la prostituta

C’è una strada su cui piovono le fronde di alberi siciliani, le ombre dei carrubi, il suono delle cicale quando si fa nero perché diventa denso incessante come il sole al centro della meridiana; dietro si annidano colline di mondezza, affiorano dentro i disegni armoniosi delle foglie che incontrano il cielo con le sue ampie schiarite. Sulla strada di Lentini, in quella trazzera secondaria mi parve che transitassero tutte le clandestinità e i segreti cattivi del mondo.

Ad ogni ombrellone, sotto sorvegliava un viso giovanissimo, bianco, nero, il crogiolo della bellezza esposta tra un monte nauseabondo di rifiuti e un altro. La strada di Lentini  con la più grande discarica d’Europa e sotto la via della prostituzione, alle pendici di una discarica. Se non è spregio questo, se non è crudeltà. Nella successione di corpi che invitavano al mercato dell’amore, senza desiderio, senza partecipazione, l’eta delle ragazze era indistinguibile, si avvicendavano colori gambe, a stento riuscivo a fissarne gli sguardi. Scoperto il purgatorio, un giorno di agosto, di caldo, di afa, di stanchezza, di chilometri in auto. L’aria non aveva scampo, era cupa sotto la coltre di rifiuti, un intrico di suoni dell’estate, la puzza dei detriti condannati a marcire.

Erano ragazze. Ed erano belle, per quel tanto che ho capito. Così mi è rimasta questa idea di raccontarle, di averne il coraggio. Non qualcosa di immaginato. Vicino casa, ogni giorno, ne vedo una. E’ giovane, non è mai triste, al massimo annoiata. E’ un lavoro. Il pomeriggio prima del tramonto, torna a casa, a piedi, lungo la provinciale, a testa bassa. Oppure aspetta l’autobus sullo slargo di fronte il macellaio e una bottega luridissima. Vorrei raccontare la loro vita infame, senza cedere a nessuna lusinga di un tema eterno, il meretricio. Raccontarlo è difficilissimo. Come raccontare l’amore, la follia, la morte. Sono temi archetipo, la calamita (o la calamità) di tutte le ovvietà. Ne vorrei restar fuori. Però è quel che farò, l’ultima passione che guiderà la mia scrittura, considerato che la vecchia musa non posso più utilizzarla per rispetto altrui. E i vecchi dolori li tengo da me, conservati e al sicuro. Tanto non mi abbandoneranno mai.

 

 

 

 

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