Non esiste nulla, tranne te

di Mirko Bay

Non sono nemmeno riuscito a dire qualcosa di sensato.

Una camicetta chiara spiccava galleggiando tra le scrivanie come un osso di seppia sul mare plumbeo di gennaio. I capelli lunghi. Che ragazza, rigida, intenta sui tasti. Devo trovare una scusa. Sono nuovo, potrei fingere disorientamento. Potrei accasciarmi al suolo come uno straccio e attendere che venga a salvarmi. Devo riuscire a intrufolarmi nello spazio di quel trotto tra le dita e i tasti con la leggerezza di una piuma e la possanza di un trave. Ma quanto è dolce Camicetta, con quella erre moscia che si rotola nel profumo come un uccellino. Erre moscia. Quanto odiavo la erre moscia. Era snob. Antipatica e tonda che inceppa nel discorso come una biglia spezzata.

Amo la erre moscia.

Mi faccio sotto.

Stava alla scrivania accanto alla mia, davanti al Monitor. Avevo assolutamente bisogno di lei: del suo preziosissimo aiuto al mio problema; perché avevo un problema. Dovevo averlo. Cosa potevo avere? Inventare. Il mio difficilissimo problema. Non avrei mai saputo risolverlo senza di lei e lei ancora non lo sapeva. E io neppure. Cosa poteva essere? Mi lanciai dalla sedia arrestandomi all’improvviso con l’idea di un cenno soave che venne tuttavia più simile all’inchino di un giullare di corte ubriaco. Merda. «Scusa, hai un momento?» dico. «Certo,» risponde lei con quel luccichio negli occhi.

Oh mio Dio, che sorriso! Mi ha sorriso! Oh, che luccichio! Quegli occhi scuri. Mi ha luccicato addosso! Vediamo: ho meno di mezzo secondo per farmi uscire qualcosa. Veloce. Fondo. Fumo. Arrossisco.

Sospiro.

  • Mi chiedevo se potessi mostrarmi come funziona la tabella qui di Excel, sono arrivato da poco e non capisco ancora un ca*z*/Niente. Non capisco nulla.  
  • Ma certo.

Ma certo? Che idea geniale, la tabella! Sono un dannato genio!

E inizia a spiegare. Allunga le mani sul monitor, le ritrae, tocca lo schermo, si arrampica con le dita sulle righe del foglio come un ragno elettronico e mi scivola addosso le sue spiegazioni. Ma non mi rimane nulla: solo onde di cotone bianco che accarezzano la pelle, che mi travolgono e che mi sussurrano di quanta delicatezza usa per lavare i panni, di come li piega sulla seggiola, di come li stira, di come si prepara la mattina prima di indossarli, di come si profuma, di quanta tenerezza conservano quei capelli adagiati sulle spalle che scivolano di continuo. Come avrà gli occhi appena sveglia? Più belli, di sicuro. E vedo i confini del suo corpo accanto a me tratteggiarsi vividi, esondare frusciante profumo.

Sono quella camicetta, voglio esserlo. Ti prego fammi essere anche solo un brandello, acquattarmi sulla pelle fluttuando nel suo odore. Erre moscia. Tante erre moscia. Una mitragliata di erre moscia. Non so cosa diavolo dice ma è bello, è una doccia di erre. Amo le erre. Le ho sempre amate. Da oggi le ho sempre amate.

Allunga un braccio, e le si apre un varco. Un varco nel petto! Due bottoni sbottonati per miracolo che si allargano appena. Un appena ma sufficiente, un appena grandissimo, un appena grande così, un appena che avanza come una faglia rosa tra le morse del cotone mai stato così resistente. Dio santo, arrenditi alla forza della faglia e cedi, adesso, cedi!

E cede.

E sbircio indisturbato. E mi sento innalzare. E volo a cerchi in alto e in alto come un falco tra erre mosce dolciastre e correnti profumate. E adesso, mentre le rubo il profumo, le erre, i bagliori, i ciuffi neri, volo così vicino che mi ci scotto, di lei, e rubo tutto. Prendo tutta quella roba e la accartoccio. Tutto. Frugo nella coscienza, apro un varco, e nascondo lì, al calduccio, nel petto, il suo petto nel mio, il suo seno, mezzo nudo, che vien fuori dalla faglia come una morbida e traballante catena montuosa: la mia terra. E io sono una nave. Un marinaio. E l’avvisto da lontano. Sono la scoperta. E sono vivo.

Era strano come uno straniero era venuto a me con l’intensità di una folla intera. Mi sentivo forte e rinvigorito come il sole del mattino che trafigge la notte con mille lance d’oro e riprende possente il suo posto sulla terra.

E lei, nel più meraviglioso spettacolo, mi palpitava in gola come una locomotiva. Tabula rasa di tutto. Molle di piacere nei muscoli, e vile nella volontà, ora sono buono solo per il brodo. E a dire di sì. Sì, ti seguo, sì, ti ascolto. Sì: ti guardo. E, no, non esiste nulla: tranne te.  

 

Note sull’autore

Mirko Bay

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Mirko Bay, toscano, classe ‘72.

È appassionato di narrativa americana contemporanea.

Alcuni suoi racconti sono comparsi su “Terre di Mezzo” e su “Crapulaclub”. E molti in giro per la rete ma oramai irreperibili.

 

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