Un amore ancora

Sedevo sulla vecchia motoape. In baracca c’era un gran movimento. Cetty non riusciva a svegliarsi. Mi alzai senza fretta, raggiunsi il rudere, oltre la recinzione e il colle di lastre di amianto, il mare si gonfiava in piccoli schiumosi flutti. L’odore della salsedine riusciva a coglierci malgrado sopra di essa fumassero gli oli e i combustibili dai silos delle fabbriche. Chiesi al tipo che vendeva il fumo di poter entrare, in baracca sentivo le voci agitate di altri tossici. Non c’era Massimo. In mano avevo il romanzo di Dino Buzzati, Un amore. Lo stavo leggendo, desideravo che Massimo ne ascoltasse alcuni brani. Non era una storia d’amore, ma era un amore. Non come il nostro. Massimo non mi avrebbe amato mai. Dormiva sempre e non a ragione della roba. L’eroina era solo un’aggravante come un’altra per tutte le sue distrazioni, per la sua inedia. Senza eroina sarebbe stato senz’altro peggio. Massimo diceva che usavo parole troppo lunghe, che un libro era solo un libro e lui non aveva pazienza. Pigmeo. Lo offendevo se gli urlavo: pigmeo. Riuscii a farmi largo scostando i due che vegliavano al passaggio. Le palpebre incerte, l’ottusità del viaggio in cui erano persi, si erano appena fatti. A loro era andata bene. Cetty aveva esagerato. Entrai. La trovai seduta per terra, gambe stese, spalle alla parete. Appariva composta, con il bel tailleur di panno scuro, color vinaccio, le ballerine ai piedi. Le gambe nude e bianche senza calze, ed era autunno.  Un filo di sangue si raggrumava nell’incavo dell’avambraccio. Non aveva più dove farsi Cetty. Le braccia erano gonfie tumefatte, anche il dorso delle mani, le dita. Rischiava una trombosi, non sarebbe stata la prima volta. Aveva riaperto gli occhi. Si riprendeva sempre alla fine. L’aria era pesante del fumo acre proveniente da uno chilom di erba che aveva appena acceso un giovane, lo conoscevo solo di vista. Aveva le mani grandi dei muratori, impolverato, sembrava uscito da un cantiere. Fumava e passava lo chilom nel breve cerchio all’interno della baracca. Automi. Mi facevano impressione qualche volta. Cetty mi vide, mi salutò. Mi avvicinai, le sorrisi. Avevo ancora il il libro nelle mani. Mi fece cenno di sedermi vicino a lei. Mi sono seduta e ho aperto il libro. Leggi, mi disse Cetty. Ho schiarito la voce. E ho letto.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

Advertisements