Gyam, l’africano

Gyam viene da un tabernacolo dell’accoglienza, crede di avere diciotto anni.  Usiamo questo verbo perché Gyam non lo ricorda. E’ africano, è sbarcato ad Augusta. Chiede soldi agli automobilisti fermi al semaforo, in una via centrale di Siracusa. Certi suoi connazionali fanno lo stesso, si genuflettono fino a sfiorare il ridicolo, l’automobilista non regge la pietà o il riso o la rabbia insulsa. Certi connazionali di Gyam stendono il cappello, altri sembrano in preda a una folle allegria. Altri indossano pellicce, ne abbiamo visto uno in pieno agosto conciato così; un altro tiene le cuffie alle orecchie, gli occhi febbricitanti, non vendono niente, insistono. A Siracusa non ci sono simposi che teorizzano nuove forme di integrazione, perché mai? Non abbiamo xenobi dichiarati, Siracusa è diventata nera nel frattempo, la gente è distratta e non ci perde il sonno. Non è un’involuzione perlomeno. Così vediamo Gyam, ogni giorno, immaginiamo che ripari nelle grotte della rupe accanto a un prestigioso hotel. Le grotte, le chiamano. Sono piene di neri. Gyam deve aver capito qualcosa dell’integrazione.

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Giovani immigrati nel Cspa di Pozzallo

Basta indossare i jeans sotto ai fianchi, salutare i ragazzi sopra gli scooter con l’intercalare: ciao amico. Hei fratello. Broth. “Ma’ frati”, in dialetto. Ogni giorno Gyam ha la mano stesa o come i suoi connazionali il cappello tirato giù, eccetto un pomeriggio. Gyam non è al semaforo,  è più in là, sul marciapiedi, mentre i passanti lo attraversano, senza notarlo. Gyam armeggia con una siringa, cerca la vena. Ha imparato bene. Sono cose da occidentali, farsi di qualcosa, tirare su qualcosa, benvenuto nel nuovo mondo, Gyam.

Lui cerca la vena, infila la siringa, eroina. In pieno giorno, sul marciapiedi, accanto al semaforo che è rosso senza di lui. Non teme gli altri, non li vede, ricambiato. Chiederà soldi per il suo quartino di roba, non con la ragione morale di un riscatto, ai semafori non si è rifatto una vita nessuno dei suoi connazionali. Si finisce ai semafori con l’aplomb ridicolo di un mendicante africano senza maschere di ebano. Gyam capisce chi si fa di amfetamine, stare su di giri è un po’ essere parte di un mondo sazio. Smetti di avere fame. La sua fame è testarda, è la fame di un continente. Sembra fuori di testa come certi suoi connazionali, sono partiti un giorno di un tempo infinito, non ricordano niente. Le dune, i teschi sulla sabbia che affiorano paurosi come demoni, quello lo ricordano.  Se smetti di ricordare puoi impazzire.

Agli angoli delle strade ci sono bambini africani, si guardano intorno e non si capisce da dove vengono, dove andranno la notte. Sono sempre di più, sfuggono alle cifre. Anche Gyam è sfuggito alle cifre. Si fa di eroina, superata la morte mille volte accetta di buon grado la possibilità di estinguere quella grassa del nuovo mondo. Anche questa è integrazione, non morire di fame come in un villaggio a Maekel, morire di overdose, di roba. Roba come si dice quaggiù. Dove l’hai presa, Gyam?

 

L’originale è uscito sulle pagine de Il fatto Quotidiano il 30 maggio 2016

 http: //www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/gyam-e-lelemosina-al-semaforo-  per-lui-il-nuovo-mondo-e-una-dose-di-eroina/

 

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