Christiane F.

C’era sempre lei nella mia testa. Christiane F. Guardavo dalla finestra, la immaginavo percorrere le strade strette del suo quartiere, tra una parete di cemento e l’altra, si contraevano piccoli ballatoi o parche finestrelle. Buchi in successione. Il delirio che sopraggiunge, senza bisogno di un trip. Avanza e propone il medesimo caleidoscopio. Al napalm. Soltanto oggi rifletto sul suo secondo nome, Vera. L’assonanza con il mio mi fa sussultare. Ripetevo quasi sillabando: Groupisstadt.

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la Haus der Mitte a Groupisstadt

Quella Berlino mi dava i brividi. Ho in mente un cesso, lei dentro con l’ago in vena. O il tizio con la spada infilata nel collo. O Christiane, la pioggia, il suono metallico di un luogo senza spirito, la vasca da bagno, una specie di muffin al cioccolato, il succo di ciliegia. Rabbrividisco, mi stringo addosso il vecchio maglione di mio padre. Scrivo senza la mia musa, oggi. O con l’esempio sbagliato, l’idolo dannato dal quale fuggire. E’ l’alternativa. Fosse tutto finto. E invece è tutto vero.

Mazzarruna

Mazzarruna

Mi sentivo vecchia. Così vecchia. Massimo mi chiede: quanti anni hai? La prima volta che ci parlammo. Alzai gli occhi, li sgranai, perché volevo che mi guardasse. Mazzarruna come Groupisstadt. Ma qua siete tutti animali. Pensai. A Groupisstadt c’era una qualche prerogativa colta. Buona musica da ascoltare nella Haus der Mitte. Erano cipressi quelli che superavano la cima dei palazzi nel distretto di Groupisstadt? Dissi a Massimo che un giorno avrei scritto una lettera da destinare a Christiane Felscherinow. Dovevo spiegarle alcune cose. Anche soltanto la sfiga di aver incontrato il tedio esangue di un tipo come Massimo. Non avrei mai amato nessuno dei compagni di Mazzarruna. Erano tutti morti.

Massimo non sapeva nemmeno chi fosse Christiane. A David Bowie, preferiva Morrissey. Guardavo dalla finestra e Mazzarruna la vedevo, dietro le torrette delle fabbriche. La raggiungevo a piedi a volte, quando volevo pensare, ma pensavo sempre in fondo, anche quando cantavo una canzone dei cartoni. Non ero adulta ed ero vecchissima. Cantavo le canzoni dei cartoni e conoscevo gente con le braccia rovinate dalle piste. Mi sembrava di esserci sempre stata, di aver ricordi prossimi e lontanissimi.

Ma chi ero?

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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