una specie di diario

Continuo ad aggiornare il blog. Non voglio perdere l’abitudine alla scrittura. La preferisco la mattina, come un tempo. Ogni tanto torno alla mia casa, la rivedo ancora. La mia cucina, il mio studio. Mi commuovo sempre. Oggi sono tornata in casa dei miei. Il mobile di quando ero ancora sposata l’avevo abbondato al piano di sopra, dove ho dormito per un po’. Avevo ricollocato gli oggetti nell’esatta posizione in cui si trovavano nella mia casa da sposata. Anche l’angolatura del mobile. Avevo edificato il tempio. Il mobile l’ho riportato giù. Ho aperto le ante celestine e ho trovato le poche tovagliette del corredo. Ma io non avevo un corredo. Era tutto molto povero. Quanto amavo le mie tovaglie, le asciugamani morbide, il modo in cui le riponevo era già pieno di cura. E il mobile celestino è tornato da me, in casa dei miei. ve blogApro i cassetti e trovo tutta la maglieria intima. Intatta. Nuova e mai indossata (alcune cose almeno), soltanto ingiallita. Trovo un paio di calze a rete, color visone. Sorrido. Autoreggenti. Ci sono le scarpettine di Patrick, quelle lavorate dalla mia cara nonna. Il mobile su cui poggia la televisione l’aveva chiodato Adam, invece. Lo tenevo in cucina. Povero Adam. Quanto mi manca. Adam è morto, era un brav’uomo. Ricordo quando ebbi un mancamento, durante un pranzo in casa dei miei, a pochi mesi dalla sventura che colse la mia vita famigliare, respiravo male. Adam mi disse di bagnare i polsi. Aveva lo sguardo buono, lo sguardo di un padre. Ero convinta fosse tutto perfetto, che l’unico problema fossero le mie crisi, la mia inappetenza, la mia nausea. Tutto questo mi porterò dietro, fino al mio ultimo giorno, questa è la mia memoria e non è di nessuno, è solo mia.

Advertisements