sex worker

Elide non ha molto tempo. Deve farsi una doccia, una riga di rossetto sulle labbra.  “Finita la pacchia, il tempo degli assegni con qualche zero”, dice. Deve andare, il tipo l’aspetta in albergo. Non è un cinque stelle, avverte. Ride. Milano è incolore, come sempre ad agosto.

C’è una specie di mulattiera, a Lentini, una strada secondaria, ai piedi di un promontorio di rifiuti. Sotto il colle si vendono le nigeriane. E sono solo schiave. Così pensiamo a Ade, fuggita in un casa protetta nel nord Italia. Partita con la maman da un piccolo villaggio della Nigeria. Paga ancora la maman, ma non si vende più. Ha una figlia. Roma, Torino, Verona, le botte. Chiamarla sex worker sarebbe disonesto,  per deduzione dovremmo pensare a una identità autodeterminata. Niente di più falso, nel qual caso. Ade è partita dalla Nigeria sapendo che quella vecchia ne aveva prese altre, e non c’era nessuna balla a giustificare la coercizione, i documenti fasulli. Più o meno funzionava così nel piccolo villaggio di Ade, se viene la maman devi partire o ti tagliano la gola, finisci in un rito voodoo, ti tolgono di mezzo insieme ai tuoi fratelli. Ma questo lo sanno tutte nel piccolo villaggio di Ade. Vai, ti prego! Le urlò la madre. Ade paga ancora per estinguere il maleficio. Le nigeriane sulla strada secondaria di Lentini sono adolescenti. In certi giorni di agosto, il promontorio di mondezza promana un vapore nauseante, cala come una brina compatta e nemica a ottenebrare i loro bei visini scuri, e tutto intorno il mondo non mostra indulgenza, i carrubi siciliani abbandonano le loro fronde verso la campagna, le cicale producono suoni incessanti e neri come la luce dei brevi deserti che si susseguono. Non sono sex worker.

Elide sì. L’accento tradisce origini emiliane. Negli anni ’80 Elide era giovanissima, a Milano si guadagnava bene. C’erano le fiere e una certa attitudine allo sfarzo. “I clienti ti dicevano sei bellissima  – Elide lo era, lo racconta – e ti lasciavano mance superiori ai cachet”. Notti da milioni di lire, suite faraoniche, un taxi sempre pronto a lasciarti davanti la hall di un Excelsior. “Oggi non mi chiedete il cachet”  chiosa Elide. Mille euro. Lo rivela invece. “Solo che siamo tante, ma non c’è più una vera distinzione”. Lo fa chiunque e per ragioni diverse. Olgettine di qualche tipo, brave ragazze che non disdegnano. Poi ci restano secche. Elide è avvilita per la morte della collega di Bologna, uccisa a colpi di fendente da un serial killer. “E giù tutti a dire che era una escort. Non si fa così, non è giusto”.  Non siamo malate eh? Ogni tanto si arrende a una risata facile, come quella delle donne di una volta, giunoniche e felliniane. Il cruccio di Elide è l’autodeterminazione che è poi il manifesto di Pia Covre e di Carla Corso e del comitato per i diritti civili delle prostitute che hanno fondato nel 1982. Se Ade è viva, la ragazzina nigeriana salvata dalla tratta, è merito anche di Pia Covre.  Non c’è prossimità tra le sex worker e le schiave. Elide fa riferimento a un principio neoliberista e unico. E nel gergo dittatoriale non esiste emancipazione dal più abusato degli epiteti.

Si parla ancora delle lavoratrici del sesso come di personalità affette da una patologia narcisistica. Bruciate da uno stigma. “La sex worker è percepita come una donna già sfruttata da sfruttare, quindi senza valore – dice Elide – In un contesto simile, il mio essere storicamente donna, escort autodeterminata non viene preso in nessuna considerazione e, anzi, viene calpestato e misconosciuto quando è un mio diritto; non guadagno nulla”. Non si tratta soltanto di adeguare un cachet. No, conferma Elide. Non ha un protettore, non dice niente della sua famiglia, vorremmo sapere di più. Sa girare intorno alle risposte piuttosto. Come si diventa una escort? Dice: non si diventa, è una storia, è un percorso. Vuol dire tutto e non vuol dire niente. Ma lei lo sa bene. Parla di letteratura. “Una escort è anche colta, sa?”.  La bellezza, Dostoevskij, discorsi da salotto.

Ade non ha finito la scuola. Aveva la maman e l’uomo nigeriano. Con la vecchia arrivarono a Tunisi, da lì partirono per Roma. Durante i controlli, a Fiumicino, furono bloccate e trattenute in carcere per una settimana. Ade e la vecchia possedevano documenti falsi. Furono rilasciate. Ade cominciò la vita subito, le botte e tutto il resto. Il marito chiedeva soldi davanti ai supermercati di Vercelli. Lei lo raggiunse. E di nuovo la strada. Le botte. La maman. Il nigeriano.

A Siracusa c’è una ragazza che aspetta tutto il giorno, sotto un ombrellone, lungo la provinciale per il mare. Le lasciano apposta la sedia e il parasole, forse i commercianti della zona. Prima del tramonto ritorna a casa a piedi, o prende l’autobus delle diciannove. Il protettore potrebbe essere il fidanzato, che va in giro vestito come un figurino. O ce n’è un altro, un rom moldavo, che lascia la compagna al solito posto, e si porta dietro i figli, a Siracusa. La piazzola più infame che poteva scegliere, davanti i gabinetti pubblici. Latrine per guardoni e alcolizzati. E tutti aspettano che la rom finisca. La rom non ha i denti. E finisce.14039912_1757451014528097_6761350914998436442_n

Sex worker autodeterminate. Neanche Elide può sentirsi al sicuro. Neanche Elide tutto sommato può giurarci sopra. Va in giro con la trousse, le sue borsette e il cagnolino. Come la Laide di Buzzati, nella medesima Milano degli interni borghesi e anonimi per facoltosi.  Elide sa come non rispondere alle domande. Chi sono i clienti? Ti fanno richieste assurde? Lei sa come non rispondere. Così Elide ci spiega che anche una escort ha una sua istruzione. Che niente è facile, all’incirca mai. Che in fondo fa tutto abbastanza schifo anche per lei. “La questione passa attraverso l’anima di una persona”. L’anima, dice. Ed è una rivendicazione. Ricordate il lungofiume, l’Andreina di Moravia, la medesima nostalgia discinta?  La fine del tutto o il rimpianto. Ecco così ci appare  Elide nel suo orgoglio popolaresco, come la Laide di Buzzati: “mescolanza di sfrontatezza invereconda, sete confusa di vita”.

L’originale nelle pagine de Il Fatto Quotidiano – edizione di domenica 21 agosto 2016

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