quando tornerai da me

Quando arrivava la rota, Massimo si stringeva le braccia addosso, piegandosi un po’ sul ventre. Sudava. C’era la penombra della sera. Le parole ridicole erano perse, finito l’incantesimo. Massimo saliva in vespa e spariva. Andava alle case gialle, comprava qualcosa in debito con il pusher. Si sarebbe fatto ammazzare, quella gente non scherzava. Rimasi fuori la porta della baracca, nella penombra della sera che avanzava resistendo agli ultimi bagliori gettati verso il mare. E la proiezione violacea gettata verso il mare mi incantava, dimenticavo così Massimo. La luce resisteva al buio, forse avrei dovuto cogliere testarda la prossimità tra il fatto e me, la luce che resisteva al buio. Una forma di coraggio più che di tenacia.

Non volevo tornare a casa. La nostra solitudine morale era il terrore che dominava all’infinito ogni risveglio. Massimo era come me. La differenza era che esauriva il suo terrore con l’eroina. Io non avevo dove estinguerlo. Non avevo pace. Forse quei libri maledetti mi avevano rovinato la vita, guastato i pensieri. Tenevo con me un paio di romanzi, li portavo in borsa, li leggevo ai compagni. Ma la vita era un’altra cosa. Oggi quando ripenso a noi, i compagni della valle, mi vengono i brividi. Non conoscevamo l’abbandono e la preghiera. Eravamo l’aspidistra di Orwell, duri al freddo e al caldo. Non ci siamo mai detti le nostre vite, confidati senza prima mentire. Avrei dovuto urlarvi sul muso: siete pazzi, morirete! siete pazzi.

Avevo sedici anni quando conobbi Massimo. Si appiccicò a me, come un figlio indesiderato. Non perché mi amasse. Avevo sedici anni, credo che non mi sentissi amata in nessun luogo perché non lo ero. Non ero stata amata. Ecco. Vorrei spiegarmi meglio. Tutto sommato non ho altro da aggiungere: non ero amata. Oh, Massimo si scocciava maledettamente dei miei piagnistei. Aveva ragione. “Mi fai paura” mi diceva, scuotendo la testa. “Mi fai paura perché non smetti mai di chiedere. Mica stai male solo tu”.

Aveva ragione. Lo vidi, tornava, in vespa. Tornava da me forse. Poggiò la vespa sotto i portici. Era quasi buio. Ma lui avanzava verso me. Gli corsi incontro, lo abbracciai. Lui quasi cadeva, fragile com’era. Lo abbracciai e sentivo il suo breve costato come quello di un bambino. Mi vennero le lacrime. Volevo ricacciarle. Lui non mi vedeva. Sporcai il collo della sua camicia con il mio rimmel nero. Lui non poteva accorgersi di niente. Era sudato. Era in viaggio. Volevo dirgli: quando tornerai da me?  Quando finirai di andartene non so dove, quando smetterai di perderti.

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

 

 

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