“L’amore fa schifo”

di Marco Drago

Nel parchetto di Via Illirico a Milano, dove giocano bambini di età compresa tra gli uno e i dodici anni, ci sono un sacco di scritte che abbelliscono le strutture lignee degli scivoli. Una di queste è “L’amore fa schifo”. L’ha scritta una ragazza, si evince dal tratto, e molto probabilmente una giovanissima ragazza. Mi sono chiesto mille volte da quale delusione sentimentale sia nata quella semplice e perentoria affermazione, e poi mi sono sempre risposto che in fondo l’autrice non ha tutti i torti. Per certe persone, che investono molto in quella cosa che chiamiamo “amore”, quella stessa cosa fa schifo o è meravigliosa a seconda di come gira la ruota delle esperienze. A quasi cinquant’anni provo ormai solo fastidio per i romanzi e le canzoni che mettono al loro centro le trascurabili dinamiche del “mi ama/non mi ama” eccetera eccetera. Tendo a girare le pagine velocemente non appena mi accorgo che l’autore sta andando a parare su cose come “amore” e “sesso”. Sono sposato e sono contento di essermi sposato con chi ho sposato, magari un giorno lei se ne andrà, ma non mi metterò di certo a lamentarmi in pubblico e non mi farò venire alcuna malattia psicosomatica.

Ho già dato quando era tempo e cioè: quando non capivo ancora niente. Nella vita l’amore (in senso molto ampio) sarà pure tutto, ma va comunque preso per quello che è, non bisogna pensarci mai troppo su, non vale la pena mettersi in difficoltà a causa di un’altra persona, ché la vita scorre via in fretta e dunque è meglio concentrarsi pragmaticamente su cose come la salute e l’equilibrio psichico, cose che dipendono soltanto dalla nostra capacità di stare al mondo da soli. Quando leggo di stalker e di suicidi per delusioni amorose provo fastidio, mi chiedo: “Ma cosa c’è nel cervello di queste persone?”, non riesco a provare nemmeno per un secondo quel minimo di empatia che mi dovrebbe far sentire parte dell’umanità intera. Ho avuto qualche storiella d’amore, nella mia vita, né più né meno di quelle che hanno avuto tutti.

Da ragazzo tendevo a fissarmi sulle donne che mi piacevano e questo mi rendeva la vita maledettamente difficile da gestire. Verso i trent’anni ho imparato (o credo di aver imparato) a stare bene con me stesso, pur tra mille casini. Non ho molta stima di me stesso, ma non ce l’ho nemmeno del mio prossimo, diciamo che sono uno scettico inguaribile, un perfetto indifferente. Raramente mi arrabbio davvero, raramente mi intristisco davvero: una bella canzone in cuffia mi rimette in pace con me stesso e con il mondo. Anche gli entusiasmi trovo che possano far più danni che benefici, cerco di non esserne vittima se non per cose futili tipo un gol di tacco o una gastronomia siciliana. Non ho molte pretese, non mi interessa stare al centro dei pensieri delle altre persone, tantomeno di mia moglie. Lei lo sa: meno si interessa a quello che ho nella testa e meglio andiamo. E così mi comporto con gli altri: per carità mi stanno tutti simpatici, ma non mi interessa davvero molto di capirli, di rappresentare per loro più di quello che io per loro sono nel profondo e cioè: un “altro da sé”.

 

Marco Drago (Canelli, Asti, 1967) ha esordito nel 1998 con L’amico del pazzo (Feltrinelli); ha scritto Cronache da chissà dove,  Zolle, La vita moderna è rumenta, La prigione grande quanto un paese. Conduttore e autore radiofonico (RadioRai, Radio24, Rsi), dirige la collana di eBook Laurana Reloaded. Fu l’ideatore e il fondatore della rivista letteraria Maltese Narrazioni, un vero cult, una vera officina di giovani talenti, pubblicata dal 1989 al 2007. Collabora con Il Giornale e Vanity Fair.

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Marco Drago

 

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