un lungo sonno

Cetty si alzò, sistemò la gonna lungo i fianchi, infilò le ballerine. Uscì dalla baracca. Le avevo appena letto una pagina di Un amore di Dino Buzzati, le palpebre pendevano come timidi scuri. L’eroina era in circolo. Adesso Cetty stava bene. La vidi allontanarsi, sparire dentro l’androne buio del condominio popolare. I bambini urlavano in cortile. Le finestre sembravano loculi da cui penzolava ogni tanto un indumento, uno straccio, un volto confuso e indurito. L’attraversamento verso quella umanità mi procurava noia e a volte terrore. Mi sembrava di morire, che lo stessi facendo. Cominciai allora a odiare la luce crudele di mezzogiorno, nelle case popolari, con le voci degli ambulanti che mi pareva provenissero da orde primitive, secoli di oscurantismo dialettale e non so cosa altro. L’uomo della ricotta, la sua orribile motoretta, rombava tutto intorno, alla solita ora.

Era un lungo sonno, da cui non sono ancora sicura di essermi destata veramente. Questa Sicilia primitiva affiorava lungo le steppe di Mazzarruna, dentro i soliti canaloni di fogna. Odiavo Mazzarruna. Stavo quasi male. Quasi. A intervalli smettevo di nutrirmi. Massimo mi guardava con disapprovazione, se era abbastanza sveglio. “Di nuovo?” mi accusava con il suo avanzare lento.  Di nuovo cosa? Mentivo. E non sapevo comunicare, reagire o capire soltanto chi fossi. E nessuno che fosse capace di mostrarmi chi fossi, rivelarmi il segreto indicibile che mi pesava in seno. La mia serpe covata in seno. A scuola riuscivo a cavarmela. Mi ero trasferita all’ultimo banco. Il professore di letteratura spiegava l’ultimo canto del Purgatorio. Chiudevo gli occhi e una pace lontana mi rapiva, finalmente, eccola. Ritrovavo i suoni a me cari, le penombre discrete, libera da quelle lamine abbacinate di Mazzarruna, chiudevo gli occhi. Tentavo di ricordarmi matricola del primo anno. Non mi sono persa. No. Io non sono finita a bucarmi. Sono sopravvissuta. Oggi sono qui che vi racconto gli anni della prova. Massimo frequentava una nuova piazza. Circolava ero pulita. Mi dispiacque. Non sapevo cosa dovesse mancarmi di lui, visto che lui non c’era comunque. Riconobbi nella sua assenza il riassunto di tutte le altre. Un pomeriggio venne a cercarmi alle case. Ero seduta sul colle di lamiera. Guardavo oltre la stecconata il mare, i disegni che si intromettevano tra l’uno e le pale di fichi d’india. Massimo mi disse: voglio smettere. Aveva ancora la camicia arrotolata al gomito. Si sedette accanto, poi allungò le gambe e poggiò la testa sul mio grembo. Era un lungo sonno.  Intorno l’aria era pregna di gelsomino bianco, malgrado le fabbriche fumassero in lontananza. Il mare gemeva, abbrancava la roccia, sospirava come il mare di Curzio Malaparte, la bestia ferita.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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