nelle vene; senza muovere un muscolo né proferendo parola, è afferrato dalla strana, urgente angoscia di non essere stato là, allora, con Anna G. e quella compagnia di maschi, di non conoscere nulla del passato di Anna G. e di non volere sapere nulla, e di volere sapere tutto, e però di riconoscere come giusto e naturale che tra lui e Anna G. non ci siano segreti, omissioni, zone di silenzio. Mai. E col sapere, un desiderio, anzi un impulso, di responsabilità e protezione. Insomma, sentimenti nuovi, imprevisti, violenti, in conflitto tra loro, per niente piacevoli, riguardo il passato di lei, il presente di loro due, il futuro che appare d’un tratto terribile: il tempo non ritorna indietro, le interpretazioni non sono senza fine, non raccontiamocela.

Perché, protesta silenziosamente tra sé e sé, perché mai lui e Anna G. non sono stati insieme, uniti dagli inizi del tempo? Quei sentimenti, in quel particolare intreccio, sono pericolosissimi, tanto più che, al momento della loro occorrenza, già non c’è niente da fare. Colto così di sorpresa, a Luca P. non resta altro che ostentare un distacco e un blando interessamento, con ogni evidenza smentiti dal suo viso terreo. Per scuotersi dalla paralisi, fa per accendersi una sigaretta, ed è anche peggio, perché il movimento della mano, dal pacchetto di sigarette sul tavolo alle sue labbra, procede lentissimo, è visibilmente tremolante e forzato, e la bocca è secca, così che con la sigaretta si deve accompagnare, in maniera molto maldestra, anche qualche sorso d’acqua.

Però nessuno si accorge della crisi interna emozionale di Luca P., certamente non Anna G., e nemmeno lui stesso la capisce. Gli ci vollero anni e anni per comprendere, e altri anni ancora per trattenerla e non disperderla come fumo nell’aria. Non si finisce mai di conoscersi, ogni volta è una sorpresa.

Qualche ora dopo sono tutti belli rilassati sui divani della sala. Anna G. tiene tra le mani un libro di filosofia, sta preparando un esame, e anche Luca P., seduto accanto, che infatti sfoglia una noiosa storia del neopositivismo. Fatti: Anna G. guarda di sottecchi Luca P. e gli si fa vicina. Luca P. avverte il calore del corpo di lei aderirgli al fianco, e cerca di estendere l’area di contatto, addirittura appoggia la sua testa alla testa di lei e la tiene lì, spinto dalla necessità di stare vicini. La posa è un po’ bizzarra, ma c’è tanta tenerezza! Non c’è invece concentrazione sui libri di filosofia, e infatti a tutt’oggi Luca P. non sa dire molto sul neopositivismo, o positivismo logico (all’esame riuscì a prendere trenta senza lode, ma soltanto perché era simpatico alla docente e la media dei suoi voti era alta).

Anna G. smette di pretendere di raccogliersi sulle lezioni di estetica di Hegel e si concede una pausa. Insegna un gioco a Luca P. Appoggia la fronte alla fronte di lui, in modo che i loro occhi siano il più possibile vicini, e sbatte le ciglia come le ali di una farfalla. Anche Luca P. sbatte le ciglia, e c’è questo strano, lieve, vicendevole strusciare, come di un delicato spazzolino, sulle ciglia di lui delle ciglia dell’altra. Insieme ridono, come bambini. La connessione, l’intesa tra loro è un fatto palpabile. I corpi non mentono.

Strusciare v. tr. e intr. [lat. extrusare] 1. tr. e intr. a. Strofinare un oggetto o una parte del corpo su una superficie in modo che faccia attrito, e anche toccare, passare rasente o urtare di striscio; con uso sostantivato: sentì lo s. dei rovi contro la fiancata della macchina (Cassola). b. Nel rifl., in senso estens., strusciarsi a qualcuno, sfregare il proprio corpo con qualcuno, strofinarsi. c. Abbandonarsi a effusioni e carezze, anche con valore reciproco; fig., stare attorno a qualcuno con moine e adulazioni, per ottenere da lui favori personali. 2. intr. (aus. avere) In dialetti settentr., fare lavori di gran fatica, sgobbare (spec. con riferimento a lavori casalinghi): quanto ha dovuto s. quella povera donna per mandare avanti la famiglia!; meno com. nel rifl.: è doloroso lo scoprire… quanta gente sudi e si struscii da mattina a sera (Faldella).

Verso sera, fanno visita alla rocca medievale del paese vicino, alta su uno sperone di roccia che domina la sponda del lago. Luca P. ha ormai riacquistato compostezza e insouciance, a un prezzo che avrebbe pagato caro: la voce di Anna G. gli sarebbe rimasta dentro per sempre. Come se avesse firmato un contratto di vendita dell’anima al diavolo, ma non crede che ci sia un dio che osserva le sue piccole vicende dall’alto dei cieli. Come un folle che sente le voci.

Scrivono saluti – allora era una cosa comunissima – ad amici, alle famiglie. Luca P. pensa ai suoi genitori, ignari del suo soggiorno sul lago, e manda loro una cartolina. Dietro alla vista panoramica dei monti e delle acque scrive Qui sto veramente bene. Ma Luca P. non ha mai parlato davvero con i suoi genitori, che lo conoscono in quanto figlio ma non come una cosa ignota a se stesso, ed è restio a dir loro una verità appena appena agli inizi.

 

Nota sull’autore

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Roberto Plevano

Roberto Plevano nasce a Vicenza nel 1960. Si laurea in Filosofia all’Università di Pavia nel 1985. Consegue la Licence in Mediaeval Studies presso il Pontifical Institute of Mediaeval Studies (University of Toronto, Canada) nel 1993. Ha lavorato presso alcune Università statunitensi e italiane. È insegnante di Storia e Filosofia in un Liceo Scientifico italiano. Collabora da dodici anni all’edizione critica delle opere del Beato Giovanni Duns Scoto (The Catholic University of America, Washington D.C. — The University of Notre Dame, Indiana). È sposato, ha tre figli. Fa parte della redazione del blog letterario La poesia e lo spirito. Ha pubblicato il romanzo 100 miglia (2009). Il romanzo Marca gioiosa uscirà nell’autunno 2016 (Neri Pozza editore)