cos’è la fame?

L’intervista è di Giuseppina Borghese

Ad un certo punto della tua vita, hai deciso di smettere di mangiare. Perché?
Ero una ragazza, il pretesto fu un forte stress dovuto agli esami di maturità, studiavo molto. Ma la ragione era un’altra. La ragione è un fattore ics, è un’assenza. Non lo so perché fondamentalmente; fondamentalmente dopo un po’ nella regola si torna a mangiare. Una ragazzina può pure tentare di imitare i limiti della moda (perché sono limiti), ma quelle che non hanno il fattore ics non ci restano, in definitiva vivono, tornano a mangiare. Le anoressiche no. Non imitano le modelle, a me non fregava un accidenti del modello estetico, io se devo dirla tutta sognavo di avere delle tette enormi. Vivevo malissimo, stavo con un tizio che si faceva di eroina. Eppure non basta a spiegare. Ho perso dieci in chili in un mese e poi giù, fino ai 41-42 chili. Avevo sempre freddo e stavo male. Il prolasso dell’intestino e altre cose. Soffrivo dunque anche fisicamente, non solo moralmente. La moda non c’entra niente. È una grossa balla.

Cos’è la fame?
È la vita che si arrampica sulle tue scarne membra. Il bisogno primitivo che ti ricorda di stare al mondo. Ed è pauroso accorgersi che bisogna starci, in un modo o nell’altro. Non ti puoi arrendere. Forse le anoressiche si arrendono, ma il loro corpo no, marcia per fatti suoi, cede qua e là.

Esiste un fenomeno che si colloca in una posizione diametralmente opposta all’anoressia, ma, nei fatti, sembra essere un’altra faccia della stessa medaglia. L’invasione – sulle riviste e in tv – di fondoschiena e seni ipertrofici su gambe tornite e vitini stringati. Le chiamano “curvy”: vessillo di questa finta pacificazione estetico/sociologica con il corpo della donna, Kim Kardashian. Qual è la tua opinione al riguardo?
Sono icone fasulle, ovvio. Immagini che sono funzionali a un’idea, appunto, da maquillage, sono una scenografia, una provocazione. Non conciliano nessuno, al limite demarcano il grande inganno: lo standard. Specie se riferito a una creatura umana. La normalità, ancora peggio. La misura giusta. Usa l’aggettivo “giusto” e ingeneri disperazione, è un fatto. Cercatemi la donna giusta, per favore. E anche l’uomo, sarò felice di darvi ragione.

Veronica Tomassini

Nella lettera che hai pubblicato sul tuo blog (www.veronicatomassini.wordpress.com), a Michela Murgia imputi una leggerezza linguistica, riferendoti all’uso improprio dell’aggettivo “disgustoso”.
Mi ha offeso l’aggettivo usato per degradare in una categoria un certo genere di donna, androgina, magrissima (il riferimento era la copertina di Marie Claire di novembre, nda). L’aggettivo usato era: disgustosa. Michela Murgia si opponeva a quell’idea “disgustosa” di donna (dunque una categoria), in un post pubblico, e più o meno alla lettera. Per chi lavora con le parole, con un seguito di lettori considerevole come la Murgia, una tale leggerezza nella comunicazione, nella scelta della definizione, non dico sia imperdonabile, ma è senz’altro offensiva. Avrebbe offeso nel qual caso una parte della popolazione femminile che rientra in quell’idea  “disgustosa”. La sua veemenza, con intenzioni nobili per carità, doveva dirottarsi al limite su un’idea di “estetica”, un immaginario, un paesaggio (la scelta esistenzialista, quasi gotica, da foglie d’autunno, anche discutibile), non su un’idea di donna. Un veterofemminismo al contrario, se vogliamo. Uno Slut shaming da pasionaria accecata da una trave nell’occhio, giacché non si è accorta di essere caduta in una trappola prossima al peggiore sessismo.

Cos’è per te il disgusto?
È una chiusura, senz’altro una chiusura. Il fallimento di quel senso intimo degli altri che chiamiamo empatia. Il disgusto è un pregiudizio, anche. E il pregiudizio conta i passi della paura.

 

L’originale qui: https://lereticosumarte.com/2015/11/11/must-have-autunno-2015-deretani-ipertrofici-su-sane-taglie-38-classico-intramontabile-la-noia-intervista-a-veronica-tomassini/

Advertisements