Le parole ridicole

I bambini sedevano sulla palizzata, i sicomori facevano ombra, la luce era una lamina che ci attraversava, infilandosi tra i rami che oscillavano in prossimità del precipizio. In quel precipizio il mare schiumoso riemergeva e affondava le sue correnti, aveva l’intensità di una bestia selvatica.  Eppure a tratti riuscivo a intuire una possibilità oltre quei luoghi, la diffidenza, una mancanza di coraggio che ci rendeva ciechi. I compagni della valle  non usavano mai parole ridicole. Le parole ridicole assomigliavano al suono della gentilezza. La gentilezza era un passaggio dell’esistenza e della tempra dell’uno che ignoravamo. Anche io, scambiandola per qualcos’altro. Massimo scese dal colle tendendomi la mano e invitandomi a fare lo stesso. Mi chiese di seguirlo. Procedeva verso la baracca dove i tossici andavano a bucarsi. Non c’era nessuno a quell’ora del pomeriggio. Sedemmo dentro, lui accese una sigaretta, non aveva erba da fumare e non aveva più un centesimo in tasca già speso per il suo quartino di ero. Voleva parlarmi. La loquacità degli eroinomani con Massimo era quasi terapeutica. Massimo taceva sempre.

<<Volevo dirti che smetterò. E se ti va, staremo insieme, veramente>>. Fumava, tenendo gli occhi bassi, la schiena poggiata alla parete. Ero agitata. Erano le parole che volevo sentire e lui le diceva finalmente e non pensava fossero ridicole perché eravamo solo io e lui ed era tutto perfetto. <<Mi va>> dissi con un sussurro. Io non sapevo parlare usando parole ridicole. Potevo aggiungere: <<Mi sei mancato, odiavo le tue assenze, le tue assenze sono le assenze del mondo, il buio sulla terra, il vento quando piove e fuori è notte e certi bisbigli somigliano alle voci dei morti>>. Le parole mi giravano in testa, ma avevo imparato a temerle. Mi suggerivano qualcosa che non trovava dimora, qualcosa che a Mazzarruna diventava inospitale; ingeneravano un sentimento insolito. Temevo l’ilarità e la delusione, malgrado non fosse altro che questa la sostanza delle cose così come accadevano, ilari e deludenti. Con Massimo tutte le promesse erano inutili, ci credevo sapendo che erano inutili. Ma non importava. Prendevo quel che potevo, racimolavo piccole porzioni di meraviglia, come l’amore. Cos’era l’amore? Le nostre domande a Mazzarruna contenevano il peso di un castigo, il castigo quando diventa destino.

Massimo premette il mozzicone sul pavimento di cemento grezzo. Poi mi guardò. Non succedeva spesso. Era fatto, ma era desto. Mi guardava. Mi sembrò scendere una leggera nebbia sulle squallide cose, mi parve di accovacciarmi dentro un uovo di cotone. Era il desiderio. Ci baciammo. Era la baracca, la solita meschina spelonca, dimenticammo però, e tutto sembrò più dolce e nuovo. E forse era quello l’amore.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

 

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