ancora Massimo (Ritorno a Mazzarruna)

Il giovedì c’erano le serate jazz in un pub del quartiere storico. A Massimo il jazz piaceva moltissimo. Io lo odiavo invece. Romina lavorava e non ci seguiva quasi mai. Massimo veniva a prendermi con una Renault 4. Sembrava tutto abbastanza normale, mi sembrava in quei momenti che mi amasse davvero soltanto perché veniva a prendermi con la Renault 4 di suo zio. In fondo il centro della questione non si spostava mai: quando mi amerai Massimo? E quando Massimo morì di overdose non licenziai l’assillo, malgrado tutti gli auspici concorressero perché lo facessi.  In auto ascoltavamo Morrissey. Il pallore di Massimo, la sua malinconia emaciata erano la traduzione perfetta di quelle suggestioni da pop britannico. Massimo somigliava a Rupert Everett. Massimo non sapeva nemmeno chi fosse. Fermò la macchina in prossimità del vecchio pontile della dogana, poi attraversammo a piedi il resto della città che ci separava dal pub. Camminammo in strade silenziose e buie, la luce nebulosa arrivava dai pochi lampioni o da qualche misera finestrella dei palazzi  d’intorno. Il pub riproduceva le atmosfere di uno squat di Liverpool. Era interessante questa idea da Mitteleuropa in un quartiere di indigeni. Un sax suonava al centro del palchetto, il fumo saliva sopra le nostre teste addensandosi in gorghi disordinati. Giovani alternativi bevevano dai boccali. Gli alternativi vestivano come figli usciti da una comune. L’aria era pregna di fritto e di fumo acido. Ci dirigemmo al bancone, Massimo ordinò la sua birra. Io non ordinai nulla. Da lì ascoltammo una parte del concerto, un jazz ostico e irritante che non riuscivo a farmi piacere. Non ci guardammo mai per tutto il tempo, né parlammo. La musica sovrastava tutto il resto, il buio i nostri volti. Con Massimo era di solito così, non si parlava quasi mai. Massimo parlava malvolentieri, alla lunga questa cosa diventava noia. vera blog 1L’inquietudine di Massimo mi annoiava. Finì così, per annoiarmi. La sua uggiosa dimostrazione di stare al mondo non superava il confine di un sì o un no accentuato da un cenno della testa. La mia definizione dell’amore era banale e abbordabile: uno con cui stare che somigliasse a Rupert Everett. Uno che ti diceva: ci vediamo domani, senza rispettare alcun parametro del tempo e dello spazio. In macchina rimise la cassetta di Morrissey. Pensai con insofferenza al suo procedere brumoso, certo che poi si sparava in vena mezzo grammo di roba. Tutto sommato lo disprezzavo. Perché era uggioso, non perché si facesse di eroina. E l’eroina stava scavando anche me, di riflesso, chiusi gli occhi, poggiai la testa e provai a dormire. Quando li riaprii eravamo arrivati sotto casa mia. Di colpo, come se fossi preda di un sogno, lo implorai: <<Fammi partecipare della tua vita!>>. Frase che mi uscì senza un vero trasporto. Ero complice di un dramma da vaudeville. Ero teatrale nella mia infelicità, voglio dire a mio modo infelice. Massimo aprì la bocca e emise un suono: smettila, vai a casa. Andai sbattendo la portiera. Prima di entrare nell’androne cupo e con le bacheche infrante, mi voltai sapendolo ancora fermo: <<Tu non sai cos’è l’amore, tieniti tutto il resto>>. Massimo mise in moto la Renault 4 di suo zio. Eccola la vita misera, priva di poesia, misera come l’aspidistra odiata da Gordon Comstock di George Orwell. Non seppe nemmeno chiedermi: cos’è tutto il resto?

(continua)

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